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LE OLIMPIADI NEL CAUCASO ED IL PREGIUDIZIO DELL’OCCIDENTE

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E’ evidente come le mosse politico-economiche effettuate dalla Russia nell’ultimo periodo debbano essere state compiute nella giusta direzione. Lo si evince dal fastidio destato in tutto l’Occidente e dal conseguente livore degli attacchi a mezzo-stampa che sono via, via aumentati nell’ultimo periodo da parte dei grandi media di casa nostra nei confronti del presidente Putin e dell’intero Paese. L’occasione, del resto, è ora quanto mai propizia: gli imminenti giochi olimpici di Sochi e gli ultimi attacchi terroristici che nel mese di dicembre hanno scosso la città di Volgograd, hanno dato l’occasione di poter inveire contro la Russia e di preannunciare veri e propri tentativi di boicottaggio, arrivando quasi a rallegrarsi – se non per i morti, ovviamente – nel vedere la rinata potenza colpita nel cuore del suo territorio.

Il problema è ancora una volta il Caucaso: uno dei luoghi più affascinanti al mondo ma teatro, allo stesso tempo, nei secoli, di spietate efferatezze e dove feroci guerrieri hanno costituito sin dai tempi della grande espansione russa iniziata sotto Pietro il Grande nel XVIII° secolo, uno dei maggiori ostacoli per Mosca. “Il ventre molle” – come è stato spesso definito – del grande stato eurasiatico, ha per questo attirato nel tempo la simpatia e l’appoggio di paesi occidentali che non hanno mai disdegnato l’appoggio alle popolazioni autoctone al fine di contrastare l’avanzata degli zar in questi luoghi, oltre i quali si sarebbero spalancate una via secondaria per Costantinopoli e quella principale per il vicino Oriente, gli antichi possedimenti ottomani e persiani dall’immenso valore e prestigio, anche simbolico. Sin dagli eventi narrati a margine de Il Grande Gioco quando gli inglesi contribuirono alla resistenza caucasica contro i russi – per arrivare ai più recenti tentativi di circuire e attrarre le piccole repubbliche originatesi all’indomani del dissolvimento dell’URSS, questa è una terra su cui si sono sempre posati gli occhi dei principali attori della scena politica internazionale per i fondamentali significati strategici che essa racchiude ed implica: il contenimento della Russia nello spazio geografico denominato heartland e l’influenza esercitabile sul Medio Oriente.

Le guerre condotte negli ultimi vent’anni da Mosca contro Cecenia e Georgia, così come le quotidiane azioni di polizia volte a combattere l’inquietante deriva islamista dell’area, sono spesso state fonti di improbabili solidarietà e di condanne strumentali da parte dell’asse euro-atlantico. Voltoa fomentare l’instabilità della regione con l’attuazione della consueta dieta del divide et impera, contrastando il controllo capillare del territorio da parte della Russia e schierandosi così, come già altre innumerevoli volte, con l’apparente Davide di turno qualora Golia cozzi contro i propri interessi. In tal modo, si son trasformati criminali in personaggi dalle gesta eroiche e legittime operazioni di sicurezza in violente repressioni, dando poco peso (o, forse, il giusto peso, nel caso si volesse pensar male) al fatto che quest’area è stato il centro di partenza per i più terribili attacchi terroristici contro la Russia e che è funta da centro di reclutamento per miliziani islamisti spediti poi a combattere le guerre sante sostenute, direttamente o no, dalla Nato e/o finanziate dalle petromonarchie arabe: Kosovo, Libia e ora Siria. Proprio la Siria che, distante dal Caucaso molto meno di quanto si possa pensare di prim’acchito, annovera dall’inizio della rivolta la presenza di guerriglieri provenienti dalla Cecenia, dal Daghestan e dalle altre zone settentrionali della regione (l’autodefinitosi jaish muhajirin wa ansar, alla lettera “esercito di emigrati e soccorritori”), distintisi per le atrocità commesse ma incapaci di imprimere una svolta nell’andamento della guerra. Il mancato raggiungimento di tale obiettivo ed il risentimento provocato dal determinante sostegno russo al presidente siriano al-Assad – grazie al quale è stato demolito, giorno dopo giorno, il sogno di una blitzkrieg che avrebbe condotto i ribelli e le formazioni jihadiste ad una vittoria certa e rapida – possono di certo comportare un innalzamento del rischio di rappresaglie da parte di movimenti storicamente ostili al governo di Mosca per rovinare la manifestazione con cui Putin intende mostrare al mondo intero il volto di una nuova Russia tornata alla ribalta dello scenario politico internazionale. Ed è infatti innegabile, del resto, come il ritorno in patria di guerriglieri delusi ed arrabbiati dall’andamento del conflitto, con ulteriore esperienza acquisita sul campo, dotati di libertà di movimento (seppur limitata durante lo svolgimento dei Giochi) all’interno della Federazione e con un odio ancestrale verso Mosca – esasperato dal conflitto siriano e dal fatto che Sochi sorga in una regione dove essi dichiarano di vantare diritti di sovranità – siano elementi che impongano di alzare il livello di guardia, come del resto è stato e verrà ulteriormente fatto.

Tuttavia, altro paio di maniche è speculare sulle tragedie quasi aspettando che un evento simile si ripeta per essere pronti a puntare il dito, accusare i vertici dello Stato di incapacità a gestire simili situazioni, criticare la presunta arretratezza dei sistemi di sorveglianza (ma qual è il sistema per bloccare un libero cittadino che decide di farsi esplodere tra la folla?) e irridere la (sempre presunta) inutilità delle misure repressive, leggendo spesso e volentieri, fra le righe, un senso di disprezzo per il governo di Mosca ed una qual simpatia, se non per i terroristi, almeno per l’idea portata avanti. Come per dire: “se capiterà qualcosa, ve la siete cercata”; e nell’ultimo mese, articoli e servizi di questo stampo si sono sprecati. Come d’abitudine, sono stati enfatizzati problemi di poco conto e mescolate storie e personaggi con falsi miti, approfittando delle comprensibili lacune storico-geografiche che un normale lettore può avere di una regione lontana. E’ stata rispolverata, ad esempio, la questione dei Circassi (popolazione caucasica originaria dell’area dove sorge Sochi, relativamente penalizzata dalla conquista russa avvenuta nella seconda metà dell’800 ma che sin da allora convive in armonia col governo di Mosca) mischiandola con i deliri di Umarov, criminale del Daghestan autoproclamatosi “emiro del Caucaso” e che non di rado diventa nei giornali di casa nostra l’Emiro del Caucaso, senza virgolette e con la “E” maiuscola. Sottili differenze ma che nel linguaggio giornalistico pesano, quasi si fosse già pronti a riconoscere a questo personaggio, sulla carta, una legittimità per la porzione di territorio dove le sue bande seminano il terrore; come si fece, seppur in un diverso contesto, con i vertici di quel Kosovo autoproclamatosi indipendente e subito riconosciuto da gran parte dei paesi occidentali in spregio alle risoluzioni dell’ONU, con la determinante opera di convincimento del quarto potere.

Se a queste letture dei tragici fatti di dicembre, si aggiunge poi il tentativo di screditare tutto l’apparato olimpico con labili argomentazioni riguardo al costo sostenuto nell’organizzazione ed ai problemi, assai relativi, di carattere ambientale e paesaggistico che possono derivare dalla costruzione delle infrastrutture, sarà utile ricordare come i circa 50 miliardi di euro spesi siano effettivamente una somma ingente di denaro, è vero, ma siano anche una somma – derivante dai proventi energetici – che lo Stato russo ha deciso di reinvestire nel proprio paese sia per creare lavoro in una zona dove la disoccupazione presenta tassi elevati, che per accrescere la domanda interna, uno dei problemi principali della Russia di oggi.

Infine meriterà di essere annoverato – come già ricordato a dicembre, con efficacia, sulla nostra rivista – il gretto tentativo di boicottare le Olimpiadi da parte di alcuni capi di Stato occidentali a causa della recente legge approvata (ed espressione, si badi bene, della volontà popolare e non del volere di Putin, come spesso si sostiene) contro la propaganda omosessuale. Pur non essendo questa la sede per affrontare la questione, è tuttavia giusto rimarcare come nessuno, fra i media più diffusi, ricordi con altrettanta enfasi come la legge subito ribattezzata “anti-gay” vieti esclusivamente le pubblicità e le manifestazioni (come il gay-pride) e non l’omosessualità in sé, che è ammessa come in tutto l’Occidente. Questo, a differenza delle severissime punizioni di alcuni paesi – solidi alleati della Nato come Qatar e Arabia Saudita – dove tutto ciò avviene col benestare di europei ed americani e nel consueto rispetto della teoria dei due pesi e delle due misure. Ciò che colpisce, è vedere un tale atteggiamento proveniente dall’Unione Europea. Proprio da quell’istituzione che dovrebbe spingere per legarci più forte a Mosca al fine di vincere la sfida energetica che in questo momento penalizza noi e avvantaggia l’America – con i suoi costi enormemente inferiori – e che invece si perde in sciocchi boicottaggi e infantili ripicche. Non ultima, quella dell’annullamento della tradizionale cena con Putin in occasione del summit bilaterale del 28 gennaio, come risposta al nuovo accordo stretto dall’agenzia nucleare russa – Rosatom – con l’Ungheria del vituperato Viktor Orban.

Quello che si evince da quanto detto, è che pur di attaccare la Russia ed il suo Presidente – colpevoli, in fin dei conti, di rialzare la testa e di rendere il mondo un posto più sicuro dove l’arma della diplomazia si anteponga alla logica del fuoco – ogni scusa appare buona. Putin questo lo sa, e pare curarsene poco; del resto, non sono certo le rimostranze di alcuni politicanti a scalfire il suo prestigio e quanto accade non è una novità. Come scriveva Sergio Romano – profondo conoscitore del mondo russo, ex ambasciatore a Mosca e uomo unanimemente riconosciuto come super partes – in un brillante articolo apparso a dicembre sul Corriere, altro non è che “il seme dei pregiudizi che hanno oscurato lo sguardo dell’Occidente dai tempi della Russia imperiale a quelli della rivoluzione bolscevica, dalla Russia di Stalin, Nikita Kruscev e Leonid Brezhnev a quella di Michail Gorbaciov, Boris Eltsin e Vladimir Putin”.

KAZAKHSTAN, UN MERCATO IMPORTANTE PER UN’ECONOMIA EQUILIBRATA

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Perno imprescindibile lungo quella moderna Via della Seta che il presidente cinese Xi Jinping ha recentemente affermato di voler riaprire dopo secoli di anonimato, il Kazakhstan è ormai un attore di primo piano all’interno dello scacchiere internazionale. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la giovane repubblica indipendente dell’Asia Centrale ha intrapreso un percorso denso di pericoli e lastricato di insidie politiche che ne hanno messo a repentaglio lo sviluppo socio-economico e la piena capacità di controllo su un territorio tanto vasto quanto scarsamente popolato.
Nel 1997 il presidente Nursultan Nazarbayev lanciò il programma Kazakhstan-2030, una strategia di innovazione, modernizzazione e sviluppo che al momento non mancò di far sorridere diversi osservatori internazionali, pronti a giudicare frettolosamente quel piano come un insieme di obiettivi velleitari e surreali. Il tempo ha invece dato ragione alla classe dirigente kazaka e al partito di governo Nur Otan, capace, in appena quindici anni, di costruire una nuova economia di mercato attenta a non sbilanciare gli equilibri creatisi tra il nuovo settore privato sorto dopo il comunismo e quello pubblico, ereditato dal precedente apparato sovietico, evitando così di privare lo Stato della sua centralità sul piano macroeconomico, con tutti i vantaggi che ne conseguono in termini sociali e previdenziali.

Tra il 2003 e il 2012 il tasso di mortalità nel Paese è sceso dal 10,78‰ all’8,52‰, mentre la speranza media di vita alla nascita è aumentata di 6,15 anni come logica conseguenza di una crescita incessante che, nello stesso periodo, ha visto il PIL kazako salire da 105,5 a 219,6 miliardi di dollari ed il tasso di disoccupazione scendere dall’8,8% al 5,4%.
La contrazione del tasso di crescita osservata nel 2012, quando l’indicatore di variazione del prodotto interno lordo ha segnato quota 5,1% contro il 7,5% dell’anno precedente, non costituisce un vero campanello d’allarme, soprattutto in considerazione del fatto che, a causa della crisi in cui versano le economie occidentali, è la domanda estera a perdere d’intensità piuttosto che la produttività interna a diminuire. Tuttavia nel discorso pronunciato lo scorso 17 gennaio alla popolazione, Nazarbayev ha voluto sottolineare l’importanza della nuova strategia lanciata nel dicembre 2012 quando fu presentato il documento Kazakhstan-2050, che è andato ad integrare e ad aggiornare le direttrici e gli obiettivi di medio e lungo termine previsti nel piano Kazakhstan-2030.

Come già osservato, in quell’occasione Nazarbayev illustrò l’importanza dei processi di liberalizzazione economica nei settori dell’industria leggera e del terziario, la necessità di diversificare l’indotto per evitare che la produzione nazionale si fossilizzi sul mercato delle materie prime, la funzionalità di una crescente capacità di attrarre investimento dall’estero, il carattere essenziale della stabilità sociale e del miglioramento del livello di vita dei cittadini, ribadendo la centralità dei pilastri costituzionali dell’unità nazionale e dell’integrità territoriale ed appellandosi ad un patriottismo che sappia farsi garante della coesistenza tra i 140 gruppi etnici e i 17 gruppi religiosi principali presenti nel Paese (il 55% della popolazione è di fede islamica sunnita, il 40% di fede cristiana, per lo più ortodossa, mentre il restante 5% si suddivide tra buddhismo, sciamanesimo e altre religioni minori).

Tre concetti, in particolare, sembrano rivestire un ruolo di primo piano all’interno del recente discorso pronunciato dal presidente kazako:

- La Terza Rivoluzione Industriale, risultante delle innovazioni nel campo dell’alta tecnologia e della loro integrazione con i settori produttivi dell’industria e dell’agricoltura

- Lo Sviluppo Scientifico in campo economico, formativo ed infrastrutturale, «che significa in primo luogo incrementare il potenziale della scienza kazaka» e che ricorda molto da vicino la “concezione scientifica” inserita dall’ex presidente Hu Jintao nello statuto del Partito Comunista Cinese nel 2005

- La Cooperazione Eurasiatica a tutti i livelli del dialogo e del partenariato internazionale, nel cui meccanismo il Kazakhstan è un protagonista attivo e dinamico

Obiettivo ambizioso ma decisamente raggiungibile è l’espansione della PMI che entro il 2050, stando alle stime diffuse dal presidente kazako, dovrà produrre il 50% del PIL contro il 20% attuale. Tutto ciò, tradotto in termini sociali, recherà con sé la formazione definitiva di un ceto medio industriale, modificando la società in maniera considerevole sebbene non radicale. Secondo Nazarbayev, il PIL pro capite dovrà infatti crescere di 4,5 volte passando dagli attuali 13.000 a 60.000 dollari, mentre la percentuale della popolazione urbanizzata salirà dall’odierna quota del 55% al 70%. Le conseguenze sul piano infrastrutturale non saranno meno significative, imponendo la necessità di modernizzare ulteriormente i già avanzati centri principali, che «saranno collegati da strade di buona qualità e da linee veloci di tutti i mezzi di trasporto».

Incrementare il potenziale scientifico del Paese è indice della volontà di aumentare la quota del PIL destinata alla ricerca e alla medicina ad un livello non inferiore al 3%. Secondo le previsioni, l’aspettativa di vita di ogni kazako dovrebbe così raggiungere in appena tre decadi gli 80 anni pieni, grazie ad un sistema universitario e scientifico all’avanguardia capace di fare del Kazakhstan un polo di riferimento eurasiatico per la diagnosi e la cura dei pazienti nativi e stranieri.

Fondamentali i progetti in via di definizione messi in cantiere dal governo nel quadro della cooperazione internazionale: il corridoio Europa Occidentale – Cina Occidentale, il potenziamento della tratta ferroviaria Bolashak-Serkhetyaka che già collega da mesi il Kazakhstan al Turkmenistan e all’Iran creando un fondamentale corridoio commerciale Mar Caspio – Golfo Persico, il miglioramento infrastrutturale del porto di Aktau, la tratta ferroviaria Zhezkazgan-Shalkar-Bejneu che collegherà alcune regioni sud-occidentali del Paese a quelle centro-orientali, per poi procedere verso il porto cinese di Lianyungang, area ad economia speciale sulle coste del Pacifico che il governo di Pechino ha già destinato al gigantesco progetto eurasiatico all’interno del IX Piano Quinquennale, pubblicato nel settembre 1995.

L’intensificazione dell’interscambio con la Repubblica Popolare Cinese va quindi ad integrare, e non ad urtare, gli strettissimi rapporti che legano i destini economici e militari del Kazakhstan a quelli della Federazione Russa attraverso organismi intergovernativi quali l’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (CSTO) e l’Unione (Doganale) Eurasiatica, entrata da pochi anni in funzione sulla base della Comunità Economica Eurasiatica (EurAsEC).

In generale, entro il 2050, il Kazakhstan potrebbe entrare a far parte del lotto composto dai primi 30 Paesi del mondo per sviluppo, competitività, produttività e benessere. Tra trent’anni esatti la geografia politica ed economica del pianeta sarà sicuramente diversa da quella odierna e possiamo scommettere che Astana sarà la capitale di una nazione a cui il mondo intero saprà guardare con rispetto e ammirazione, ancor più di oggi.

STEFANO VERNOLE ALL’IRIB: 1000 BASI USA SPARSE NEL MONDO STRUMENTO DI INFLUENZA E PRESSIONE NEL TERRITORIO OCCUPATO

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TEHERAN (RADIO ITALIA IRIB)- Stefano Vernole redattore della Rivista Eurasia, parlando delle basi Usa in Italia ed Europa ha detto:
“Anzittutto anche sul numero della basi Usa in Italia non c’e’ una effettiva certezza. Lo studio del giornalista Alberto Mariantoni parlava anche di 113 basi, poi ovviamente alcune sono state dismesse ed altre sono state integrate e sostituite o spostate in altri Paesi. Pero’ possiamo tranquillamente parlare di un numero che supera il cento per quanto riguarda l’Italia”.

Queste sono le parole di Stefano Vernole all’IRIB sull’argomento

http://italian.irib.ir/analisi/interviste/item/153147-stefano-vernole-all-irib-1000-basi-usa-sparse-nel-mondo-strumento-di-influenza-e-pressione-americana-nel-territorio-occupato

 

 

 

CHIMERICA, IL NUOVO FAR WEST DEL CAPITALE O LA FINE DELLA MONETA EGEMONE?

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L’estremo Occidente, estremizzandosi, arriva in Oriente, dicono i planisferi. La frontiera più remota del Far West capitalistico, perciò, veleggia a tappe forzate verso la Cina, avvicinandosi a realizzare la chimera di Chimerica, neologismo coniato da Niall Ferguson e Moritz Schularick, a significare l’inevitabile simbiosi fra Cina e America, che in notevole libro Geminello Alvi ha riassunto così: Il Capitalismo, verso l’ideale cinese.

Comprendere Chimerica, perciò, richiede sforzo di immaginazione e dimestichezza coi processi che regolano la storia. Non basta osservare la crescente dipendenza fra le esportazioni di merci cinesi in America cui corrisponde, speculare, la grande importazioni di capitale americano dalla Cina. Anche perché tale nesso, che ha retto le sorti dell’economia globalizzata nel primo decennio del XXI secolo è andato chiaramente in crisi.

I cinesi sono sempre più riluttanti a comprare i debiti americani, né possono farne a meno però, pena rischiare le loro preziose riserve. Gli americani invece vivono con imperiale noncuranza la gigantesca ipoteca accesa su di loro dai mandarini di Pechino, ma di sicuro ne parlano e ne discutono. E dopo tanta discussione deve esser apparsa loro una sola soluzione praticabile per riequilibrare i rapporti di forza senza finire col configgere con l’alleato-avversario: l’ingresso in grande stile della Cina nel mercato del capitale.

E il luogo di tale dibattito, non a caso, è diventata l’Europa.

La Banca centrale inglese, prima di Natale, ha prodotto uno studio proprio per studiare cause ed effetti dell’internazionalizzazione del renminbi, ovvero dell’apertura del conto capitale cinese. E a gennaio la stessa cosa ha fatto la Banca centrale europea. Tanta attenzione da parte dei banchieri centrali non è mai casuale.

La Cina, dal canto suo, allusiva e barocca com’è nel suo costume pubblico, ha fatto capire da alcuni anni di avere messo in conto tale evenienza futura, iniziando nel frattempo ad liberalizzare il conto corrente della sua bilancia dei pagamenti, e quindi a regolarizzare i trasferimenti di merci, per lo più con i suoi partner asiatici, in valuta nazionale. E di recente ha anche iniziato a denominare investimenti finanziari in renmimbi.

I flussi sono ancora tutto sommato ridotti. Circa il 10% delle transazioni estere è regolata in yuan, e sono cresciute anche le emissioni di obbligazioni denominate in renminbi (Dim Sum) a Hong Kong, ma anche in alcune piazze come Singapore, Londra e Taiwan. Si calcola che tali emissioni abbiano raggiunto quota 60 miliardi di dollari nel primo trimestre 2013. Qualche banca centrale ha pure iniziato a usare il renminbi come valuta di riserva, ma ancora con forti limitazioni provocate dalla circostanza della sua inconvertibilità.

Ma liberalizzare il conto capitale della BdP ha innanzitutto una rilevanza sistemica. Il Fmi calcola che una liberalizzazione dei movimenti di capitale condurrebbe a un aumento degli attivi cinesi esteri nell’ordine del 15-25% del Pil cinese e di attivi esteri in Cina fra il 2 e il 10% del Pil. Ciò condurrebbe a un travaso delle risorse di investimento dall’interno all’esterno, che finirebbe col diminuire il contributo degli investimenti cinesi sul Pil, che poi è uno dei problemi di cui soffre l’economia asiatica, schiacciata da una quota di investimenti sul Pil vicina al 50% che soffoca lo spazio economico per i consumi privati.

Le politiche bancarie seguite dalla Cina, infatti, drenano, tramite lo strumento dei tassi amministrati, risorse dal risparmio privato nell’ordine del 4% del Pil cinese, e quindi realizzano un sostanziale trasferimento di ricchezza a favore delle imprese che finisce col deprimere i consumi alimentando il boom degli investimenti.

Senonché il vecchio modello cinese sembra ormai inceppato. E lo mostra, ancora prima del rallentamento della crescita, ormai costante, l’andamento del conto corrente della BdP, crollato al 2%. La quota dell’export sul Pil non ha più raggiunto il livello ante 2008, e solo gli investimenti, pure al costo di un crescente indebitamento pubblico occulto, celato da veicoli sponsorizzati dalle amministrazioni locali, sono riusciti a contenere la frana del Pil.

Perciò i cinesi devono cambiare strada. Devono volgere lo sguardo a Occidente. Il grande creditore, che vive il paradosso di un saldo corrente negativo sul lato dei redditi della bilancia dei pagamenti, malgrado sia il primo creditore al mondo, dovrà (o almeno così gli suggeriscono di fare) entrare nel grande gioco del capitalismo globale mettendo sul tappeto la sua moneta, e, di conseguenza, i suoi 3.700 miliardi di riserve frutto dei suoi commerci con l’estremo Occidente.

Chimerica perciò si fonda su due presupposti: da una parte sulla necessità che la Cina individui un nuovo modello di sviluppo, più basato sul consumo privato, e dall’altra dall’esigenza americana di mantenere la supremazia dei mercati finanziari dollarocentrici. Il denominatore comune è un aumento, per via finanziaria, dell’internazionalizzazione. I cinesi devono ancora assaporare il gusto omologante dei beni durevoli.

Aggiungere un posto a tavola al gigante cinese, da questo punto di vista, è di sicuro la soluzione di contenimento dell’emergente egemonia cinese più pacifica.

Dal canto suo, però, la Cina è ben consapevole dei rischi che ciò comporta per la sua sovranità. Finché regge la Grande Muraglia dei controlli di capitale, e quindi è molto difficile fare investimenti di portafoglio da e per la Cina, e finché il tasso d’interesse cinese viene fissato per decreto, così come il cambio, è molto più semplice gestire la stabilità finanziaria. C’è da dubitare che sia così, che vale a dire la Cina non finisca per subire le amorevoli cure della market discipline, una volta che i cinesi accetteranno le regole del Grande Gioco. Una crisi bancaria o valutaria, ricorda la Bce, è molto facile che si verifichi quando un paese si apre allo splendido mondo del capitale libero. E se la moneta cinese diverrà una merce come tutte le altre, perché questo in fondo significa liberalizzare il conto capitale, chi la salverà dai marosi della sfiducia in caso di crisi? Le riserve, come ogni cosa, prima o poi finiscono.

In questo scenario di contenimento dei cinesi per via finanziaria, camuffata dai grandi vantaggi che l’internazionalizzazione del conto capitale cinese porterebbe per tutti (pù crescita, più stabilità, meno asimmetrie), l’Europa si trova letteralmente in mezzo. Per noi della Terra di mezzo Chimerica può essere la tenaglia che, come ha scritto efficacemente Alvi, “porterà la polizia cinese in Europa”. Oppure, come dicono i banchieri centrali inglesi e tedeschi una straordinaria opportunità per lo nostre piazze finanziarie. Ma è chiaro che a noi toccheranno gli avanzi, semmai. Le portate principali saranno servite a Wall Street.

C’è un altro scenario, però, che sottotraccia, potrebbe evolversi in un periodo relativamente breve. Dipende molto dalla fine che farà il progetto di Unione europea e dall’evoluzione dei rapporto di quest’ultima con l’altra Unione, quella euroasiatica, che nelle intenzioni di Putin dovrebbe arrivare una gigantesca area di scambio dall’estremo occidente europeo all’estremo oriente russo.

L’Unione europea persegue a suo modo un progetto egemonico, costruito per intanto sulle spalle dei propri stati nazionali, che fa della moneta – quindi di tutto ciò che la moneta porta con sé – lo strumento dell’egemonia.

In tal senso il processo di Unione Bancaria, che rappresenta il perfetto completamento dell’Unione monetaria, l’evoluzione 2.0 dell’euro, è la punta avanzata di tale modalità di egemonia.

Al contrario degli Stati Uniti, che hanno fondato la loro supremazia economia sulla moneta egemone – il dollaro come principale strumento di scambio e di riserva – potendo godere nel tempo di questo “esorbitante privilegio” già denunciato da De Gaulle che consente loro di continuare ad indebitarsi e avere al contempo un saldo attivo dei redditi sulla Bpd (al contrario dei cinesi), l’Europa sta tentando di creare una nuova e diversa forma di egemonia monetaria – basata quindi su una valuta a-statale come l’euro – che sottintende il sostanziale spostamento della sovranità dalla geografia degli stati a quella internazionalistica dei banchieri-regolatori.

Se tale progetto andrà in porto dipenderà da due fattori: uno interno all’Europa stessa, ossia dalla capacità della Germania di far digerire ai suoi partner, a cominciare dalla Francia, la sua propensione ad essere la capofila di questa integrazione, e poi dalla sua capacità di delegare a sua volta alle entità sovranazionali dell’Ue parti consistenti della propria sovranità. L’altro esterno all’Ue. Ossia alla capacità dell’Europa di dialogare con l’universo post-sovietico. L’asse russo-tedesco, che nella storia è stato sempre visto come un pericolo assolutamente da evitare per gli americani, potrebbe insomma replicarsi nel più moderno asse fra le due Unioni, europea e euroasiatica, trovandoci ognuno reciproci ed evidenti vantaggi.

Tale insidia, che gli americani di sicuro hanno percepito, si dimostra esser tale anche per una semplice circostanza: l’eurozona, così come la Cina e anche la Russia, è nel suo complesso creditrice netta. E nella storia sono sempre stati i creditori a dettare le regole del gioco, mai i debitori. Ma è vero altresì che non era mai successo prima di avere a che fare con un creditore bene armato come quello americano.

In tal senso l’internazionalizzazione del renminbi potrebbe essere un punto di svolta. L’asse euro-asiatica (nel senso di euro) potrebbe trovare nel capitale cinese “liberalizzato” la massa critica necessaria a neutralizzare definitivamente la moneta egemone, ossia il dollaro.

Detto in altri termini, potrebbe innescare la sostanziale riforma del sistema monetario internazionale che già nel 2009, in un celebre discorso, veniva auspicata dal governatore della banca centrale cinese.

In questo caso ne vedremo delle belle.

LA RUSSIA DI SOCHI 2014, ANALISI DEGLI INTRECCI TRA GIOCHI OLIMPICI, IL CAUCASO E LA GEOPOLITICA

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Il 7 febbraio l’attenzione del mondo politico e sportivo sarà focalizzata su Sochi, città russa sul Caucaso, per l’inaugurazione dei XXII Giochi olimpici invernali. Quelle di Sochi 2014 non saranno Olimpiadi come le altre. Nella storia dei Giochi, mai nessuno aveva portato la fiaccola in un’area così turbolenta. Il 7 febbraio invece il braciere inizierà ad ardere in una delle zone più ribollenti del globo. Dove gli episodi terroristici si susseguono da anni con un ritmo incessante. Dove bande di jihadisti hanno giurato morte ai Giochi. Dove negli ultimi 25 anni si sono combattute molte guerre, di cui ben due, atroci, in Cecenia. E l’ultima nel 2008 tra Russia e Georgia a una manciata di chilometri dagli impianti sportivi, tra l’altro proprio durante un’altra Olimpiade, quella di Pechino. In sfregio alla “tregua olimpica”. Mai nessuno, aveva azzardato tanto. A rompere il tabù è Vladimir Putin, presidente di tutte le Russie.
Il Cremlino ha voluto organizzare le Olimpiadi nel Caucaso per affermare che quella regione – in cui i russi sono solo uno tra decine di altri popoli – appartiene indiscutibilmente a Mosca. Per farlo, ha scelto Sochi, meta estiva dei russi, su cui l’arrivo delle Olimpiadi ha catalizzato l’attenzione dei terroristi locali. Lo si è visto con gli attentati di Volgodrad di fine dicembre. Putin legato la propria credibilità alla buona riuscita dei Giochi; il rischio che un attentato semini morte tra gli atleti e gli spettatori è elevato e la credibilità di Putin sarebbe messa in discussione da un evento simile . Ecco perché Sochi è blindata dal più ponente spiegamento di forze mai visto nella storia dei cinque cerchi.

La Russia di Sochi 2014 nasce per raccontare questi Giochi unici con una prospettiva unica: quella degli intrecci tra le Olimpiadi e la geopolitica. Lo sport, d’altronde, non è mai stato neutrale. Non lo era al tempo dell’antica Grecia, quando –narra Tucidide – gli agoni panellenici venivano usati a fini strategici dalle città-Stato durante la guerra del Peloponneso. Segue Berlino 1936, quando Hitler grazie ai Giochi poté celebrare il nazionalsocialismo, o nei tre boicottaggi olimpici del 1976, 1980, 1984. Al di là della retorica secondo cui esso batterebbe i confini e le barriere, nei fatti lo sport internazionale rafforza l’idea che viviamo in un modo diviso in Stati in competizione tra loro. Così un mezzo di enorme valenza identitaria come lo sport finisce per rivelarsi uno straordinario strumento politico.

Anche queste Olimpiadi si colorano di tinte politiche. Sochi 2014 vuole essere la celebrazione della Russia. Del suo ritorno tra i grandi del mondo. Del modello affermato dall’uomo che l’ha sollevata dalla polvere del crollo dell’Urss e dei tragici e anarchici anni Novanta, raddrizzandole la schiena e l’economia: Putin. La Russia di Sochi 2014 vi accompagnerà quindi alla scoperta del modo in cui Mosca si presenta al mondo e di come s’inserisce nei grandi scacchieri della politica internazionale. Perché la Russia è troppo importante. Soprattutto per noi europei.

In campo non c’è solo la vile energia ma anche il futuro dell’Unione europea. E la sua, la nostra identità. La Russia è (anche) Europa. Lo dicono l’arte, la letteratura e la musica, che tanto hanno dato al nostro continente. Lo dicono la cultura, la religione e la storia, che tanto ci hanno fatto collidere e abbracciare con i russi nei secoli. Con la Russia, l’Ue deve costruire un rapporto di cooperazione. Anche per provare a dirimere le tensioni che scuotono in questo periodo i Paesi dell’Europa orientale.

Uno fra tutti, l’Ucraina e le sue strade colme di manifestanti. Tensioni scaturite proprio dal dubbio amletico: unirsi all’Europa o rafforzare i legami con Mosca? Tuttavia, la Russia è importante anche perché l’attende all’orizzonte una fase delicata in cui dovrebbe intraprendere alcune necessarie riforme economiche e aperture politiche. E con i Giochi, Mosca vuol dare un’immagine di sé diversa: aperta, affidabile, organizzata. Ecco perché ospitare nel cosiddetto “decennio d’oro dello sport russo” (2007-2018) la Coppa del mondo di calcio la Formula Uno le Universiadi e un’altra ventina di grandi eventi sportivi. Tutti portati in patria per provare a dare quell’impulso necessario a fare affari con il resto del mondo. Alla pari.

Quando su Sochi 2014 calerà il sipario, Putin si troverà di fronte un’altra partita: quella delle ineludibili aperture politiche. L’inquilino del Cremlino ha ancora in mano il suo Paese: in 15 anni non è mai andato sotto il 60% dei consensi. Questo perché il Putin-uomo-forte è stato probabilmente un passaggio necessario nella storia della Russia. Che, negli anni Novanta, si è trovata a un passo dalla frantumazione. Crollata l’Urss, ogni ex repubblica sovietica andava per la sua strada. Nel Caucaso le rivolte indipendentiste spuntavano una dopo l’altra. Nel 1993, a Mosca i carri armati venivano spediti a bombardare il parlamento. La crisi economica aveva azzerato la valuta. E le tanto declamate privatizzazioni si erano rivelate un’occasione per pochi potenti di far man bassa delle risorse statali. Al suo arrivo, Putin ha trovato una Russia diffidente verso gli “esperimenti democratici” del suo predecessore El’cin. Ha riportato sotto il controllo dello Stato le risorse energetiche. Grazie a esse, la crescita è schizzata a livelli astronomici e la disoccupazione è oggi al 5%. Ha messo un tampone – non si sa quanto temporaneo – alla crisi demografica, che faceva perdere alla Russia 900 mila anime all’anno. Ha ripristinato l’ordine, pur se al prezzo del bavaglio alla stampa, della brutale repressione in Cecenia e del giro di vite contro le sedicenti opposizioni. Ora però Putin potrebbe far fare alla Russia un salto di qualità. No, non ci riferiamo a democrazia o diritti umani. Piuttosto, alla necessità di allargare il suo progetto nazional conservatore per abbracciare i giovani e la nuova classe media urbana (non limitata a Mosca e San Pietroburgo), dando un impulso anche alla creatività e all’economia russa. E per far sì che quel 60% di cittadini russi continui a inneggiare a lui come, nel Boris Godunov di Mussorgskij, il popolo allo zar che aveva placato le guerre di successione a Ivan il Terribile: «Annienta il serpente dalle dodici ali, quel serpente è la discordia e l’anarchia della Russia».

*La Russia di Sochi 2014 è un e-libro edito da un gruppo di ricercatori provenienti da diverse realtà accademiche italiane. In quest’opera essi si sono dati l’obiettivo di analizzare la Russia di oggi dal punto di vista geopolitico utilizzando le Olimpiadi invernali come chiave di lettura. Per maggiori informazioni sul progetto e su come ottenere La Russia di Sochi 2014 si può visitare il sito http://progettosochi2014.it/.

UCRAINA: LA PRIMAVERA ARABA PORTA CON SÉ OMBRE DI PIAGA

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La “primavera araba” devasta l’Ucraina portandosi dietro strascichi di contagio. Delinquenti e criminali rivoluzionari colpiscono le strade di Kiev, Poltava, Cherkasy ed altre città. Gli organi di stampa occidentali, ed alcuni locali, descrivono tali atti criminali come “protesta d’opposizione” o manifestazioni di “radicalismo”. La cosiddetta comunità internazionale si ostina a compiere la propria missione. I collaudati metodi di incitamento alla rivolta di piazza, facenti leva su una miscela provocatoria di contraddizioni sociali, vengono usati per il rovesciamento dell’ennesimo governo. Se i poteri in carica rifuggono dal prendere una ferma posizione per contenere l’infausto disordine che dilaga, allora la situazione potrebbe degenerare, con tragiche conseguenze.

 

Periferia come nuova zona

Tempo fa, Washington iniziò a pianificare una serie di “rivoluzioni colorate” al fine di facilitare la divisione del mondo in due zone di libero scambio – quella transatlantica e quella transpacifica. L’obiettivo era di espandere le aree periferiche sotto il suo controllo. Nel 2007, il progetto degli Stati Uniti di dare nuova forma alle mappe di Nord Africa e Medio Oriente trapelò su giornali e televisioni. Si diceva chiaramente che l’unico modo di ottenere il controllo della regione era di organizzare “cambi di regime” in Libia, Algeria e Marocco. La maggior parte dei territori appartenenti a questi paesi era da trasferirsi in un nuovo stato popolato da berberi, un micro stato della Nubia ai confini meridionali dell’Egitto e il micro stato governato da Polisario (dall’abbreviazione spagnola: frente popular de liberación de Saguía el Hamra – fronte popolare di liberazione di Saguia el-Hamra e Río de Oro). In alcuni casi il piano fallì, come accadde in Marocco, dove il governo fu abbastanza previdente da promulgare una nuova costituzione usata come esca per i liberali locali. Lo stesso avvenne in Algeria, dove le forze armate scesero tempestivamente in campo per riportare l’ordine e ristabilire la legge. Altrove, invece, ebbe successo come stabilito. È il caso di Libia e Tunisia. In altre situazioni ancora, componenti benestanti della società si consolidarono in tempi di bisogno e respinsero i propositi americani, ad esempio in Egitto. Infine, in paesi come la Siria, la ribellione che ne sfociò diede inizio ad un eterno conflitto sanguinoso.

 

Libia “prima” e “dopo”.

Vitali Klitschko, leader del partito politico UDAR, si è recentemente indirizzato all’Euromaidan (letteralmente: Europiazza. Movimento di manifestazioni pro europee in Ucraina) gremita di manifestanti. È stato molto chiaro nel dire che Victor Yanukovych potrebbe seguire lo stesso destino di Gheddafi. Magari lui non sa come sia stato vivere in Libia sotto Gheddafi. Lo ricordo io.

Nel 2010, il paese vantava il più alto tenore di vita in Africa. Il prodotto interno lordo pro capite eccedeva i 14 mila dollari (due volte quello dell’Ucraina). Lo stipendio medio era di 1050 dollari. Metà dei proventi derivanti dalla vendita di petrolio andava alla gente: ogni lavoratore riceveva 500 dollari ogni mese in aggiunta al proprio salario. Questo principio veniva adottato per distribuire la ricchezza fra le diverse fasce della società. La paga per badare ad un bambino nascente era di 700 dollari. Chi si era appena sposato ed aveva intenzione di comprare una casa, riceveva 64 mila dollari. 20 mila, invece, erano versati a chi volesse intraprendere un’attività agricola. Esisteva un sussidio di disoccupazione di 730 dollari. L’energia elettrica era gratuita. Non c’era affitto da pagare. Venivano concessi crediti senza tasso d’interesse. Il prezzo del gas era di 14 centesimi al litro. Assistenza sanitaria ed istruzione erano servizi gratuiti. L’aspettativa di vita raggiungeva i 74 anni. L’alfabetizzazione era all’89%.

Mu’ammar Gheddafi creò l’ottava meraviglia del mondo – un fiume artificiale. 5 milioni di metri cubi d’acqua provenienti dai laghi sotterranei del Sahara venivano trasportati quotidianamente a nord del paese. Il prezzo di un metro cubo d’acqua era di 35 centesimi. Prima che il fiume fosse scavato, gli europei vendevano acqua alla Libia al prezzo di 3.75 dollari al metro cubo.

In quali condizioni versa il paese dopo che gli americani e i loro alleati della NATO sono intervenuti per portare “libertà” e “democrazia”? La Libia è devastata dalla guerra e fazioni armate combattono fra loro. Il paese è diviso. Le tribù meridionali rifiutano di assoggettarsi al potere centrale. Nessuno sa con certezza chi combatta chi, né quale sia il bilancio delle vittime.

I ministri sono sequestrati nella capitale (persino il primo ministro fu rapito, una volta, per incutere paura). Gli aeroporti e le strutture militari sono assediati. Ufficiali e stranieri d’alto rango vengono uccisi. Coloro che hanno perso la propria famiglia abbandonano il paese per darsi al brigantaggio in quelli vicini. Ora, la Francia – che intervenne per prima in Libia – deve fare i conti con le bande armate che infuriano in Mali e Repubblica Centrafricana. I soldati francesi perdono la vita.

L’economia libica è in depressione. La produzione di petrolio è calata da 1.5 milioni di barili al giorno a soli 250 mila. Qualche tempo fa, il paese rappresentava il 12% della produzione mondiale; oggi, deve importare gasolio ed olio nero.

 

La civetta di Minerva sopra l’Egitto

 

Hegel, il celebre filosofo, disse che “la civetta di Minerva spicca il volo solamente quando le ombre della notte si raccolgono”. Minerva è il nome romano che viene dato alla greca Atena, dea della sapienza e della saggezza, associata all’immagine della civetta. Il concetto del filosofo sta nel fatto che solamente con la fine dell’umanità, l’essere umano sarà in grado di comprendere la logica evolutiva della storia. Ciò ricorda gli avvenimenti in Egitto. Mi è capitato di assistere alla deposizione di Hosni Mubarak e alla salita al potere dei Fratelli Musulmani. Ho altresì assistito al rovesciamento del regime islamico ad opera della “rivoluzione dell’esercito delle persone” guidata dal generale al-Sisi, il quale organizzò risolutamente proteste di strada in nome della tradizione, retaggio di Gamel Adbel Nasser. Ora, il generale ha tutte le possibilità di vincere le prossime elezioni presidenziali. Ai tempi di Nasser, chiunque studiava e fruiva dell’istruzione. Sotto Mubarak, cambiò ogni cosa quando lanciò il processo di liberalizzazione economica. Ufficialmente, il 30% della popolazione egiziana è analfabeta. Ma i sociologi indicano che il numero reale si aggira intorno al 50%, se non oltre.

Spesso incontrai persone che rabbrividivano al solo menzionare gli accadimenti di piazza Tahir al Cairo. Mi raccontavano con emozione di “tutti gli egiziani scesi in campo contro la tirannia”. Esattamente come coloro che partecipano alle proteste di Kiev. Proprio come adesso a Kiev, ai rivoluzionari del Cairo venivano distribuiti cibo, acqua, vestiti; inoltre, ricevevano denaro per le loro iniziative – grandi somme per gli standard egiziani. Come si dice, tutte le rivoluzioni hanno un costo.

C’erano così tanti cadaveri in piazza Tahir che fu un’impresa portarli via tempestivamente. Ce n’erano a dozzine, distesi nel ghiaccio preso dai frigoriferi della città. Ma il ghiaccio si scioglieva e l’acqua si colorava di sangue. Così, cani randagi andavano a leccare la miscela mentre centinaia di mosche gli ronzavano attorno.

Passarono sei mesi. Non c’era più luce negli occhi di quelle persone. La vita dopo la “rivoluzione” era peggiorata. Nel ramo dell’industria, chiusero molte imprese. Entro l’estate 2011, le province meridionali ed occidentali furono colpite dalla carestia, lo stato dovette distribuire il pane – una sterlina egiziana per 20 pagnotte. Se l’assistenza fosse stata mirata, si avrebbe potuto aiutare molte persone. Ma il paese non ha liste elettorali né liste di bisognosi. Il pane era venduto a tutti: le persone facevano file chilometriche per comprarne.

Il turismo ne sofferse molto. Il numero di turisti calò di quasi il 40%. All’epoca di Mubarak, il turismo rappresentava l’11.5% del PIL e dava lavoro al 14% di coloro che godevano di sana e robusta costituzione. Dopo il rovesciamento del governo, circa 100 mila persone persero il lavoro nel settore alberghiero e lasciarono Hurghada. I villaggi del sud, però, sovrappopolati ed affamati, non le vedevano di buon occhio. Proprietari e impiegati di svariati ristoranti, bar e negozi, guide ed autisti di bus e taxi, coloro che producevano vestiti e prodotti di pelletteria – ne risentirono tutti.

Si utilizzarono maniere consolidate per far esplodere l’infuocato crogiolo sociale, incitando musulmani contro cristiani copti, che furono uccisi, violentati e le cui chiese furono bruciate. La “comunità internazionale” tacque fingendo di non essere a conoscenza di ciò che stava succedendo, nello stesso modo in cui oggi ignora gli eventi di Kiev. Bande di rimostranti criminali picchiano i passanti, ostentano riprovevole antisemitismo ed irrompono nelle case della gente. L’Occidente suggerisce di interpretare tali atti come protesta d’opposizione intenta a proteggere “valori europei”.

Il generali al-Sisi salvò l’Egitto sottraendolo dagli abissi e dal pericolo del separatismo. Lo fece letteralmente all’ultimo istante. Ma gli islamici rimasero per darsi alla clandestinità. Ricevendo aiuto dall’esterno, costoro passarono al terrore e all’intimidazione. Nel clima di protesta di Kiev, alcune voci fanno intendere che si sia pronti anche qui a continuare la lotta in maniera illegittima.

 

Fonte: http://www.strategic-culture.org/news/2014/01/25/ukraine-arab-spring-comes-along-with-breath-of-plagues.html

Traduzione di Oscar Mina

CONVEGNO: RUSSIA ED EUROPA, SFIDA DEL TERZO MILLENNIO

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La Federazione Russa costituisce oggi uno dei pochi Stati realmente sovrani nel mondo “unipolare americano” nato dopo la caduta del muro di Berlino. La Russia è tornata a rivestire (dopo la tragica esperienza del comunismo ateo) il suo fondamentale e storico ruolo di forza equilibratrice degli assetti internazionali, di guardiano e difensore del diritto internazionale e di ponte culturale tra Europa occidentale ed orientale. Dopo aver attraversato, negli anni novanta durante la sconsiderata presidenza del filo-occidentale Eltsin, un periodo di grave crisi economica e spirituale, la Federazione Russa ha riconquistato in pochi anni, grazie alla ferma guida del Presidente Vladimir Putin, un nuovo ruolo di potenza ed un decisivo peso politico-militare sullo scacchiere internazionale. Liberatasi dalla schiavitù del debito pubblico, riaffermata l’autorità dello Stato, la Russia oggi può costituire un punto di riferimento importante anche per un’Europa che non è ancora riuscita a ritrovare la sua identità e a liberarsi dall’abbraccio mortale di quei “poteri forti” internazionali, di natura metafisica e finanziaria, che tutt’oggi la costringono in un tragico stato di sudditanza spirituale, culturale ed economica. La Russia di Putin, infatti, non solo ha recuperato piena sovranità sul piano economico e militare, ma ha anche intrapreso una decisa azione di riscoperta e di riaffermazione di quei valori tradizionali e nazionali che l’attività distruttrice di quasi cinquanta anni di comunismo ateo e di quasi venti anni di capitalismo apolide sembravano aver annientato.Il Presidente Putin ha inteso recuperare gli eterni valori identitari e spirituali che stanno alla base d’ogni sana comunità popolare attraverso una battaglia per lo sviluppo demografico, la tutela della famiglia tradizionale e l’interlocuzione attenta con la religione ortodossa, maggioritaria presso il popolo russo. Nel suo ultimo messaggio alle camere, il Presidente Vladimir Putin ha voluto, infatti, dichiarare: “Sappiamo che ci sono sempre più persone nel mondo che sostengono la nostra posizione in difesa dei valori tradizionali che hanno costituito il fondamento spirituale e morale della civiltà in ogni nazione per migliaia d’anni: i valori delle famiglie tradizionali, della vera vita umana, che include la vita religiosa: non solo l’esistenza materiale, ma anche la spiritualità”. Con tale messaggio, il Presidente Putin ha voluto affermare con forza l’importanza fondamentale dei valori tradizionali: la famiglia, la concezione spirituale della vita, il sentimento comunitario. Sovranità militare, economica, culturale e tradizione sono pertanto la cartina di tornasole di un paese, come la Russia, che vuole discostarsi da un mondo senza radici e senza valori che si trova allo sbando della crisi economica causata dal capitalismo apolide di stampo anglosassone.

Di questi e di altri temi fondamentali ne discuteremo a Rovereto il 15 febbraio 2014 alle ore 20.30 c/o la sala delle conferenze del Palazzo della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto.

Ospiti del Convegno:

• Il dott. Alexey Komov, Ambasciatore russo all’ONU del Congresso Mondiale delle Famiglie, che da anni si occupa della difesa e promozione della famiglia tradizionale in Russia.

• L’On. Lorenzo Fontana, europarlamentare nonché capo delegazione del movimento Lega Nord al parlamento europeo.

• Il prof. Paolo Taufer, esperto di geopolitica e autore di numerosi studi ed articoli che riguardano il ruolo della Russia nello scacchiere mondiale.

L’evento su Facebook

https://www.facebook.com/events/758521894175615

http://www.associazionelatorre.com/2014/02/russia-ed-europa-la-sfida-del-terzo-millennio/

IL PROGRAMMA DETTAGLIATO DEL CONVEGNO

“RUSSIA ED EUROPA, LA SFIDA DEL TERZO MILLENNIO”

SABATO 15 FEBBRAIO ALLE ORE 20.30

PRESSO

PALAZZO DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI TRENTO E ROVERETO

SALA CONFERENZE – PIAZZA ROSMINI, 5 – ROVERETO (TN)

PROGRAMMA

Introduzione, presentazioni e saluto delle istituzioni

 

Interventi di:

On. Lorenzo Fontana – Europarlamentare. Unione Europea e Russia

Alexey Komov – Ambasciatore russo all’ONU Congresso Mondiale delle Famiglie. La Russia oggi

Paolo Taufer – Studioso ed analista geopolitica. Caduta e resurrezione della Russia

 

Modera la serata:

Stefano Vernole – Redattore di Eurasia

LE INCURSIONI UNGARE NELLA VALLE DEL PO

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A Milano, Sabato 22 Febbraio 2014, ore 16.30 in Via Duccio di Boninsegna 21/23 (MM Buonarroti), l’Associazione Nazionale Volontari di Guerra FEDERAZIONE DI MILANO organizza l’incontro Le incursioni ungare nella valle del Po.

PRESENTA

Avv. Andrea Benzi, Segretario Nazionale ANVG

INTERVIENE

Prof. Claudio Mutti, Editore di Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici

PER INFORMAZIONI

Tel. 340/4682621

Mail andreabenzi64@virgilio.it

ALCUNE COSE NON DETTE SULL’UCRAINA

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Tanto infuriano in questi giorni i violenti scontri in Ucraina, quanto abbondano le semplificazioni, le distorsioni e le lacune storico-politiche riguardo all’intera vicenda; sulla quale è utile, per dovere di cronaca, chiarire brevemente alcuni fra i suoi aspetti più importanti.

Il “dittatore” e “despota” Yanukovich è Presidente dell’Ucraina perché democraticamente eletto, così come il suo Partito delle Regioni presiedeva il governo, fino a pochi giorni fa, per lo stesso motivo. Viene spontaneo chiedersi perché un governo legittimato dal voto popolare non abbia diritto a sedare violente manifestazioni di piazza come accade in tutti i paesi del mondo – democrazie occidentali in primis – senza provocare simili indignazioni. Sono ancora sotto gli occhi di tutti le violente repressioni avvenute in Francia e Inghilterra dopo le rivolte delle periferie a seguito di omicidi perpetrati dalle forze dell’ordine, così come quella del movimento pacifico Occupy Wall-Street in America o ancor peggio, quella contro il corteo a sostegno della famiglia tradizionale, sempre in Francia. Solo per citarne alcune ed evidenziare, in quei casi, la mancanza del medesimo sdegno da parte della comunità internazionale. Se a questo si aggiunge l’incomparabilità delle violenze appena citate (spontanee, disorganizzate e senza alcun utilizzo di armi da fuoco) con quanto stia accadendo ora a Kiev, è facile intravedere una lettura iniqua dei fatti e, come spesso accade, due pesi e due misure. Nella capitale ucraina agiscono corpi inquadrati, armati e preparati agli scontri di piazza, in grado di attuare sistemi di collaudata guerriglia urbana grazie anche alla presenza, fra le loro fila, di ex appartenenti alle forze armate. Come reagirebbe la polizia americana di fronte a cittadini che occupano palazzi governativi e riducono in fin di vita decine di agenti?

Altra considerazione: il fronte della protesta che tanta compassione ha ispirato in Europa e negli Stati Uniti, è composto solo in minima parte da quella porzione di società d’ispirazione liberal che si vuol spesso considerare trainante e decisiva nella spinte verso politiche riformiste di stampo occidentale (in Ucraina e non solo, “primavera araba” docet). Al contrario, fulcro dei moti di piazza sono movimenti violenti e marcatamente nazionalisti, quando non addirittura filo-nazisti. Un elemento che sembra passare in secondo piano ma che genera un legittimo dubbio: se i movimenti definiti di “estrema destra” sono sistematicamente vittima di violentissimi attacchi ed infamanti accuse da parte dei media di tutta Europa, è solo quando si pongono in funzione anti-russa – e vengono, nell’occasione, spacciati per paladini dell’europeismo – che le loro gesta vengono stigmatizzate o il loro (abitualmente enfatizzato) antisemitismo viene sminuito, se non taciuto?

Poi. Non sarà sfuggita ai lettori più attenti – e che attingono le loro informazioni anche oltre i media mainstream – una valutazione già fatta altrove ma che merita di essere annoverata: cosa sarebbe accaduto e quale clamore mediatico si sarebbe scatenato, se figure di primissimo piano della politica russa (o anche cinese) si fossero apertamente schierate dalla parte dei rivoltosi in una sommossa in chiave antiamericana scoppiata, putacaso, in Messico? E se continui attestati di stima, solidarietà ed istigazione ai rivoltosi continuassero a giungere in questa direzione? Pochi giorni fa, il ministro degli Esteri russo Lavrov si è trovato a dover definire “strana” questa concezione della libertà acclamata da diversi paesi occidentali. Concezione che prevede l’incitamento alla violenza dei rivoltosi e la condanna dell’operato delle forze di polizia, quando all’interno dei loro confini si pronuncerebbero in senso esattamente opposto. Gli si può dar torto? Il divieto d’ingerenza negli affari interni di uno Stato è uno dei pochi principi di jus cogens previsti dalla Carta delle Nazioni Unite, nel caso ucraino più volte calpestato. Accadde durante la “rivoluzione arancione” quando ONG straniere (polacche e americane soprattutto) fomentarono le manifestazioni antirusse e accade nuovamente oggi. Solo Sergio Romano – nel panorama intellettuale e giornalistico di casa nostra – pare essere in grado di ricordarlo?

E ancora. Checché se ne dica sul passato dell’Ucraina, è assai difficile scindere la sua storia da quella della Russia. Il suo territorio odierno rappresenta (esclusa la parte più occidentale, con una storia parzialmente diversa) la culla della nazione russa in quanto patria della Rus’ kieviana; ha sofferto e condiviso la dominazione mongola tanto quanto i principati vicini e, in seguito alla reconquista russa, è sempre stato parte integrante dell’impero zarista, prima, e di quello sovietico, poi. Lo stato ucraino così come lo vediamo oggi, è qualcosa di molto recente così come il suo sciovinismo esasperato e che lascia spesso il tempo che trova. Le ragioni storico-culturali sbandierate negli ultimi due mesi sulla necessità per Kiev di associarsi all’Unione Europea piuttosto che legarsi a Mosca non trovano, come spesso accade, un riscontro oggettivo: mettendo su di una bilancia storia, costumi, religione, economia e lingua, il piatto pende senza indugi dalla parte della Russia.

Infine, numeri alla mano, vi sono come sempre ragioni prettamente economiche in ballo di cui evidentemente piazza Maidan non è a conoscenza (o finge di non esserlo) e che i capi di Stato europei sembrano, invece, conoscere anche troppo bene; visto l’approccio idealistico ma poco pragmatico verso il cuore della vicenda. L’economia ucraina è in grave crisi, il governo arriverà – secondo le previsioni più rosee – a pagare gli stipendi e le pensioni solo fino a giugno. Chi interverrà a salvare il Paese se non la Russia con la sua offerta (ricordiamola, 15 miliardi di dollari in bond ucraini e sconto di un terzo sul prezzo del gas) rimasta l’unica seria, sul tavolo, oramai da due mesi? L’UE a quella cifra non può e non vuole arrivarci. Il FMI neppure e per molto meno ha posto condizioni inaccettabili. E gli Stati Uniti, come giustificherebbero un simile esborso alla propria opinione pubblica, trovandosi all’alba di un proclamato periodo di disimpegno internazionale? A questo si aggiunge poi il dubbio, più che legittimo, sul fatto che gli ucraini siano veramente a conoscenza di ciò che spetta loro entrando a far parte dell’UE. In un paese dove lo stipendio medio ammonta a 300 dollari, con produzioni di scarsa qualità e che dipende dalle importazioni della Russia, che effetti avrebbero l’apertura del mercato secondo regole europee e l’instaurazione delle rigide politiche di austerità in atto già ora fra i Paesi membri?

Alla luce di queste incongruenze e forti, purtroppo, di altri simili casi avvenuti nel recente passato, è davvero un delirio da Guerra Fredda intravedere in questo sostegno alle rivolte ucraine nient’altro che la prosecuzione – in spregio alle promesse fatte allora da Bush Sr. a Gorbaciov – del piano di accerchiamento ordito contro la Russia all’indomani della caduta dell’URSS e tessuto con calma, ma inesorabilmente, negli anni? Se la partita in Asia Centrale ha regole, giocatori e scenari favorevoli a Mosca, in Europa orientale tutto è ancora in bilico. L’Ucraina costituisce un tassello fondamentale per il ristabilimento dell’influenza russa nella sua storica (e legittima) sfera di competenza. Questo lo sanno al Cremlino, così come alla Casa Bianca.

Консервативная мысль, как основа Четвёртой политической теории или Неоевразийство, как аппеляция к Традиции в условиях Постмодерна.

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Работа известного русского мыслителя, профессора Александра Дугина, «Четвертая политическая теория», должна была увидеть свет и в Молдове. Её особая актуальность чувствуется именно потому, что в политологии, в политическом анализе или повседневных комментариях чаще всего мы наблюдаем устаревшие интеллектуальные конструкции, унаследованные нами из XIX и XX веков. Обязательная сакрализация коммунизма, действующая в советский период, была подменена дивинизацией либерализма. Системный и глубокий критический подход к либерализму практически отсутствует. В образовании восхваление марксизма заменено на западоманию. Гуманитарные науки отбросили «тёмное советское прошлое», признав его ошибочным, и скоропостижно нашли «единственно верный исторический путь» – прозападный. Теперь все докторские работы и сочинения школьников в обязательном порядке цитируют уже не Маркса и Ленина, а их идеологических противников из стана либералов. При этом заклинания о демократии и правах человека являются неотъемлемыми. Отношение к евроинтеграции и ко всему, что связано с Западом, стало почти религиозным чувством. «Правые» презрительно называют коммунистов «большевиками», а «левые» клеймят «правых» козырным ярлыком «фашисты». Либералы и коммунисты бойко воюют друг с другом, не ведая сути используемых идеологических клише. Как в былые советские времена, история вновь кажется безальтернативной, а триумф глобализма – неминуемым. Ряд «научных догм» советского периода органично вписались в новую постсоветскую образовательную систему. Секуляризм, социальный дарвинизм, сциентизм, историцизм, прогрессизм, вера в линейное время и прочие элементы марксизма плавно перекочевали в либерализм. Бывшие преподаватели истории КПСС и научного коммунизма ловко переквалифицировались в прозападных политологов.
Чтобы хоть частично восполнить существующий интеллектуальный вакуум, я получил разрешение от автора перевести его книгу для румыноязычных читателей из Молдовы. После визита профессора Дугина в Молдову летом 2013 года, ряд фрагментов из данной книги был опубликован в еженедельнике «Флукс», вызвав особый интерес у людей, интересующихся геополитикой, философией политики или просто политическими реалиями. Я глубоко убеждён, что данная работа должна быть изучена теми, кто преподают или учатся на гуманитарных факультетах, или занимаются исследовательской деятельностью в соответствующих институтах Академии Наук. Её чтение наверняка поможет преодолеть целый ряд мифов и инфантильных подходов к истории, философии, социологии, геополитике, международным отношениям и к другим гуманитарным наукам.
Стремясь вникнуть в глубину происходящего, мы находимся в постоянном поиске носителей свежей мысли. Этот поиск легко переходит границы, а когда удаётся найти родственные нам умы и души, нас переполняет чувство радости. Для меня Александр Дугин стал подобного рода открытием. Мы можем во многом не соглашаться друг с другом, можем спорить о разном, но чувство принадлежности к единой духовной семье делает эти споры светлыми и производящими благие плоды. Данная книга Дугина есть мощный призыв к диалогу, к концентрации идеи, к взрыву душевной энергии и очищению разума, загрязнённого интеллектуальным мусором, который убивает саму способность мыслить, используя систему образования, СМИ, и «политкорректность».

Публикуемая нами версия выходит в свет с незначительными сокращениями, оговоренными с автором, касающихся определённых политических реалий России и не представляющих особого интереса для нашего читателя.

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Среди множества идей, заслуживающих пристального внимания читателей «Четвертой политической теории», процитирую здесь одну особо ценную концепцию, называемой автором «Тройственная структура консервативной эпистемы». Дугин справедливо подчёркивает, что среди всего объема научных дисциплин, необходимо выделить «три осевые дисциплины», а именнобогословие, этносоциологию и геополитику. Автор продолжает:

«Высшая из них – это богословие, потому что религия – это не только культ и обряд, но и глубочайшая система мировоззрения. Это наука о духе.
Богословие должно быть венцом образования, без него вся консервативная эпистема будет неполной и повиснет в воздухе. Богословие – это царская наука, наука наук, не просто одна из гуманитарных и социальных, но главная, а все остальные науки – это путь к богословию.
На втором уровне следует поставить этносоциологию. У нас до последнего момента в науке почти вообще не упоминался ни народ, ни этнос. Это не удивительно: для коммунистов субъектом истории является класс, для либералов – индивидуум. Ни там, ни там места для народа и этноса не остается. Этносоциология – это фундаментальная наука консервативного проекта. Если мы корректно не опишем предварительно наш народ и другие народы, с которыми мы находимся во взаимодействии, мы просто будем не компетентны говорить о консерватизме. Этносоциология – это не просто описание формальных этнологических особенностей народа, но исследование того, что является конститутивным для этноса, постижение его онтологии, его бытия.
И, наконец, третья дисциплина – это наука о пространстве – геополитика. Здесь все очевидно, так как геополитика по определению есть наука, изучающая отношение государства к пространству. Занимая в иерархии осевых дисциплин консервативной эпистемы последнее место, она имеет огромное прикладное значение.
Таким образом, богословие, этносоциология и геополитика составляют трихотомическую структуру науки в консервативном понимании».
Столь чётко сформулированное видение консервативного мыслителя об оздоровлении системы образования может показаться менее подготовленному читателю либо радикальной, либо вообще неприемлемой. Но те, кто сосредоточится на серьёзном чтении этой книги, думается, уловят смысл этого видения. В противном случае, наш удел – поверхностное барахтанье в общепринятых догмах и игнорирование глубинного понимания мироустройства, да и самого смысла человеческой истории.

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Автор не скрывает своего исключительного чувства к России. В Молдове и в Румынии столь страстная любовь Дугина к России иногда воспринимается с определенной настороженностью. И на это есть очевидные исторические причины. Старые раны еще не дают покоя многим из нас. Однако, чем искать изъяны в чувствах и мыслях профессора Дугина, было бы гораздо важнее столь же искренне и всецело любить нашу святую землю, наших предков, как и наших еще неродившихся потомков, столь же страстно как это делает Дугин. «Для русского – ничего не слишком», – пишет автор.

Являясь истинно пассионарной натурой, Дугин не знает полумер. А потому, не стоит требовать от него умеренной любви к Родине. Абсолютная Родина не может быть объектом половинчатых или чисто рациональных чувств. Это всегда тотальное, безграничное, всепоглощающее, возвышенное, духовное, светлое, но и воинствующее состояние души и разума. Или, как говорит сам автор, «Евразийство есть религиозное служение России»

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Длительный коллективный кошмар забвения вверг наше общество в глубокое помутнение души, веры, совести и остатков разума. И пока мало кто из нас нашел в себе силы и мудрость восстать против собственных предрассудков, против коллективной инерции мышления, против доминирующей лжи, всеобщего соблазна «общества потребления» и глобального царствия виртуального счастья.

Дугин ярко показывает значение поражения СССР и социалистического лагеря в «холодной войне». Это была на самом деле планетарная война, война либерализма с коммунизмом, Первой политической теории со Второй. Итак, законный сын Модерна, либерализм, за счёт коварства и предательства, сразил своего нежизнеспособного брата – коммунизм. Но, как оказалось, триумф либерализма обернулся полным поражением для всех обществ, попавших из под обломков коммунизма прямиком в плен к либерализму. Вот только состояние пленения – парадигматического, концептуального, идеологического, религиозного, духовного, политического и экономического – было осознано не сразу и далеко не всеми. Победитель, с широкой голливудской улыбкой на лице, навязал свои условия капитуляции. В стане потерпевших поражение оказались все: Россия, бывшие советские республики и вчерашние сателлиты СССР. Именно поэтому, ощущая всем своим нутром, что его Родина стала «target country» (страной-мишенью), при помощи блистательного духовного, философского, исторического, социологического и геополитического анализа, Дугин разоблачает истинную суть стратегов «нового мирового порядка», глобализма как тоталитарной идеологии, проводимую новоявленными пророками «экономической эсхатологии».

Наши посткоммунистические общества по инерции продолжают воспринимать суть международной политики в рамках двухполярного мира. И вот теперь внимательный читатель «Четвёртой политической теории» имеет хорошую возможность переосмыслить как историю, так и то, что происходит с нашими странами сегодня. И это действительно важно. Поскольку когда представители интеллектуальной элиты осмыслят отведённую нам незавидную роль «объекта нашествия» в ходе широкомасштабной «невоенной войны» (non-military war), тогда и откроют всю убогость статуса духовной, интеллектуальной, политической и экономической колонии, отведённого нашей стране. И тогда Россия перестанет выглядеть для нас как потенциальный агрессор (подобно Российской империи или СССР), а как потенциальный союзник, как партнёр в противостоянии глобальной диктатуре, необходимый для того, чтобы отстоять общими силами национальную независимость наших стран. В противном случае, опасность десубъективизациинаших государств как международных акторов, их десуверенизации окажутся неминуемыми для всех тех, кто либо рассчитывает на собственные силы, либо на снисходительность хозяев планетарного дискурса.

Сегодня политики, аналитики или просто обыватели продолжают сохранять упрощённое чёрно-белое видение, согласно которому есть «империя зла» (СССР и его правопреемник Россия), от которой надо бежать в объятия вожделенного Запада в лице США и ЕС. Пока лишь совсем немногие способны увидеть новые реалии. Как происходит подчинение стран нашего региона посредством механизмов МВФ, Всемирного Банка, ВТО и «рекомендаций» ЕС, как именно осуществляется новая колонизация, для широкого большинства всё это остается недоступной истиной. Многие из нас продолжают упорно бороться с «призраком коммунизма», совершенно не ведая того, что ему довольно успешно пришел на смену уже не фантомный, а абсолютно реальный глобализм. Вот только, в отличие от воинствующего коммунизма, новый планетарный проект предпочитает иные, «мягкие» методы – финансово-экономические. На сей раз, порабощению предшествует и постоянно сопутствует интеллектуальное поражение обществ, становящимися одно за другим объектом интереса всемирных игроков. Поскольку без массовой культуры, без инокуляции состояния всеобщей фасциинации, без коллективного опьянения от «макдонализации общества» (Джордж Ритцер), без доминирования потребительства с его тоталитарными брендами и трендами, soft аннексия была бы просто невозможной. Ведь «триумфальный марш глобализма» как идеологии новой американской империи оказался столь успешным именно благодаря изощренным технологиям «промывания мозгов» и умелого веденияпсихологической войны (MTV, Голливуд и другие инструменты «общества зрелищ»), которой непрерывно руководит корпоратократия.

Из активного вершителя «Истории», из субъекта охваченного прометеевским духом, коим еще представал перед нами человек периода начала вулканического выхода из советского прошлого, он очутился в новой и неожиданной для него ипостаси. Или, как показывает Дугин, из всех обещанных свобод, осталась лишь свобода выбора телеканалов:
«Люди стали созерцателями телевизора, научились лучше и быстрее переключать каналы. Многие вообще не останавливаются, щелкают пультом, и уже не важно, что показывают – артистов или новости. Зритель Постмодерна в принципе ничего не понимает из того, что происходит, просто идет поток картинок, которые впечатляет. Телезритель втягивается в микропроцессы, становится недо-зрителем, «субспектатором», который смотрит не программы или каналы, а отдельные сегменты, секвенции программ».

Всё наше негодование, несогласие или просто желание сбежать от невыносимой реальности, растворяется по вечерам перед экранами телевизоров. Вот война в Сирии, а вот футбольный матч, мыльный сериал или политическое ток-шоу. И все как-то налаживается. Мы расслабляемся, получаем удовольствие и тихо засыпаем. «Мы – в Постмодерне», – подсказывает нам автор.

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В ответ на возникновение глобальной гипердержавы, претендующей на мировое господство, Александр Дугин демонстрирует необходимость сближения народов бывшего СССР. Но для того, чтобы подобный проект стал возможным и жизнеспособным, мы не должны обходить вниманием тёмные страницы нашего прошлого. Ведь была и насильственная ассимиляция, и ссылки, которым подверглись целые народы. Сам «национальный вопрос» не был бы разыгран извне столь успешно в момент развала СССР, если бы не существовало притеснение культур и языков «братских народов». Отсюда и столь болезненная травма в коллективном сознании постсоветских обществ, которая ещё даёт о себе знать.

Сегодня Россия стремится создать Евразийский Союз, приглашая к сотрудничеству народы бывшего СССР, уже вкусившие дух свободы и независимости. Ещё неизвестно, имеет ли этот масштабный проект шансы на успех в заявленном виде. Но, так или иначе, нашим народам необходимо более тесное сотрудничество, с тем чтобы выстоять перед лицом общих угроз. И какую бы форму не приняли наши отношения, они могут развиваться и быть долгосрочными лишь в той мере, в какой Россия, сможет правильно ответить на новые вызовы, сумеет понять своих соседей и будет действовать с учетом их интересов, с уважением их суверенитета и идентичности. И тут духовная близость не менее важна, нежели экономическая составляющая.

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Суть Четвёртой политической теории, евразийства как одной из её версий, теории многополярного мира именно в этом и состоят: правильно распознать и определить «знаки времени» (Р. Генон), отложить «конец истории» (Ф. Фукуяма), выстоять перед натиском слуг лукавого. Профессор Дугин подчёркивает, что Четвёртая политическая теория – это далеко не законченная теоретическая концепция. Её творческое развитие и возможная (необходимая!) историческая реализация во многом зависит от участия представителей национальных элит других народов в этом масштабном проекте. Отсюда и острая необходимость аппеляции к Традиции, к истокам, к духовному Востоку, к метафизическим реалиям, которые главенствуют над физическими, материальными реалиями.

Теоретизируя концепт моногополярности, автор настаивает на его исключительном историческом значении, от которого зависит сама судьба человечества, сам смысл его бытия. Проблема сформулирована радикально, твёрдо и однозначно: «Если многополярный мир будет построен, история продолжится. Если нет, то Постмодерн воцарится окончательно, и оназакончится, уступив место «Пост-истории» (на сей раз – безо всякого зазора)».

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Утверждая принцип моногополярности в качестве необходимой реплики американоцентричному глобализму, развивая идею Карла Шмитта о «больших пространствах», автор приводит спорный, с нашей точки зрения, пример успешной интеграции «большого пространства» Западной Европы в лице нынешнего Евросоюза. По крайней мере, так может показаться на первый взгляд из соответствующего контекста книги. Думается, что всё-таки ЕС представляет собой не органичное и гармоничное слияние ценностей и интересов западноевропейских наций, а искусственный, богоборческий, безнравственный и антинародный мегапроект. Противоестественный характер ЕС становится очевидным во многом благодаря и содержательной аргументации автора, который показывает, что триумф Модерна, равно как и падение в Постмодерн, со всеми их искривлениями и витиеватыми выворачиваниями, направлены против Традиции, против Бога, то есть и против человека. Следовательно, ЕС не является выражением «свободного волеизъявления» народов Западной Европы или результатом «объективной исторической эволюции». По нашему мнению, ЕС, удушает национальную идентичность, политический суверенитет и экономическую свободу народов. Таким образом, он противоречит истинным интересам европейцев. Свидетельством тому выступают и многочисленные известные западные мыслители, приведённые автором в данной книге, многие из современных значимых фигур академического сообщества Западной Европы являясь близкими друзьями и единомышленниками московского философа.

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Следуя блестящей интеллектуальной традиции, намеченной Рене Геноном и исходя из опыта сегодняшнего дня, Александр Дугин развивает концепт цивилизации. Автор не оставляет ни малейшего сомнения в несостоятельности претензий Запада на собственную исключительность, он настаивает на существовании целого ряда цивилизаций, обладающих всеми элементами данного понятия и никак не уступающие западной. Евроцентризм прошлых столетий, и занявший сегодня его место американоцентризм, считающий Запад эталоном, а всех остальных – недоразвитыми «дикарями» и «варварами», которых следует подтянуть до общего стандарта, неприемлемы для Дугина. Отсюда и необходимость отрицания универсальности исторического опыта европейской цивилизации. Исходя из ряда серьезных аргументов, автор полностью отбрасывает идею о том, что наши общества, равно как и все остальные «периферии», будто бы являются «недозападом», отстающими от их цивилизационных штампов.

Для внимательного наблюдателя очевидно, что процессы, происходящие в наших странах, носятимитационный характер. Практически во всех областях происходит тотальное соревнование по копированию чуждых нам моделей. Последние десятилетия породили гротескную модель общества, которую можно назвать «цивилизация copy paste». Понимание огромного давления извне, приводящего к ускоренному размыванию всего самобытного, истинно национального, должно вызвать, по мнению автора, адекватный подход. Подобная позиция, считает Дугин, «требует метафизического переосмысления русской идентичности, незамедлительной разработки русской национальной идеи». Действительно, довольствоваться тем, что уже было разработано в течение предыдущих исторических этапов, по меньшей мере, недостаточно, да и неэффективно.

Данная проблематика не менее актуальна для Молдовы. Вопрос о нашей коллективной идентичности далеко не исчерпан. И тут ни наивный молдовенизм, противопоставляющий себя всему румынскому, ни панрумынизм, игнорирующий всю специфичность народной ментальности и колоритную мозаику культур миноритарных этносов, не могут рассматриваться как адекватные модели. Оба подхода можно условно назвать французским термином пассеизм (фр. passé — прошлое). То есть, речь идёт о чрезмерном пристрастии к плохо понятому прошлому, но и о безудержном желании воспроизвести его в настоящем и проецировать на будущее. При более внимательном рассмотрении, становится очевидным, что эти кажущиеся непримиримые позиции имеют много общего. В поисках «потерянного Рая», эти грёзы направлены с назойливой симметричностью не столько в далёкое прошлое (как в случае традиционалистов), сколько в не так давно минувшие времена: довоенное (румынское) или послевоенное (советское) время. Нам же необходимо проникнуться пониманием смысла времени, да и исторического контекста на каждом новом этапе.

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Вопрос «Кто мы?», сформулированный в заглавии одной из своих книг известным американским социологом и политологом Самюэлем Хантингтоном, не менее актуален и для нашего народа. Напомню, что книга имеет следующий подзаголовок: «Вызовы американской национальной идентичности». Для нынешней Молдовы этот фундаментальный вопрос не может долго оставаться без объёмного, солидного и насколько возможно исчерпывающего ответа. Тем более, что вызовы, стоящие перед нами, несоизмеримо более велики чем те, на которых акцентирует внимание американский автор в случае своего народа. И тут дешевые идеологические суррогаты об евроинтеграции как национальной идее полностью несостоятельны.

Несколько лет назад я определял нашу Родину следующим образом: «Молдова – часть, которая стала целым». Может, я забежал немного вперед и нашей стране еще только предстоит обрести сознание цельного, органического сообщества в будущем. Поскольку без понимания своей уникальности, своей особой миссии, всякий народ рискует окончательно потерять свой путь и раствориться в общем котле глобализации. А пока на локальном уровне продолжаются политические бои между «молдовенистами» и «румынистами», коварное цунами мондиализма с особым изяществом и без видимого насилия настойчиво наступает, лишая нас шаг за шагом всех элементов коллективной идентичности: чувства принадлежности к земле, к семье, к общим ценностям. Перед лицом особой опасности, поверхностные идеологические противоречия должны уступить место национальной солидарности. Это должно произойти и в более широком масштабе. Чувство принадлежности к единой православной вере, к единой цивилизационной матрице, византийской, должны нам помочь преодолеть старые обиды. Я думаю, прежде всего, об отношениях между Россией и Румынией. Это особенно важно для Республики Молдова. Румыния является исторической Родиной для одних из нас, а Россия – для других. Наше культурное наследие, наши языки, наши ментальные формы и духовные символы тянутся к этим двум странам и народам. И от взаимопонимания между ними во многом зависит ситуация в моей страны – Молдове.

И здесь концепция неоевразийства, разработанная профессором Дугиным, может иметь особое значение. Тем более что, как правило, союзы между странами традиционно строились не обязательно по принципу культурной близости (хотя в нашем случае дело обстоит именно так!), а по принципу «против кого дружим». Или, иначе говоря, кто выступает в роли «общего врага». Дугин дал на это исчерпывающий ответ. Наш общий враг – либерализм, атлантизм, пиратская система талассократии. Смысл сакральной геополитики, свежее прочтение понятий «Восток» и «Запад» при помощи Традиции, равно как и суть теллурократии (континентальной силы, силы суши), но и её антипода – талассократии (морской силе, водной цивилизации) – все эти понятия являются исключительно важными элементами данной книги. Они способны помочь читателю преодолеть фрагментарное, поверхностное или деформированное видение картины современного мира.

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И тут хотелось бы вернуться к молдавскому патриотизму или к тому, как мы ощущаем нашуабсолютную Родину – Молдову. Для того, чтобы мы состоялись как естественная, органическая общность, нам нужно окончательно выздороветь от странного смешения чувства любви с чувством ненависти. Одни из нас любят Молдову ровным счётом столько, сколько ненавидят Румынию. Другие же, с абсолютной симметричностью, любят Молдову в той же мере, в которой ненавидят Россию. Исторические и идеологические предрассудки будоражат умы многих из нас, выражаясь в болезненной идентификации образа «внешнего врага» с одним из двух соседних народов. Страх перед «русским нашествием» сталкивается с боязнью перед «румынским нашествием». И тут сигналы извне ловко переплетаются с дежурными «страшилками» местных политиков, наживающих на этом свой электоральный капитал. Неуверенность, навязчивая идея о временности нашего государства, паническое ожидание его неминуемой абсорбции одной из сторон (якобы) вынашивающих претензии об «исторических правах» на нашу землю и на наше будущее, раскалывают общество на два воюющих и непримиримых лагеря.

Но, несмотря на это, я уверен, что в нашем искреннем усилии возродить в полной мере главную черту нашего национального характера – Православие, старые фобии растворятся бесповоротно. С религиозной точки зрения мы – одна из самых гомогенных стран. Более девяноста пяти процентов граждан – как мажоритарный этнос, так и этнические меньшинства – исповедуют одну и ту же православную веру. И пусть многие из нас не являются активными практикантами, но наш менталитет, наша социальная этика, наша культура глубоко пронизаны духом восточного христианства. Именно этот фактор, как и общие исторические пласты, могут привести к реализации не только успешного национального проекта, но и значительно более широкого проекта, описанного Дугиным как «большое пространство». Речь идёт о проекте, связывающем два континента, принадлежащих восточным, созерцательным, духовным и религиозным народам. Известное изречение гласит: всякому великому свершению предшествует великая мечта. Именно такой представляется и неоевразийская концепция Дугина. Это не есть праздное чтиво или игра интеллектуальных абстракций, а приглашение к решительным действиям, к борьбе, к всеобщей, планетарной схватке.

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Настаивая на необходимости духовного возрождения своего народа, столь необходимого после коммунистического периода и после разгула либерализма в последние десятилетия, Дугин показывает, что экономическому и техническому развитию (которым, кстати, следует учитывать своеобразие, идентитарный профиль народа) обязательно должна предшествовать революция в коллективном сознании, черпающая свою энергию из Традиции. «А еще России нужна консервативная революция», – утверждает автор. Молдова нуждается в консервативной революции в той же степени.
«Русский консерватизм естественным образом основывается на Православии», – говорит автор. К этому остаётся добавить, что и молдавский консеравтизм имеет те же религиозные основы. И это важнее всех реальных или кажущихся разногласий. Поиск общего знаменателя, который должен предшествовать более тесному сотрудничеству, должен ориентироваться на метафизику, на фундаментальные онтологические искания, а экономика и политика лишь последуют за этим. А для тех, кто полагает, что в нашем обществе нет сильного течения мысли глубинного консервативного начала, мы приведём некоторые примеры.

Вся бесконечная возня, затеянная евробюрократией по поводу так-называемого закона «об антидискриминации», названного позже «о равенстве шансов», то есть о правах «сексуальных меньшинств», вызвала мощную реакцию общества. Инстинкт самосохранения православного народа вырвался наружу из коллективного подсознания, хранящего наши незыблемые традиционные архетипы. Оказавшись под коварным натиском внешнего врага, использующего в качестве «пятой колонны» коррумпированную либеральную власть и сети влияния, сплетённые из клиентуры зарубежных фондов, самопровозгласивших себя «гражданским обществом», мы ощутили, может быть, как никогда прежде, нашу глубоко религиозную идентичность. Именно тогда выявилось истинное лицо пресловутой европейской интеграции. Коротко это можно описать так: меняем спасение души на обещание «земного рая». И всё же принятие сего антихристианского закона имеет и свою положительную сторону. Это событие окончательно сорвало маски добропорядочности с лиц заезжих эмиссаров из Брюсселя.

Полное интеллектуальное и политическое подчинение государственной власти Молдовы внешним центрам управления раскрыли во всей своей остроте фундаментальное противоречие между «мифосом» (коллективным бессознательным) и «логосом» (рациональностью, сознанием). Подобный социологический анализ сути происходящего, вытекающий из концепции профессора Дугина, созвучен определению, сформулированному еще в тридцатые годы прошлого века известным румынским социологом Димитрие Густи. Он характеризовал подобные отношения между властью и обществом как «конфликт между государством и нацией». Или, как выразился о подобного рода явлениях московский философ в своей монографии «Археомодерн» (2012), «Элиты пытаются освоить заимствованные модели логоса или представляют собой, в полном смысле слова, колониальную администрацию. Массы уходят в бессознательное, лишь формально принимая навязанную сверху модель».

По этому грустному поводу, некоторое время назад я сделал несколько замечаний, связанных с нашим движением из пункта А (СССР) к пункту Б (ЕС). В статье «Стефан Фюле, содомиты и утраченные иллюзии, или Прощай, европейская интеграция!» я отмечал следующее: «С момента обретения Независимости и по сей день, мы прошли, можно сказать, блестящий путь. Бежали от дьявола, и попали в лапы к сатане. Помчались прочь от «большевицких комиссаров» и нарвались на «европейских». Или, если угодно, променяли «красных» комиссаров на «голубых».

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В ситуации с навязыванием со стороны евробюрократии греха и нравственного разложения, среди проявивших приверженность к традиционным ценностям оказались представители партии, которая, считалось, что должна была повести себя совсем иначе. Речь идёт о коммунистах. Их неприятие подобных моделей западного общества исходят не столько из ностальгии по советскому прошлому, сколько из глубокой, может быть, не до конца осознанной консервативной сути. Их антилиберальная позиция исходит из необходимости защиты ценностей, определяющих суть коллективной идентичности человека: религиозную, культурную, сексуальную. Подобная позиция не имеет ничего общего ни со старой коммунистической идеологией, ни с идеологией европейских левых (А. Дугин практически исчерпывает данную тему в настоящей книге). Примерно также выражается их позиция в связи с критикой спекулятивного капитализма, олигархии, социального неравенства, тотальной приватизации в ущерб обществу, получения безграничного количества кредитов из-за рубежа и.т.п. А это уже есть отчётливые элементы этатизма,протекционизма и «экономического национализма» (Ф. Лист). Само открытое уважение к Церкви, а также наличие активных православных верующих среди молдавских коммунистов, показывает глубокую приверженность широкого большинства членов данной партии к Традиции, то есть демонстрирует их консервативное призвание. Именно поэтому, для молдавских левых переосмысление собственного идеологического профиля может происходить более продуктивно при изучении «Четвёртой политической теории». Думается, что свежая волна консервативной мысли является остро необходимой для них. В этом нуждаются не только наши левые, но и часть правых, более приверженных традиционным ценностям и не потерявших способность мыслить в категориях нравственности, ответственности и патриотизма под давлением либерального Запада.

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Подвергая жёсткой критике либерализм как политическую теорию и Модерн в целом, автор объёмно анализирует демократию как форму организации общества. И всё-таки один чрезвычайно важный аспект, касающийся критического отношения консерваторов к демократии, еще не высказан до конца и не получил своего полного теоретического оформления.

Речь идёт о мифе республиканизма, столь дорогого для адептов либерализма, равно как и коммунизма. Ведь если нам уже удалось познать во всей её дьявольской сущности подобную власть, произрастающую как бы снизу вверх (Традиция по праву утверждает совершенно обратное: власть дана людям сверху вниз, её источник всегда трансцендентальный, а правитель – «помазанник Божий» – прямой посредник между небом и землёй), если мы понимаем, как ведёт себя десакрализованная власть, мы не можем не чувствовать всей остроты и трагичности следующего вопроса. Каким образом, с точки зрения политической философии, аппелирующей к Традиции в ходе разработки Четвёртой политической теории, можно выстроить легитимность и особенно функциональность новой модели власти как части консервативного проекта? Но при этом, не прибегая к пародийному «всеобщему голосованию» и к столь абсурдной преемственности власти на основе «свободного волеизъявления», то есть смены власти в условиях «социальной карусели», выводящей на вершины политической иерархии проходимцев и манипуляторов всех мастей.

Закат исторического цикла Модерна и сползание в Постмодерн высвечивают с ещё большей ясностью весь драматизм и (кажущуюся) безысходность этой «спирали падения», этого «круговорота лжи», коей является современная политическая система. Ведь действительно, мы оказались в западне, а наши всё более напряжённые усилия наделить властью «лучших из лучших» оборачиваются бегом на месте. И снова прокручивается то же кино, и горькое чувство déjà vu (уже увиденного) подчёркивает тщетность всей игры в демократию. Это ли не симулякр, как сказал бы профессор Дугин?
Для того чтобы понять во всей её глубине политическую систему, именуемую либеральная демократия, как и соотношение терминов демократия-плутократия-клептократия (т.е., власть народа – власть денег – власть воров), достаточно внимательно прочитать лишь одну главу из другой книги Дугина, «Конец экономики» (2010), которая, надеюсь, также выйдет в свет в Молдове и Румынии. Речь идёт о метафизике денег.

Итак, мы в порочном круге. Иначе и быть не может, коль скоро в условиях демократии (либеральной или коммунистической) власть профанирована в первичном понятии этого термина, то есть стала секулярной, десакрализированной. В этом контексте, для современного консерватора, для всех тех, кто готов участвовать в дальнейшей разработке Четвёртой политической теории, открывается широкое поле деятельности. Она должна быть направлена на поиск, очертание и кристаллизацию новой, постдемократической, постлиберальной моделипостроения и преемственности государственной власти.

О том, что модель «массовой демократии» представляет собой совсем другое, чем публично декларируется, было написано немало. Крал Шмитт – среди тех, кто сделал это блестяще еще почти сто лет назад. «Сегодня положение парламентаризма так критично, – пишет Шмитт в 1923 году, – потому что развитие современной массовой демократии сделало аргументирующую публичную дискуссию пустой формальностью. Некоторые нормы сегодняшнего парламентского права, прежде всего, предписания о независимости депутатов и об открытости заседаний, вследствие этого выглядят как излишняя декорация, бесполезные и даже неловкие, как будто кто-то раскрасил батареи современного центрального отопления языками красного пламени, чтобы вызвать этим иллюзию горящего огня. Сегодня партии (…) противостоят друг другу уже не как мнения в дискуссии, а как социальные или экономические силовые группы, рассчитывают обоюдные интересы и возможности власти и на этой фактической основе заключают компромиссы и создают коалиции. Массы завоёвываются с помощью пропагандистского аппарата, добивающегося самого большого эффекта на аппеляции к самым насущным интересам и страстям. Аргумент в его подлинном смысле, который характерен для настоящей дискуссии, исчезает. На его место в переговорах партий приходит целеустремлённый расчёт интересов и силовых шансов». Острая актуальность данного анализа знаменитого немецкого юриста и мыслителя очевидна. Возможно, если бы нам, в момент распада СССР и появления на его руинах новых государств, были бы доступны такого рода фундаментальные работы, нас бы не так легко одурманили мифами о демократии и всеобщей свободе.

Точно таким же образом обстоят дела в области экономики. Дугин подчеркивает в той же книге «Конец экономики», что если в момент провала коммунистической системы нам стала бы известна суть «третьего пути» в экономике, возможно, сегодня всё обстояло бы иначе. Более того, он подчёркивает: тот факт, что с самого начала Перестройки практически никто не обратил на него никакого внимания, предпочитая говорить о выборе между двумя противоположностями, является «величайшим интеллектуальным преступлением». Речь идёт об особо ценной теории, заложенной ещё Фридрихом Листом в своих научных разработках и получившей удачное практическое применение в германских землях в XIX веке в виде «таможенного союза». Данная концепция, находящаяся между коммунизмом и либерализмом, также известна какпротекционизм, экономический суверенитет или экономической национализм. В этом контексте, представляются особенно значимыми и работы известных современных американских авторов Дэвида Кортена, Джозефа Стиглица, Джона Перкинса, Пола Готфрида, Вильяма Грейдера, южнокорейца Ха-Джун Чанга, а также других крупных представителей академического сообщества международного масштаба. Как известно,в «рыночном обществе» политическая система не более чем инструмент плутократии. Для того чтобы покончить с контролем со стороны финансовых кругов над политической властью, автор «Конца экономики» справедливо считает, что необходимо чёткое разделение между политикой и экономикой, между капиталом и руководством государства. Безусловно, данная мера жизненно необходима с тем, чтобы чиновники служили национальным интересам, народу, а не дельцам, подкармливающих власть. Теперь лишь необходимо дать этой благой идее более внятный и конкретный вид, а затем и реализовать на практике. То есть, выработать все детали политической системы вытекающей из консервативного мировоззрения.
Время монархий ушло, сменившись массовой демократией и парламентаризмом. И сколь бы дороги не были нам былые времена Премодерна, Александр Дугин прав: обращение к Традиции никоим образом не означает того, что можно вернуться в прошлое и воспроизвести его в сегодняшних условиях. Но, отталкиваясь от форм правления, существующих до наступления Модерна, мы открываем для себя невероятно сложную задачу. А что предлагают консерваторы взамен «обществу спектакля» с его имитацией свободы выбора?

Итак, мы лишь хотели привлечь внимание к тому, что данная глава нашего «Катехизиса современного консерватора» еще не дописана. Мы уже знаем чему сказали твёрдое нет, что для нас неприемлемо. И вот теперь перед нами открывается широкая перспектива для философского, социологического, политологического и юридического творчества, для поиска выхода из этого (кажущегося) исторического тупика. Прибегая к известной метафоре, можно сказать, что мы чётко уловили разницу между компасом и часами. Направление выбрано – этокомпас. Теперь дело за выбором ритма, с которым мы движемся к заданной цели – а это ужечасы. Их тиканье напрягает нашу мысль и нашу волю.

Если Творец создал нас свободными и каждую секунду мы находимся перед выбором, следовательно, наша судьба, сама история, не фатальна и не безальтернативна. Наша вера, равно как и максимальная концентрация нашей воли и нашей идеи, должны стать импульсом для создания постдемократической модели власти, исходящей из византийской симфонии между духовной и политической властью и адаптированной к условиям сегодняшнего дня.

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Выход в свет «Четвёртой политической теории» в Молдове вызван не только близостью видения русского мыслителя Александра Дугина и нашим мировоззрением. Это, прежде всего, плод глубокого убеждения, что данная работа, предназначенная для читателей из Молдовы и Румынии, может содействовать столь необходимому диалогу между представителями национальных элит трёх стран. Утрата иллюзий, связанных с коммунизмом и либерализмом, обязывает нас переосмыслить собственные политические взгляды и искать выход из концептуального тупика, в котором мы оказались. И тут новая, свежая волна консервативной мысли, основанная на Традиции, может и должна стать ответом на наши разочарования и искания. Положительная реплика триумфальному либерализму предполагает не только серьёзное и последовательное формулирование консервативного дискурса. Это и слияние идей, исходящих от близких с цивилизационной точки зрения народов, образующих единую трансконтинентальную сущность и проявляющихся взаимодополняемым разнообразием. Конфликт между духовным Востоком, коему принадлежат народы России, Молдовы и Румынии, и столь чуждым нашей природе материальным Западом, требует однозначных позиций и полноценного участия. Наша истинная национальная идентичность, а также наша общая, цивилизационная идентичность, раскрываются лишь перед теми, кто направляет свои взоры к изначальному Востоку. Отсюда и необходимость поиска союзников в этом пространстве сакральной географии. А данная книга может стать хорошим поводом найти друг друга, признавая в каждом из нас носителей тех же непреходящих консервативных ценностей. Именно этим ценностям предстоит излучать творческую энергию, обрести в обозримом будущем мощное культурное, доктринальное и политическое выражение.

GÂNDIREA CONSERVATOARE CA TEMELIE A CELEI DE-A PATRA TEORII POLITICE SAU NEOEURASIANISMUL CA APEL LA TRADIŢIE ÎN CONDIŢIILE POSTMODERNITĂŢII

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Lucrarea cunoscutului gânditor rus, profesorul Aleksandr Dughin, „A Patra teorie politică”, trebuia să vadă lumina tiparului şi în Moldova. Actualitatea ei cu totul aparte se resimte tocmai pentru faptul că în politologie, în analiza politică sau în comentariile cotidiene urmărim de cele mai multe ori construcţii intelectuale învechite, pe care le-am moştenit din secolele XIX şi XX. Sacralizarea comunismului, obligatorie în perioada sovietică, a fost substituită cu divinizarea liberalismului. O abordare critică coerentă şi profundă a liberalismului practic lipseşte. În învăţământ venerarea marxismului e înlocuită cu occidentomania.

Ştiinţele socioumane au respins „întunecatul trecut sovietic”, recunoscându-l ca pe unul greşit, şi au descoperit subit „singura cale istorică dreaptă” – cea prooccidentală. La ora actuală, toate lucrările de doctorat şi compunerile elevilor deja nu-i mai citează pe Marx şi Lenin, ci pe adversarii lor ideologici din tabăra liberalilor. În plus, osanalele aduse democraţiei şi drepturilor omului sunt indispensabile. Atitudinea faţă de integrarea europeană şi faţă de tot ce e legat de Occident a devenit un sentiment aproape religios. Cei „de dreapta” îi numesc în batjocură pe comunişti „bolşevici”, iar cei „de stânga” îi înfierează pe cei „de dreapta” cu eticheta predilectă fascişti”. Liberalii şi comuniştii se luptă de zor unii cu alţii, fără să priceapă esenţa clişeelor ideologice pe care le folosesc. O serie de „dogme ştiinţifice” din perioada sovietică s-a înscris în mod organic în noul sistem de învăţământ postsovietic. La fel ca pe vremea sovieticilor, istoria din nou pare a fi una fără alternativă, iar triumful globalismului – inevitabil. Secularismul, darwinismul social, scientismul, istoricismul, progresismul, credinţa în timpul linear şi alte elemente ale marxismului au alunecat pe o pantă dulce în liberalism. Foştii lectori de istorie a PCUS şi de comunism ştiinţific s-au reprofilat peste noapte în politologi prooccidentali.

Pentru a umple măcar parţial vacuumul intelectual existent, am primit permisiunea autorului să-i traduc lucrarea în română pentru cititorii din Moldova. După vizita efectuată de profesorul Dughin în Moldova în vara anului 2013, am publicat cu regularitate fragmente din lucrarea respectivă pe paginile săptămânalului „Flux”, ele trezind un viu interes din partea celor care se preocupă de geopolitică, filozofia politică sau, pur şi simplu, de realităţile politice. Am convingerea că lucrarea de faţă merită să fie studiată de cei care predau sau învaţă la facultăţile socioumane sau se ocupă de activitatea de cercetare în institutele de profil ale Academiei de Ştiinţe. Lecturarea ei va contribui cu siguranţă la depăşirea unui şir întreg de mituri şi abordări infantile ale istoriei, filozofiei, sociologiei, geopoliticii, relaţiilor internaţionale, precum şi ale altor ştiinţe socioumane.

Căutând să pătrundem în esenţa lucrurilor, ne aflăm într-o căutare permanentă a unor purtători de idei noi. Această căutare trece cu uşurinţă peste graniţe, iar atunci când ne reuşeşte să descoperim minţi şi suflete înrudite, suntem cuprinşi de un sentiment profund al bucuriei. Pentru mine personal, Aleksandr Dughin reprezintă anume o astfel de descoperire. Am putea să nu cădem de acord asupra unor probleme, să polemizăm pe marginea unor subiecte, dar sentimentul apartenenţei la aceeaşi familie spirituală face aceste discuţii pline de lumină şi aducătoare de roade bune. Această carte a lui Dughin este o puternică invitaţie la dialog, la concentrarea gândului, la explozia energiei sufleteşti şi la curăţarea raţiunii, întinate de gunoiul intelectual, care ucide însăşi capacitatea de gândire prin intermediul sistemului de învăţământ, presei şi „corectitudinii politice”.

Versiunea pe care o publicăm apare cu prescurtări nesemnificative, convenite cu autorul, fiind vorba despre aspecte ce ţin de realităţi politice din Rusia, care nu prezintă un interes aparte pentru cititorul nostru.

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Printre multitudinea de idei, care merită o atenţie aparte din partea cititorilor cărţii „A Patra teorie politică”, voi cita aici o concepţie deosebit de valoroasă, numită de autor „Structura tripartită a epistemei conservatoare”. Dughin subliniază pe bună dreptate că din tot volumul disciplinelor ştiinţifice, este necesar să fie scoase în evidenţă „trei discipline fundamentale”, şi anume teologia, etnosociologia şi geopolitica. Autorul continuă:

„Mai presus de toate se află teologia, deoarece religia nu înseamnă doar cult şi ritual, ci şi un profund sistem de viziune asupra lumii. Este ştiinţa despre spirit.

Teologia trebuie să încoroneze educaţia; fără ea orice epistemă conservatoare va fi una incompletă şi va rămâne în aer. Teologia este o ştiinţă împărătească, este ştiinţa ştiinţelor; ea nu e pur şi simplu una dintre ştiinţele umanitare şi sociale, ci principala, iar toate celelalte ştiinţe reprezintă calea spre teologie.

Pe locul doi trebuie să plasăm etnosociologia. Până la ora actuală, în ştiinţa de la noi nu a fost pomenit aproape deloc nici poporul, nici etnia. Acest fapt nu trebuie să ne surprindă: pentru comunişti drept subiect al istoriei apare clasa, iar pentru liberali – individul. Nici într-un caz, nici în celălalt, loc pentru popor şi etnie nu mai rămâne. Etnosociologia este ştiinţa fundamentală a proiectului conservator. Dacă nu vom face o descriere prealabilă corectă a poporului nostru şi a altor popoare cu care interacţionăm, noi pur şi simplu nu vom fi competenţi să vorbim despre conservatorism. Etnosociologia nu este o simplă descriere formală a particularităţilor etnologice ale poporului, ci cercetarea acelor aspecte care sunt definitorii pentru un popor, este pătrunderea ontologiei lui, a existenţei lui.

Şi, în sfârşit, a treia disciplină este ştiinţa despre spaţiu, adică geopolitica. Aici totul este evident, deoarece aceasta este prin definiţie ştiinţa care studiază relaţia între stat şi spaţiu. Plasându-se pe ultimul loc în ierarhia disciplinelor fundamentale ale epistemei conservatoare, ea comportă o semnificaţie practică enormă.

Astfel, în accepţia conservatoare, teologia, etnosociologia şi geopolitica constituie structura trihotomică a ştiinţei.”

O formulare atât de exactă a viziunii gânditorului conservator asupra însănătoşirii sistemului de învăţământ i s-ar putea părea unui cititor mai puţin pregătit fie radicală, fie, în genere, inacceptabilă. Însă considerăm că cei care se vor concentra asupra unei studieri profunde a lucrării de faţă, vor pătrunde sensul acestei viziuni. În caz contrar, suntem condamnaţi să ne bălăcim la suprafaţa dogmelor gândirii comune şi să ignorăm înţelegerea adâncă a temeliilor lumii, dar şi a sensului însuşi al istoriei omenirii.

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Autorul nu-şi ascunde sentimentul cu totul aparte faţă de Rusia. În Moldova şi în România o dragoste atât de ardentă a lui Dughin faţă de Rusia este privită uneori cu o anume reţinere. O astfel de atitudine are cauze istorice evidente. Rănile vechi încă îi neliniştesc pe mulţi dintre noi. Însă, decât să căutăm cusururi în sentimentele şi gândurile profesorului Dughin, ar fi cu mult mai important să iubim la fel de sincer şi de total pământul nostru sfânt, strămoşii noştri, ca şi pe urmaşii noştri încă nenăscuţi, cu aceeaşi pasiune pe care o manifestă Dughin. „Pentru un rus nimic nu este prea de tot”, scrie autorul.

Fiind o natură cu adevărat pasională, Dughin nu cunoaşte jumătăţile de măsură. Tocmai de aceea să nu-i cerem o dragoste moderată faţă de Patrie. Patria Absolută nu poate fi obiectul unor sentimente înjumătăţite sau raţionale. Este o stare a sufletului şi a minţii întotdeauna totală, nemărginită, atotcuprinzătoare, înălţătoare, spirituală, luminoasă, dar şi războinică. Sau, aşa cum afirmă însuşi autorul, „Eurasianismul este slujirea religioasă a Rusiei”.

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Îndelungatul coşmar colectiv al uitării a împins societatea noastră într-o gravă tulburare a sufletului, a credinţei, a conştiinţei şi a rămăşiţelor raţiunii. Şi, deocamdată, puţini sunt cei care au avut puterea şi înţelepciunea să se ridice împotriva propriilor prejudecăţi, împotriva inerţiei de gândire colectivă, contra minciunii dominante, contra ispitei generale, emanate de „societatea de consum” şi de împărăţia globală a fericirii virtuale.

Dughin arată în mod pregnant semnificaţia înfrângerii URSS şi a lagărului socialist în „războiul rece”. Acesta a fost pe drept cuvânt un război planetar, războiul între liberalism şi comunism, a Primei teorii politice cu cea de-a Doua. Aşadar, fiul legitim al Modernităţii, liberalismul, prin viclenie şi trădare, şi-a învins fratele său neviabil, comunismul. Dar, aşa cum s-a văzut, triumful liberalismului s-a transformat într-o adevărată înfrângere pentru toate societăţile, care au ajuns de sub dărâmăturile comunismului direct în captivitatea liberalismului. Doar că starea de captivitate – paradigmatică, conceptuală, ideologică, religioasă, spirituală, politică şi economică – nu a fost conştientizată imediat şi, în mod vădit, nu de toată lumea. Învingătorul, afişând un larg zâmbet hollywoodian, şi-a impus condiţiile capitulării. În tabăra învinşilor s-au pomenit toţi de-a valma: Rusia, republicile ex-sovietice şi sateliţii de ieri ai URSS. Tocmai din acest motiv, simţind cu toată fiinţa că Patria lui a devenit „target country” (ţară-ţintă), făcând uz de o strălucită analiză spirituală, filozofică, istorică, sociologică şi geopolitică, Dughin dezvăluie adevărata faţă a strategilor „noii ordini mondiale”, a globalismului ca ideologie totalitară, promovată de noii profeţi ai „escatologiei economice”.

Societăţile noastre postcomuniste continuă să perceapă din inerţie esenţa politicii internaţionale în cadrul lumii bipolare. Şi iată acum cititorul atent al cărţii „A Patra teorie politică” are un bun prilej să reevalueze atât istoria, cât şi ceea ce se întâmplă cu ţările noastre la ora actuală. Iar asta într-adevăr contează. Fiindcă atunci când vor realiza rolul nostru deloc onorabil de „obiect al invaziei” în procesul unui „război non-militar” (non-military war) de proporţii, exponenţii elitei intelectuale vor descoperi şi sensul statutului de colonie intelectuală, politică şi economică, atribuit ţării noastre. Şi atunci Rusia nu ne va mai apărea ca un potenţial agresor (asemenea Rusiei ţariste sau URSS), ci ca un potenţial aliat, ca partener în această confruntare cu dictatura globală, de care avem nevoie pentru a ne apăra cu forţe comune independenţa ţărilor noastre. În caz contrar, riscurile desubiectivizării statelor noastre în calitatea lor de actori internaţionali, al desuveranizării lor vor deveni inevitabile pentru toţi cei care fie contează doar pe forţele proprii, fie pe condescendenţa stăpânilor discursului planetar.

La ora actuală, politicienii, analiştii sau, pur şi simplu, oamenii de rând continuă să păstreze viziunea în alb-negru, potrivit căreia există „imperiul răului” (URSS şi succesorul ei de drept, Rusia), de care trebuie să fugim în îmbrăţişările mult râvnitului Occident întruchipat de SUA şi UE. Deocamdată, prea puţini sunt în stare să vadă noile realităţi. Cum se produce subordonarea ţărilor din regiunea noastră cu ajutorul mecanismelor FMI, al Băncii Mondiale, al OMC şi al „recomandărilor” UE, cum anume este realizată onouă colonizare, pentru marea majoritate toate acestea rămân a fi nişte realităţi inaccesibile. Încă destui dintre noi continuă să lupte cu „năluca comunismului”, rămânând în deplină neştire că acesta deja a fost succedat cu succes de globalismul deloc fantomatic, ci absolut real. Doar că, spre deosebire de comunismul agresiv, noul proiect planetar preferă alte metode, mai „blânde”, cele financiar-economice. De această dată, înrobirea este precedată (şi mereu însoţită pe parcurs) de înfrângerea intelectuală a societăţilor, ce devin una după alta obiect al interesului jucătorilor internaţionali. Fiindcă fără cultura de masă, fără inocularea unei stări de fascinaţie generală, fără beţia colectivă ca urmare a „mcdonaldizării societăţii” (George Ritzer), fără dominaţia consumismului cu tot cu brandurile şi trendurile lui totalitare, soft-anexarea noastră ar fi fost, pur şi simplu, imposibilă. Or, „marşul triumfal al globalismului” ca ideologie a noului imperiu american s-a dovedit a fi atât de reuşit anume datorită unor tehnologii sofisticate de „spălare a creierilor” şi unei abilităţi speciale de purtare a războiului psihologic (MTV, Hollywood şi alte instrumente ale „societăţii spectacolului”), pe care îl dirijează neîncetat corporatocraţia.

Dintr-un făuritor activ al „Istoriei”, dintr-un subiect cuprins de duhul prometeic, cum apărea în faţa noastră omul din perioada începutului ieşirii vulcanice din trecutul sovietic, el s-a pomenit într-o ipostază nouă şi neaşteptată. Sau, aşa cum arată Dughin, din toate libertăţile promise, a rămas doar libertatea alegerii canalelor de televiziune:

„Oamenii au devenit contemplatori ai televizorului, s-au învăţat să schimbe mai bine şi mai repede canalele. Multă lume în genere nu se mai opreşte tot butonând telecomanda, şi nu mai contează ce se demonstrează, artişti sau ştiri. Spectatorul Postmodernităţii, de fapt, nu înţelege nimic din ce se întâmplă: pur şi simplu se derulează un şuvoi de imagini, care impresionează. Telespectatorul este absorbit de aceste microprocese, devine semispectator, „subspectator”, care priveşte nu programe sau canale, ci segmente aparte, secvenţe ale programelor”.

Întreaga noastră nemulţumire, neacceptare sau, pur şi simplu, dorinţa de a evada din realitatea nesuferită se dizolvă seară de seară în faţa ecranelor televizoarelor. Iată războiul din Siria, dar iată şi un meci de fotbal, un serial întins ca pelteaua (soap movie) sau un talk-show politic. Şi toate parcă se aranjează cumva. Ne relaxăm, simţim senzaţia de plăcere şi adormim liniştit. „Suntem în Postmodernitate”, ne anunţă autorul.

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Ca răspuns la apariţia hiperputerii globale, ce pretinde la dominaţia mondială, Aleksandr Dughin demonstrează necesitatea apropierii popoarelor fostei URSS. Dar pentru ca un astfel de proiect să devină posibil şi viabil, nu trebuie să trecem cu vederea paginile întunecate ale trecutului nostru. Doar a existat şi asimilare forţată, şi deportări suferite de popoare întregi. Însăşi „problema naţională” nu ar fi fost exploatată din exterior cu atâta succes în momentul destrămării URSS, dacă nu ar fi existat asuprirea culturilor şi a limbilor „popoarelor frăţeşti”. De aici şi trauma atât de dureroasă în conştiinţa colectivă a societăţilor postsovietice, care încă se mai face resimţită.

Astăzi Rusia tinde să creeze Uniunea Eurasiatică, invitând la cooperare popoarele fostei URSS, care au simţit deja gustul libertăţii şi al independenţei. Încă nu se ştie dacă acest proiect de amploare va avea succes în formula anunţată. Dar aşa sau altfel, popoarele noastre au nevoie de o colaborare mai strânsă, astfel încât să poată rezista în faţa unor ameninţări comune. Şi orice forme ar lua relaţiile noastre, ele se pot dezvolta şi pot deveni durabile doar în măsura în care Rusia va reuşi să răspundă în mod adecvat noilor provocări, va putea să-şi înţeleagă vecinii, va acţiona luând în consideraţie interesele lor, manifestând respect faţă de suveranitatea şi identitatea lor. Iar aici apropierea spirituală nu e mai puţin importantă decât componenta economică.

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Esenţa celei de-a Patra teorii politice, a eurasianismului ca versiune a acesteia, a teoriei lumii multipolare constau anume în următoarele: a intui şi a defini corect „semnele vremurilor” (R. Guenon), a amâna „sfârşitul istoriei” (F. Fukuyama), a rezista în faţa ofensivei servanţilor celui viclean. Profesorul Dughin subliniază faptul că a Patra teorie politică reprezintă o concepţie încă nefinisată. Dezvoltarea ei creativă, ca şi posibila (necesara!) ei realizare istorică, depinde într-o măsură considerabilă de participarea exponenţilor elitelor naţionale ale altor popoare la acest proiect de anvergură. De aici şi necesitatea stringentă de a apela la Tradiţie, la origini, la Orientul spiritual, la realităţile metafizice, care predomină asupra celor fizice, materiale.

Teoretizând conceptul multipolarităţii, autorul insistă asupra importanţei lui istorice excepţionale, de care depinde însăşi soarta umanităţii, însuşi sensul existenţei ei. Problema e formulată în mod radical, ferm şi univoc: „Dacг lumea multipolarг va fi construitг, istoria va continua. Dacг, оnsг, nu va fi, Postmodernitatea va оnvinge definitiv єi ea se va termina, cedвnd locul Postistoriei (de aceastг datг, fгrг nicio fisurг оntre teorie єi practicг).

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Afirmând principiul multipolarităţii în calitate de replică necesară globalismului americanocentric şi dezvoltând ideea lui Carl Schmitt despre „spaţiile mari”, autorul aduce un exemplu care, din punctul nostru de vedere, este discutabil – cel al integrării reuşite a „spaţiului mare” al Europei Occidentale în cadrul UE. Cel puţin aşa s-ar putea înţelege din contextul respectiv al cărţii. După opinia noastră, UE totuşi nu reprezintă o contopire organică şi armonioasă a naţiunilor occidentale, ci un megaproiect artificial, dezdumnezeit, imoral şi antipopular. Caracterul nefiresc al UE devine evident în mare măsură şi datorită argumentării consistente oferite de autor, care arată că triumful Modernităţii, ca şi căderea în Postmodernitate, cu toate deformările şi distorsiunile ei, sunt îndreptate împotriva Tradiţiei, împotriva lui Dumnezeu, prin urmare, şi împotriva omului. Aşa încât UE nu reprezintă „voinţa liber exprimată” a popoarelor europene sau rezultatul unei „evoluţii istorice obiective”. După opinia noastră, UE sufocă identitatea naţională, suveranitatea politică şi libertatea economică a popoarelor. Astfel, el contravine adevăratelor interese ale europenilor. Drept mărturie a acestui adevăr serveşte şi un număr impresionant de gânditori occidentali, citaţi de autor în cartea de faţă, mulţi dintre exponenţii emblematici ai mediului academic din Europa Occidentală fiind chiar prieteni apropiaţi şi confraţi de idei ai filozofului moscovit.

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Urmând strălucita tradiţie marcată de Rene Guenon şi ţinând cont de experienţa zilei de azi, Aleksandr Dughin dezvoltă conceptul de civilizaţie. Autorul nu lasă nici urmă de îndoială asupra inconsistenţei pretenţiilor Occidentului asupra propriei excepţionalităţi; el insistă asupra existenţei unui şir de civilizaţii, care dispun de toate elementele acestei noţiuni şi nu cedează prin nimic în faţa celei occidentale. Eurocentrismul secolelor precedente, ca şi americanocentrismul care i-a luat locul în prezent, concepţie ce consideră Occidentul drept etalon, iar pe toţi ceilalţi drept „sălbatici” şi „barbari” subdezvoltaţi, care trebuie aduşi la un standard comun, este inacceptabil pentru Dughin. De aici şi necesitatea contestării caracterului universal al experienţei istorice a civilizaţiei europene. Pornind de la o serie de argumente consistente, autorul respinge integral ideea potrivit căreia societăţile noastre, ca şi toate celelalte „periferii”, ar reprezenta un soi de „sub-Occident”, care ar rămâne în urma respectivelor clişee civilizaţionale.

Pentru un observator atent este evident faptul că procesele care au loc în ţările noastre poartă un caracter imitativ. Practic în toate domeniile se produce competiţie generalizată de copiere a unor modele străine. Ultimele decenii au produs un model grotesc de societate pe care o putem numi „civilizaţie copy paste”. Înţelegerea presiunii externe enorme, care conduce spre dizolvarea accelerată a tot ce este autohton, autentic naţional, trebuie să nască, după opinia autorului, o abordare adecvată. O astfel de poziţie, consideră Dughin, „necesită o reevaluare metafizică a identităţii ruse, o elaborare neîntârziată a ideii naţionale ruse”. Într-adevăr, a te mulţumi cu ceea ce a fost elaborat pe parcursul etapelor istorice anterioare este cel puţin insuficient, dar şi ineficient.

Această problematică nu e mai puţin actuală pentru Moldova. Chestiunea identităţii noastre colective nu e nici pe departe una consumată. Şi aici nici moldovenismul naiv, care se contrapune de-a valma fenomenului românesc, nici panromânismul, care ignorează întregul specific al mentalităţii populare şi mozaicul cultural al etniilor minoritare, nu pot fi privite ca nişte modele adecvate. Ambele abordări pot fi numite convenţional cu termenul de origine franţuzească paseism (fr. passe – trecut). Adică, este vorba despre o pasiune excesivă pentru un trecut prost înţeles, dar şi despre o dorinţă nestăvilită de a-l reproduce în prezent şi a-l proiecta asupra viitorului. La o examinare mai atentă devine evident faptul că aceste poziţii aparent ireconciliabile au multe elemente comune. În căutarea „Paradisului pierdut”, aceste vise sunt îndreptate cu o simetrie agasantă nu atât spre un trecut îndepărtat (ca în cazul tradiţionaliştilor), cât în timpuri apuse relativ recent: cel interbelic (românesc) şi cel postbelic (sovietic). Noi însă, trebuie să înţelegem sensul timpului, dar şi al contextului istoric la fiecare etapă nouă.

SOČI: FINISCONO LE POLEMICHE, INIZIANO I GIOCHI

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Il 7 febbraio 2014 sono iniziate le Olimpiadi Invernali di Soči, le seconde finora tenutesi in Russia dopo gli storici giochi estivi moscoviti del 1980. Nel corso di questi trentaquattro anni, tanto la Russia quanto il mondo sono profondamente cambiati. Nel Vecchio Continente, se da un lato la moneta unica ha sostituito una serie di valute nazionali, segnando un passo importante nel cammino dell’integrazione europea, diversi Stati dell’Unione sono entrati in una profonda crisi la cui fine sembra ancora lontana. Il fondamentalismo islamico, che all’epoca delle olimpiadi moscovite veniva ritenuto un valido antidoto alla diffusione del comunismo, si è trasformato in uno dei principali problemi del mondo contemporaneo. Si parla sempre più spesso di multipolarismo, e il principale dei nuovi centri di gravità del mondo contemporaneo è senza dubbio la Cina, che soprattutto in virtù della sua forte crescita economica è ormai la seconda potenza mondiale. Ma anche la Russia, dopo la disgregazione dell’URSS e le turbolenze dell’era eltsiniana, sta vivendo una fase di rinascita che l’ha portata ad entrare nel novero dei BRICS (1), Paesi non-occidentali accomunati tanto dalle grandi dimensioni quanto dalla recente ed impetuosa crescita economica. E che, sempre più spesso, rifiutano l’unipolarismo statunitense, sebbene sia prematuro parlare di un’alleanza strategica. Eppure il retaggio dell’epoca in cui si boicottavano le Olimpiadi moscovite per protesta contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan non sembra essere stato completamente superato.

Il Presidente del Comitato Olimpico russo Dmitrij Černyšenko, parlando alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Soči, ha affermato che le Olimpiadi offriranno la possibilità non solo di “superare gli stereotipi e aprire al mondo la nuova Russia”, ma anche di “mostrare al mondo ciò di cui è maggiormente orgogliosa: la nostra ospitalità, le nostre tradizioni. La nostra Russia” (2). Gli sforzi russi per ospitare al meglio atleti, delegati, giornalisti e semplici appassionati sono stati titanici: più di 30 miliardi di euro, infatti, sono stati investiti nella costruzione di nuove infrastrutture, battendo il precedente record di Pechino 2008 (3). Ma, come spesso accade in occasione di questi grandi eventi, i giochi sono un pretesto per avviare un programma di rilancio di zone depresse (basti pensare alle Olimpiadi di Barcellona del 1992). E, nello specifico, attraverso le Olimpiadi Invernali le autorità russe puntano a trasformare la regione di Soči in una zona turistica per tutto l’anno, sfruttando la sua invidiabile posizione tra le coste del Mar Nero e i primi contrafforti del Caucaso, nonché in un catalizzatore di eventi sportivi di ogni sorta. Già il 12 ottobre di quest’anno, ad esempio, attorno alle futuristiche strutture del Parco Olimpico di Adler si svolgerà il primo Gran Premio di Russia (4). E nel 2018 lo Stadio Olimpico, dove ha avuto luogo la splendida cerimonia di apertura dei Giochi e dove, il 23 febbraio, si svolgerà quella di chiusura, ospiterà alcune partite del Campionato Mondiale di Calcio (5).

Le settimane e i giorni che hanno preceduto l’apertura dei Giochi, però, sono stati caratterizzati da aspre – e sovente sterili – polemiche. Uno dei principali motivi di critica sono state le spese ciclopiche sostenute per l’elevamento delle infrastrutture olimpiche, in parte gonfiate dalla corruzione: solo per la costruzione della superstrada e della linea ferroviaria tra Adler e Krasnaja Poljana, ad esempio, sono stati investiti circa 6 miliardi di euro (6). Alcuni hanno affermato che queste cifre sono difficilmente sostenibili da altre città che avessero voluto ospitare le Olimpiadi, ma le polemiche sono state dismesse dal Presidente del Comitato Olimpico Internazionale Thomas Bach, il quale ha affermato che tali spese non sono dovute solo alla costruzione delle strutture olimpiche, ma anche alla decisione del Cremlino di rilanciare la regione sfruttando i Giochi (7). Altri hanno avanzato preoccupazioni legate alla sicurezza, soprattutto dopo che il leader dell’Emirato del Caucaso Doku Umarov ha annunciato un “regalo” per i turisti che si recheranno a Soči per le Olimpiadi. Ma i timori di olimpiadi militarizzate sono stati smentiti da atleti e visitatori, che hanno parlato di controlli rigidi ma non invasivi e che, in ogni caso, conferiscono sicurezza (8). Inoltre c’è stata la questione degli alberghi incompiuti, e nello specifico di quelli destinati ai giornalisti, che talvolta si sono trovati ad alloggiare in camere incomplete. Ma, ancora una volta, i problemi sono stati sostanzialmente limitati malgrado la loro risonanza mediatica, e durante la sua conferenza stampa a pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi Thomas Bach ha affermato che “secondo le nostre informazioni al momento 24 mila camere sono state consegnati e il 97% non hanno alcun problema. Il restante 3% ha ancora qualche dettaglio da ultimare”, aggiungendo per l’occasione che è particolarmente ammirevole il fatto che l’80% degli atleti possa andare a piedi dal villaggio ai siti di gara (9). E, come mostrato anche da un reportage della CNN, è molto difficile aver qualcosa da ridire sul Villaggio Olimpico (10).

Al centro delle polemiche, però, è stata soprattutto la questione della condizione degli omosessuali in Russia, specie a seguito dell’approvazione della controversa legge sul divieto della propaganda omosessuale tra i minori che, tra le altre cose, vieta i gay pride. In Occidente la protesta per le condizioni degli omosessuali in Russia (non proprio da Paese scandinavo, ma senza dubbio di gran lunga migliori rispetto a Paesi come l’Arabia Saudita) si è arroventata fino a giungere a ripetuti appelli al boicottaggio. La campagna non ha avuto molto successo, ma ha comunque ottenuto qualche risultato a livello ufficiale. La cerimonia di apertura delle Olimpiadi, infatti, è stata disertata da diversi protagonisti della scena politica occidentale, dal Presidente degli Stati Uniti Barack Obama al Primo Ministro tedesco Angela Merkel, passando per il Presidente francese François Hollande e il premier britannico David Cameron. Nessuno di loro ha esplicitamente giustificato la propria assenza come forma di protesta nei confronti di Putin (la Germania ha comunque mandato un esponente politico di primo piano, ossia il Ministro degli Interni con delega allo sport Thomas de Maizière), sebbene Obama abbia polemicamente scelto di porre alcune atlete dichiaratamente lesbiche alla guida della delegazione statunitense. Più netta è stata invece la posizione del Commissario Europeo Viviane Reding, che a dicembre ha annunciato la sua diserzione per protesta contro “il trattamento delle minoranze”, giocando sul fatto che questo termine viene solitamente utilizzato per indicare le minoranze etniche, linguistiche e religiose – che in Russia sono più di 150, molte delle quali ben integrate nel contesto federale (11) – e quindi aggravando la polemica con il Cremlino (12). Alla vigilia del 7 Febbraio la stampa occidentale più polemicamente schierata contro Mosca gongolava di fronte all’idea di un Putin circondato soltanto da satrapi centrasiatici e Presidenti di Paesi che “ancora” vedono la Grande Madre come una sorta di fratello maggiore (e anch’essi non sempre considerati all’avanguardia in quanto a diritti umani…) come Serbia, Bielorussia, Grecia e Bulgaria. E, anche per questo, la partecipazione del nostro Primo Ministro Enrico Letta – di fatto la più importante autorità occidentale presente alla cerimonia – è stata accompagnate da non poche critiche, soprattutto da renziani ed esponenti di Sinistra e Libertà (13).

Ma, ancora una volta, la realtà è stata ben diversa. Sono stati infatti quasi sessanta (su 88 Paesi partecipanti, di cui uno, l’India, sotto la bandiera olimpica a causa delle sanzioni del CIO) i leader mondiali che hanno assistito all’apertura dell’evento olimpico, di cui oltre quaranta Capi di Stato o di Governo (14). E, tra loro, c’erano protagonisti indiscussi della scena politica mondiale del calibro del Presidente cinese Xi Jinping e del Primo Ministro giapponese Shinzo Abe. Per la Cina si è trattato della prima volta che un’alta autorità ha preso parte alla cerimonia di apertura di un evento sportivo al di fuori dei confini del fu Celeste Impero, e la presenza di Xi Jinping a Soči sottolinea dunque l’enorme importanza data dalla Repubblica Popolare Cinese ai suoi rapporti con la Russia (15). Non meno significativa, però, è stata la presenza ufficiale del Giappone, ufficialmente ancora in stato di guerra con la Russia a causa dell’irrisolta disputa delle Isole Curili (16), sebbene vada ricordato che, negli ultimi anni la cooperazione tra la Grande Madre e il Sol Levante ha vissuto una forte crescita. Vale la pena sottolineare come, durante la cerimonia, gli atleti giapponesi abbiano sfilato portando con sé sia la bandiera giapponese che quella russa (17): un messaggio di pace e di amicizia che pochi sembrano aver notato ma che, di sicuro, è notevolmente più consono allo spirito olimpico rispetto ad altre discutibili iniziative a cui si è assistito in questi giorni. Ma ora i giochi sono iniziati, e il tempo delle polemiche è finito. Man mano che le emittenti televisive di tutto il mondo mostrano le avveniristiche strutture costruite per ospitare i Giochi Olimpici, persino i critici più accaniti si stanno vedendo costretti a riconoscere che, malgrado tutto, le autorità russe hanno fatto un ottimo lavoro (18). E l’Occidente, che tanto aveva “gufato” contro le Olimpiadi del Presidente omofobo, si accorgerà di non aver ottenuto praticamente niente dai suoi j’accuse se non l’antipatia di milioni di cittadini russi e (forse) una maggiore consapevolezza dell’impossibilità di promuovere i valori occidentali a livello mondiale, specie in questioni riguardanti la morale, sventolando la propria presunta superiorità. Putin, dal canto suo, potrà continuare per la sua strada e rispondere alle critiche sui diritti umani con la stessa pacata indifferenza mostrata dall’ex Presidente cinese Hu Jintao durante il suo incontro con Barack Obama nel 2011 (19). Dopotutto i Paesi occidentali non solo non smetteranno di aver bisogno della Russia, ma anzi ne avranno un bisogno ancor maggiore man mano che la strategia di contenimento della Cina entrerà in pieno regime (20).

* Giuseppe Cappelluti, laureato in Lingue Moderne per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale presso l’Università degli Studi di Bergamo, ha conseguito la laurea triennale in Scienze della Mediazione Interculturale presso l’Università degli Studi di Bari. Ha trascorso un periodo di studio di sei mesi presso l’Università di Tartu (Estonia) nell’ambito del programma Erasmus.

1) Acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.
2) http://www.youtube.com/watch?v=ZYXDkQY08BA
3) http://www.aif.ru/olymp2014/dontknow2014/1098242
4) http://www.fia.com/championship/fia-formula-1-world-championship/2014/calendar
5) http://www.interfax.by/article/1146113
6) http://www.vedomosti.ru/sochi-2014/news/22325741/timchenko-oprovergaet-poluchenie-podryada-v-sochi-po-druzhbe
7) http://www.washingtonpost.com/sports/olympics/sochi-2014-ioc-president-thomas-bach-declares-olympic-stage-is-ready-despite-concerns-costs/2014/02/03/891a5caa-8ce8-11e3-833c-33098f9e5267_story.html
8) http://www.usatoday.com/story/sports/olympics/sochi/2014/02/03/sochi-winter-olympics-2014-security-threats-military-police-black-widow/5193141/
9) http://mapymeraviglia.blogspot.ru/2014/02/thomas-bach-4-dal-via.html
10) http://edition.cnn.com/2014/02/06/sport/sochi-2014-olympic-village/
11) Tre personalità di spicco del mondo delle minoranze russe sono Vagit Alekperov, azero etnico nativo di Baku e Presidente di LUKoil (la principale compagnia petrolifera russa), il Ministro della Difesa Sergej Šojgu, di etnia tuvana, e il Presidente della Banca di Russa Elvira Nabiullina, di etnia tatara. Va comunque detto che ad essere particolarmente integrate nel contesto russo sono soprattutto le minoranze uraliche e turche del Bacino del Volga – che, in termini numerici, sono le più cospicue – e che le tensioni interetniche, nel Caucaso sfociate in veri e propri conflitti tanto tra i vari gruppi etnici quanto contro la dominazione russa, sono comunque tutt’altro che assenti.
12) http://www.eastjournal.net/russia-viviane-reding-boicottera-le-olimpiadi-invernali-di-sochi-2014/37496
13) http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/06/sochi-2014-letta-in-russia-contro-lomofobia-ma-lo-dice-dallomofobo-qatar/871146/
14) http://www.mvestnik.ru/shwpgn.asp?pid=2014020787
15) http://www.nbc40.net/story/24662450/asia-leaders-join-sochi-as-obama-others-stay-away
16) Per approfondire, si legga La disputa delle Isole Curili su http://www.eurasia-rivista.org/la-disputa-delle-isole-curili/19924/ .
17) http://it.eurosport.yahoo.com/foto/foto-cerimonia-apertura-sochi-2014-1391784705-slideshow/athletes-japan-wave-japanese-russian-photo-173047369–spt.html
18) Un esempio tra tutti è l’articolo Olimpiadi di Sochi, l’Occidente diviso di Paolo Garimberti, pubblicato sul sito di La Repubblica il 4 febbraio 2014
(rif. http://www.repubblica.it/la-repubblica-delle-idee/mondo/2014/02/04/news/olimpiadi_di_sochi_l_occidente_diviso-77660536/ ).
19) http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2011/01/19/AR2011011906123.html
20) L’idea di riconvertire la Russia in funzione di contenimento della Cina è emersa chiaramente durante il seminario tenutosi il 25 settembre 2013 a Washington sul tema “Il futuro dell’Eurasia: la Russia, la Cina e l’Unione Europea”. Nel corso dello stesso, infatti, Rensselaer W. Lee II, Docente dell’Università di Philadelphia ed esperto di politica internazionale, ha affermato che bisogna promuovere l’afflusso di investimenti statunitensi, europei, giapponesi e sudcoreani nell’Estremo Oriente russo anche al fine di contrastare il crescente peso di Pechino nella regione
(fonte: http://primamedia.ru/news/economics/09.12.2013/321074/dalniy-vostok-rossii-obladaet-ogromnim-ekonomicheskim-potentsialom-ekspert-iz-s.html ).

IL MORTO, IL DIMISSIONARIO E IL CRIMINALE DI GUERRA. COME I SERBI DEL NORD KOSOVO PERDONO I LORO CAPI

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Il Nord del Kosovo rimane una zona ad alta tensione e, in quest’ultimo mese, la situazione è sensibilmente peggiorata in seguito ad alcuni avvenimenti politici e di cronaca nera che si sono susseguiti nel mese di gennaio.

IL MORTO – La tensione accumulata in questi mesi che avrebbero dovuto segnare il cambiamento, o la normalizzazione secondo il gergo tanto caro a Bruxelles, nelle relazioni tra Serbia e Kosovo è esplosa in tutta la sua portata sulla canna di una pistola che nella notte del 16 gennaio 2014, a Kosovska Mitrovica, in un agguato, ha freddato Dimitrije Janicijevic.
Consigliere dell’assemblea municipale della maggiore città a maggioranza serba del Nord del Kosovo, esponente del Partito Liberale Indipendente (SLS) Janicijevic era stato il candidato alla carica di sindaco nelle recenti elezioni per il rinnovo dell’amministrazione proprio per il SLS. Le testate regionali non hanno dubbi sulla chiara matrice politica dell’atto delittuoso: Janicijevic era, in precedenza, già stato bersaglio di intimidazioni e di violente aggressioni a causa dell’orientamento della sua formazione politica considerata dai serbi del Nord del Kosovo come prova evidente del suo atteggiamento collaborazionista nei confronti del Governo di Pristina e, di conseguenza, visto come un traditore verso Belgrado e gli interessi dei cittadini serbi che popolano la regione. Dello stesso pensiero Ivica Dacic che ai giornalisti di Belgrado ha dichiarato come, seppur ancora non siano chiare le ragioni, il fatto che egli fosse membro di una organizzazione politica per la quale aveva partecipato alle elezioni per il Governo locale, dovranno esserci certamente implicazioni e conseguenze politiche. (1)
L’assassinio rappresenta un segnale evidente di come la situazione a Nord del fiume Ibar sia particolarmente tesa e pronta a deflagrare e alimenti un clima politico di forte instabilità in cui i serbi nutrono il forte timore di rimanere isolati e abbandonati a loro stessi e di perdere l’appoggio, soprattutto economico, di Belgrado.

IL DIMISSIONARIO – A contribuire al clima di tensione e di instabilità politica il fatto che i risultati scaturiti dalle urne dopo la consultazione elettorale di novembre-dicembre del 2013 sono stati aboliti d’ufficio visto il rifiuto del sindaco eletto Krstmir Pantic di assumere il proprio ruolo istituzionale: il 10 gennaio, infatti, durante la cerimonia di insediamento, il rappresentante principale della lista Iniziativa Civica Srpska si era rifiutato di apporre la propria firma sui documenti ufficiali visto che questi riportavano i simboli dello Stato kosovaro anche se questi, stando a quanto affermato dall’eletto sindaco, non erano evidenti ma mascherati sotto adesivi che donavano neutralità ai documenti. “Una grande truffa commessa dalla comunità internazionale. Firmando un documento che porta i simboli del Kosovo, suggerendo che il Kosovo è una Repubblica, io avrei violato la Costituzione Serba”. (2) Pantic ha proseguito affermando che la comunità internazionale, e soprattutto l’UE con il suo approccio improntato al prendere o lasciare, non solo compie una grave privazione territoriale nei confronti del popolo serbo ma ne insulta tanto l’intelligenza quanto la dignità.
La decisione di non insediarsi nel ruolo di Sindaco di Kosovska Mitrovica ha portato alla decadenza dell’intero consiglio municipale e ha costretto le istituzioni di Pristina a indire una nuova tornata elettorale per il 23 febbraio prossimo.
Il gesto di Krstimir Pantic è sintomatico del clima pesante che si respira a Mitrovica, in particolare, ma in tutto il Nord del Kosovo, in generale, dove si avverte appieno il peso del difficile e teso rapporto tra Belgrado e Pristina. La rinuncia di Krstimir Pantic, eletto alla carica di sindaco per la lista Iniziativa Civica Srpska fortemente sponsorizzata dal potere politico di stanza a Belgrado ha, oltre ad aver costretto ad indire nuove elezioni, creato un certo clamore sia nel Nord del Kosovo che in Serbia. Da una parte, il gesto eclatante è l’esternazione di un sentimento contrario, di un rifiuto, ad un avvicinamento a Pristina. Il “no” di Pantic all’insediamento denuncia uno stato di pressione continua contro i serbi in Kosmet e le nuove elezioni non fanno altro che prolungare lo status quo proprio nel momento in cui a Bruxelles i due leader Dacic e Thaci stanno affrontando un nuovo round di incontri incentrati sull’organizzazione futura della regione. In quest’ottica si potrebbe inquadrare anche la vicenda dell’omicidio di Dimitrije Janicijevic, ucciso come gesto di reazione da parte dei sostenitori della linea dura nei confronti del dialogo con le istituzioni kosovare.
La decisione di non firmare i documenti che il diretto interessato Pantic giustifica come spinto da istanze nazionaliste, secondo alcuni analisti, sarebbe da ricondurre più verosimilmente alla lotta di potere interna alla coalizione di Governo in Serbia che si sta preparando alle elezioni anticipate che dovrebbero consegnare il Paese all’astro nascente Aleksandar Vucic. Oltre a non dare seguito al volere dell’elettorato, Pantic si è dimesso da qualsiasi carica giustificando la scelta con il fatto di non essere più in sintonia con Aleksandar Vulin, Ministro senza portafoglio incaricato del Kosovo e Metohija, leader del Movimento Socialista attualmente nella coalizione governativa che guida la Serbia, che non ha gradito il gesto e che, piccato, ha risposto che al momento “noi abbiamo altre cose a cui pensare in questo momento piuttosto che sprecare energie per nuove elezioni”. (3)
Come se non bastasse, lo stesso Pantic è stato condotto davanti ad un giudice per rispondere di accuse a suo carico riguardanti una presunta aggressione ad un cittadino avvenuta nei primi giorni di novembre del 2013.

IL CRIMINALE DI GUERRA – EULEX è stata particolarmente attiva in questo inizio di 2014: il 23 gennaio ha deciso di prolungare di altri due mesi lo stato di arresto a 15 esponenti dell’UCK conosciuti come il Gruppo di Drenica mentre quattro giorni più tardi, il 27 gennaio, è stato arrestato il leader della lista Srbija, Demokratija, Pravda (SDP), Oliver Ivanovic, candidato alla carica di Sindaco di Kosovska Mitrovica alle ultime elezioni amministrative, battuto al ballottaggio da Pantic.
Le accuse mosse nei suoi confronti riguardano presunti crimini di guerra compiuti tra il 1999 e il 2000 quando Ivanovic era leader dei cosiddetti Guardiani del Ponte, un gruppo di serbi organizzati in modo autonomo dopo la ritirata delle truppe serbe dalla regione nel 1999 e che avevano come obiettivo dichiarato quello di proteggere i civili serbi. Stando a quanto sostenuto da EULEX, in questa veste avrebbe acconsentito (e partecipato) a due atti considerati crimini di guerra: il primo, 14 aprile 1999, quando a Mitrovica vennero uccisi venti civili albanesi per mano di squadre paramilitari serbe; il secondo, un anno più tardi (la notte tra il 3 e 4 febbraio) quando furono uccisi dieci persone, 25 furono ferite e ulteriori 93 maltrattate e buona parte della popolazione albanese fu costretta ad abbandonare le proprie case. Con gli stessi capi di accusa è stato arrestato dalle forza di polizia di EULEX Dragoljub Delibasic, ex capo della polizia a Kosovska Mitrovica attualmente in pensione.
Le voci sulla presenza di un fascicolo riguardante Ivanovic e questi episodi risalenti ai giorni della guerra circolava da qualche periodo ma il fatto che l’arresto abbia preceduto di due giorni il termine ultimo per la compilazione delle candidature in vista delle prossime elezioni di Mitrovica, quarta chiamata al voto da novembre, rende sospetta ai più la tempistica dell’azione giudiziaria di EULEX: “in Kosovo e Metochia niente succede per caso, particolarmente quando si ha un’ area esplosiva dove la minima mossa può avere un impatto su qualcosa”. (4) Queste le parole sulla vicenda di Nikola Selakovic, Ministro della Giustizia della Serbia, che alimentano seri dubbi sulla modalità di azione della missione giudiziaria dell’UE.
La nota ufficiale del partito di Oliver Ivanovic rilancia questa tesi e individua nell’arresto del proprio leader un’azione a sfondo politico, un tentativo di creare un’ atmosfera di paura e di instabilità in seno alla comunità serba del Nord del Kosovo. Le accuse (ritenute inconsistenti e ridicole dal legale di Ivanovic) e il conseguente arresto, quindi, sarebbero un mezzo di pressione politica. Alcuni analisti, soprattutto kosovari, credono che Ivanovic sia una vittima della politica perché negli anni avrebbe collaborato con le autorità kosovare. Ivanovic, in effetti, è stato il primo dirigente serbo di Mitrovica che ha fatto la scelta di una collaborazione lucida con gli organi internazionali e con le istituzioni di Pristina.
I sostenitori e i politici vicini ad Ivanovic ritengono, invece, il loro leader sia stato messo da parte da Belgrado attraverso l’intervento di EULEX per fare sì che, alle prossime elezioni di Mitrovica, i vantaggi alle urne andassero tutti a Goran Rakic, nuovo candidato alla carica sindaco per la lista Iniziativa Civica Srpska fortemente sponsorizzata dal potere politico serbo.
Nonostante a più riprese sia stata richiesta l’immediata scarcerazione, le proteste formali e di piazza non hanno fatto cambiare idea ai giudici di stanza a Mitrovica che hanno proseguito nella loro azione, guidati soltanto dalla legge, hanno convalidato lo stato di arresto e comminato un mese di detenzione a Oliver Ivanovic. (5)
Quel che è certo è che questi tre eventi concomitanti avranno un impatto non trascurabile sulla nuova tornata elettorale che si terrà a Kosovska Mitrovica il prossimo 23 febbraio 2014.

NUOVE ELEZIONI A MITROVICA NORD – La campagna elettorale per i serbi di Mitrovica sarà complessa e caratterizzata da timori, sfiducia e stanchezza. Vi parteciperanno quattro formazioni politiche, due serbe (Iniziativa Civica Srpska e Srbija, Demokratija, Pravda (SDP) – Oliver Ivanovic) e due albanesi (Lega Democratica del Kosovo (LDK) e Partito Democratico del Kosovo (PDK)). Anche se ad Ivanovic è stata data la possibilità di candidarsi, la conferma della detenzione di un mese decretata a suo carico gli impedirà di condurre la campagna elettorale attivamente.
I serbi, dunque, si trovano d’un tratto orfani di tre dei loro leader più influenti.
Questo potrebbe far perdere ulteriore fiducia agli elettori serbi di Mitrovica che potrebbero scegliere di non recarsi alle urne alimentando un clima politico incandescente con il rischio di vedere eletto un sindaco non serbo città roccaforte dell’enclave serba nel Kosovo settentrionale? Gli elettori serbi sembrano intenzionati a non boicottare il voto ma permane il pericolo di una bassa affluenza che porterebbe ad un maggiore peso dei partiti albanesi, invogliati dal possibile colpo, all’interno del consiglio municipale di Mitrovica con conseguente difficoltà nella gestione amministrativa della città e, in ottica di bilanciamento di potere nella regione, complicazioni nella realizzazione della Associazione delle Municipalità serbe del Kosovo.
Quel che succederà alle elezioni è difficile da prevedere soprattutto in una zona d’Europa dove tutto può accadere e niente sembra accadere per pura coincidenza.

Note
(1) http://www.balkaneu.com/killing-serb-councilor-aggravates-relations-belgrade-pristina/#sthash.PUbcj8S1.dpuf
(2) http://balkans.courriers.info/article24036.html
(3) http://balkans.courriers.info/article24036.html
(4) http://www.b92.net/eng/news/politics.php?yyyy=2014&mm=01&dd=29&nav_id=89151
(5) http://www.eulex-kosovo.eu/en/pressreleases/0547.php

L’OFFENSIVA DEL FASCINO: COME LA CINA INFLUENZA IL MONDO

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Le estese celebrazioni per il nuovo anno cinese in tutto il mondo rappresentano un monito di come la crescente popolarità e l’espansione del riconoscimento internazionale della cultura e delle tradizioni cinesi siano dimostrazione del progresso del soft power cinese.

Un enorme numero di persone in tutto il mondo sta celebrando il Capodanno Cinese o il Festival di Primavera Cinese, che dura molti giorni. La popolarità e l’influenza di questo festival è uscito dai confini della Cina e delle Chinatown e si è affermato come uno degli eventi più attesi, non solo dai cinesi. Ogni anno, Trafalgar Square a Londra ospita una delle più grandi celebrazioni del Capodanno Lunare Cinese in Europa, che, solo lo scorso anno, ha visto circa mezzo milione di visitatori internazionali presenziare all’evento.

Il Primo Ministro britannico, David Cameron, durante il discorso tenuto il 29 gennaio, ha rivolto un caloroso augurio a tutti coloro che stavano celebrando il capodanno cinese, e ha detto: “Queste celebrazioni sono un promemoria anche della ricchezza e della vitalità culturale cinese qui nel Regno Unito, e, in quest’occasione, voglio rendere omaggio all’incredibile contributo che la comunità cinese britannica ha reso a questo Paese”.

Secondo l’ambasciatore cinese in Gran Bretagna, Liu Xiaoming, “la cultura cinese sta guadagnando gradimento all’estero, cosa che di per sé attesta il progresso della Cina, con un fiorente appetito straniero a conoscere di più sulla Cina.

“China, all right reserved”
Una volta “gigante dormiente”, oggigiorno la Cina è l’economia che cresce più velocemente nel mondo con un impatto significativo sullo sviluppo delle altre nazioni. Anche se i dibattiti ruotano principalmente attorno agli aspetti economici e militari del crescente potere cinese, il suo soft power viene considerato come parte integrante della sua influenza. Infatti, l’interpretazione cinese del concetto di soft power copre non solo gli strumenti culturali ma anche quelli economici e diplomatici, che a loro volta forniscono migliori opportunità per esercitare il proprio impatto.

Lo spettro degli strumenti di soft power è piuttosto largo; questo include cultura, lingua, diplomazia pubblica, sistema educativo, vari festival e grandi eventi. Infatti, i giochi olimpici che si sono tenuti nel 2008 e l’esposizione mondiale di Shangai del 2010 sono stati importanti eventi che hanno assistito nel migliorare la diplomazia nel promuovere il marchio cinese.

Il record cinese nella spesa per le Olimpiadi, stimata ad un totale di 42 miliardi di dollari, è un’ ingente somma per un Paese emergente, specialmente se paragonati ai budget di Atene (15 miliardi di dollari) nel 2004 e delle Olimpiadi di Londra, 35 milioni di dollari nel 2012. Pechino considerava le Olimpiadi molto importanti in ottica di diplomazia pubblica, in modo particolare nel creare l’immagine di un bel paese, favorevole a tutti. Tuttavia, i Paesi occidentali hanno fallito nel comprendere il messaggio cinese, poiché vi è una netta differenza tra i valori cinesi e quelli occidentali. Per di più, anche prima dell’inizio dei giochi, i critici avevano attaccato la Cina su questioni che vanno dai diritti umani, alla sicurezza del cibo, all’ambiente.
Inoltre, alcuni gruppi che si battono per i diritti umani si sono rivolti a USA e UE per avere una reazione più forte e per boicottare le Olimpiadi del 2008.

Imparare il Cinese
Gli elementi cruciali del soft power cinese sono la cultura e la lingua, motivo per cui potenziare il settore educativo diventa fondamentale per le autorità cinesi. Negli anni ’90, il Governo lanciò il progetto 211, il più vasto investimento per il miglioramento di 100 università e 100 discipline chiave. E c’era anche il progetto 985 che aveva lo scopo di assegnare fondi ad un numero di università di élite. Queste iniziative hanno portato ad una espansione senza precedenti dell’istruzione superiore della Cina: se nel 1999 il numero di nuovi iscritti era di 1.3 milioni, nel 2006 schizzò a 5.4 milioni. Allo stesso tempo, Pechino si concentrò nel creare condizioni favorevoli per gli studenti stranieri, includendo un numero crescente di programmi di scambio e borse di studio.

Mentre nel 1992 solo 13.000 studenti stranieri studiavano in Cina, nel 2000 questo numero era arrivato a 52.200 per raggiungere quota 162.700 nel 2006. Il numero degli studenti stranieri in Cina per studio continua a salire: nel 2011 è stato registrato un nuovo record di 292.611 studenti provenienti da 194 Paesi. Più del 75% degli studenti provenienti dall’Asia, con Sud Corea e Giappone in testa. Quel che è importante notare è il fatto che precedentemente erano gli Stati Uniti la meta preferita dei giovani del Sudest asiatico, mentre adesso c’è un rimarchevole spostamento verso il sistema educativo cinese. Per esempio, 2563 studenti indonesiani sono entrati in Cina nel 2003, una percentuale di crescita del 51% rispetto all’anno precedente. Per contro, nello stesso anno, solo 1333 studenti indonesiani si sono iscritti ai programmi educativi statunitensi, una caduta precipitosa dai 6250 visti per studenti rilasciati nel 2000. La Corea del Sud invia ogni anno 13000 studenti in Cina, numero uguale al totale degli studenti coreani in America dal 1953 al 1975, al culmine delle relazioni tra i due Paesi.

Pechino, inoltre, ha organizzato corsi di Mandarino e di cultura cinese nelle scuole elementari estere e siglato accordi con Paesi come la Thailandia per integrare l’insegnamento della lingua cinese nei corsi della scuola pubblica. Inoltre, il governo cinese ha inviato centinaia di istruttori nelle scuole di vari Paesi come la Cambogia, il Kenia e l’Argentina. In generale, le scuole di lingua cinese forniscono una educazione migliore, a costi più bassi, con meno corruzione e questo in parte spiega la loro popolarità.
Tuttavia, mentre la Cina è diventata una destinazione popolare, gli Stati Uniti continuano ad attrarre molti più studenti: nel 2011 più di 722.000 studenti internazionali sono arrivati in America, numero 2.5 volte più alto degli indici cinesi.

Riconoscendo l’importanza della lingua nella crescita di attrattiva culturale, la Cina ha scelto una politica “aggressiva” nella promozione dello studio del cinese in tutto il mondo.
Nel 2004, il Governo cinese ha svelato un piano per aprire 500 Istituti Confucio nel mondo per il 2010. Per la fine del 2005, il Ministero dell’educazione aveva istituito 32 Istituti Confucio in 23 Paesi per fornire la lingua cinese e le risorse culturali per i Paesi ospitanti. Gli Istituti Confucio non hanno solamente scopi educativi ma anche politici: promuovere un’ immagine della Cina nel mondo dai tratti più gentili e piacevoli. Per esempio, in Africa ci sono più di 50 Istituti Confucio e gli africani sono desiderosi di imparare la lingua cinese, considerandola una opportunità per una vita migliore.

Inoltre, insegnando la versione di lingua cinese preferita da Pechino e utilizzando letture dalla prospettiva pechinese, piuttosto che i caratteri del cinese tradizionale usato a Macao, Hong Kong e Taiwan o punti di vista orientati verso Taiwan, gli Istituti servono per far avanzare l’obiettivo di politica estera cinese di diminuire l’influenza internazionale di Taiwan.
Il numero degli Istituti Confucio ha raggiunto quota 155 nel maggio del 2007 per moltiplicarsi fino a 209 a novembre dello stesso anno. Ad oggi ci sono più di 400 Istituti Confucio e più di 500 aule in 108 Paesi.

Lasciate dormire la Cina, perché quando si sveglierà, farà tremare il mondo”
La diaspora etnica cinese in vari Paesi del mondo è uno strumento di influenza, dal momento che pubblicizza il patrimonio cinese, promuove l’immagine di una Cina buona e pacifica, così come facilita l’attività di lobbying e di fare affari. Durante l’ultimo anno, il Governo cinese ha ricostruito relazioni con le organizzazioni etniche cinesi in tutto il mondo, dalle associazioni culturali agli uomini di affari. Pechino, inoltre, assiste nell’organizzazione di incontri, conferenze, campi estivi per i bambini della diaspora cinese.

In più, i media, vale a dire l’aggiornamento della trasmissione via cavo cinese Xinhua, le edizioni estere del quotidiano People’s Daily e la trasmissione internazionale di CCTV, un network di proprietà pubblica di 22 canali, ha un potenziale colossale, benché la sua influenza sia in ritardo rispetto ai media occidentali. Infine, CCTV ha guadagnato sempre più utenti da quando ha cominciato a trasmettere in inglese, spagnolo, arabo, russo e francese. Al momento, CCTV ha 7 canali che operano all’estero, con piani per lanciare un canale in lingua portoghese nel futuro prossimo.

Tutte queste risorse completano la strategia di Sviluppo Tranquillo della Cina, il modello “Beijing Consensus”, relazioni basate sul concetto “win-win”, secondo il quale gli africani, gli asiatici, i latino americani e i Paesi arabi possono beneficiare dalla cooperazione con la Cina così come la Cina beneficia dalle relazioni con questi, e un strategia di “non interferenza negli affari interni”.

Il primo Gennaio, il Presidente cinese Xi Kinping ha promesso di promuovere il soft power cinese disseminando i valori moderni della Cina e mostrando il fascino della cultura cinese nel mondo.

Ha detto Xi: “La Cina dovrebbe essere ritratta come un paese civilizzato con una ricca storia, unità etnica e diversità culturale, e come un potere orientale con un buon governo, una economia sviluppata, una prosperità culturale, unità nazionale e bellissime montagne e fiumi”.

Ha aggiunto anche che la Cina dovrebbe essere contrassegnata come un Paese responsabile che sostiene lo sviluppo comune e pacifico, salvaguardia la giustizia internazionale, e contribuisce all’umanità. Inoltre, dovrebbe essere percepita come un Paese socialista aperto, amichevole, promettente e vibrante.

Mentre il concetto di soft power è attivamente discusso tra gli alti ufficiali cinesi e molti sforzi, così come molti soldi, sono usati per promuovere la cultura cinese e le sue tradizioni, alcuni dei modi con cui si cerca di incrementare la presenza cinese nel mondo e di attrarre attenzione sono francamente assurdi.

Per esempio, Pechino sta cercando di conquistare l’Olimpo della musica pop e così ha assegnato alla sua cantante, Ruhan Jia, il progetto Earth’s Music, considerato di tale importanza che si dice sia stato incluso nel corrente piano economico quinquennale. Ruhan Jia non è la sola musicista che sta cercando di irrompere sul mercato musicale internazionale, benché lei sia quella sostenuta dal Partito Comunista Cinese. Un altro divertente e simpatico esempio di come la Cina stia tentando di creare una immagine positiva di sé è iPanda lo streaming in diretta 7/24 che mostra la vita dei panda nei parchi nazionali cinesi. In verità, i panda attraggono molto l’attenzione del pubblico, ma questo migliora la percezione della Cina nel mondo? Rimane il dubbio!

articolo originale: http://rt.com/op-edge/growing-chinese-soft-power-638/

LORENZO SALIMBENI A TELECAPODISTRIA: LE IMPLICAZIONI GEOPOLITICHE DI SOCHI 2014

INTERVISTA AL PROF. ERMANNO VISINTAINER

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Professor Visintainer, di cosa si è discusso nelle due circostanze e quali sono le prospettive di cooperazione tra l’Italia e il Kazakhstan?

La ringrazio per la presentazione. Con riferimento agli eventi tenutisi a Roma, il 16 gennaio si è parlato del nuovo libro del Presidente Nursultan Nazarbayev dal titolo “Nel cuore dell’Eurasia”. Della nuova capitale di Astana che è un progetto metastorico presente fin dall’inizio, un destino che si sarebbe dovuto realizzare in qualche parte dell’Eurasia o dell’Asia Centrale, concretizzatosi in quel luogo. Del Presidente Nazarbayev, quale artefice della sua realizzazione in quanto sogno, in quanto progetto metastorico concretizzatosi in un luogo. Di Astana quale suo opus magnum, l’impresa più importante della sua vita, come è stato scritto. Definita un affascinante sogno urbanistico del XXI secolo.Una città idealeun insediamento urbano ideato secondo un progetto urbanistico razionale, che segue un metodo scientifico nel cuore della Steppa. Del giapponese, Kisho Kurokawa, principale artefice della sua dimensione architettonica eSir Norman Foster, già autore del Palazzo della Pace e della Conciliazione di Astana, che ha realizzato lagigantesca tenda, dettaKhan Shatyr. Di simboli della città, come latorre Bayterek, l’axis mundi, l’Albero cosmico del Kazakhstan, lo Zher kindigi, l’Ombelico della terra, dalla cui sommità si dominano le geometrie futuriste, quindi le ampie strade, unitamente a parchi in cui si possono ammirare le tradizionali yurte dei nomadi e gli immensi orizzonti che le fanno da cornice. Personalmente ho fatto riferimento all’etimologia persiana di Astana, “capitale” in kazako e per antonomasia, ed in persiano, lingua aulica, da Astane “soglia sublime” o “porta reale”, città-santuario, sacra. Sulla falsariga dell’Istanbul imperiale, detta Bab-ı Ali, Porta o Soglia Sublime, prescindendo ovviamente da qualsiasi anacronismo. Un luogo elettivo, insomma in cui sembra quasi di intravvedere degli echi dell’opera di Abû Nasr Muhammad ibn Tarkhan al-Fârâbî at-Turki (Al-Fârâbî (870–950), filosofo nato nell’attuale Kazakhstan, il quale nella sua opera, Al-Mâdinat ul fazîla (La città della virtù), poneva in evidenza la dimensione del valore ideale della politica. Figura storica cui, ad Astana, sono dedicati palazzi e strade. Durante la tavola rotonda presso l’Ambasciata Kazaka, invece, il 29 gennaio, si è tenuto un evento al quale, oltre al sottoscritto, erano presenti: Sua Eccellenza l’Ambasciatore Andrian Yelemessov, l’On. Riccardo Migliori, il Chairman de “Il Nodo di Gordio”, Daniele Lazzeri, il prof. Andrea Marcigliano, il Senatore Sergio Divina, l’Ambasciatore Guido Lenzi e il noto critico d’arte Vittorio Sgarbi. In quella occasione si è parlato di un Documento programmatico intitolato Messaggio del Capo dello Stato, Nursultan Nazarbayev al popolo del Kazakhstan: La via del Kazakhstan – 2050: un obiettivo comune, interessi comuni, un comune futuro. Nel suo discorso, l’Ambasciatore Yelemessov ha evidenziato che oggi il Kazakhstan è risoluto a creare i presupposti economici, sociali e istituzionali per l’attuazione della Strategia 2050, il cui obiettivo principale è quello di entrare nei primi 30 paesi più sviluppati del mondo. Il diplomatico kazako ha poi trattato dettagliatamente la parte economica del Messaggio, dalle infrastrutture prioritarie ai progetti d’investimento, puntualizzando che il Kazakhstan non cambierà i fondamenti concettuali della politica estera e rispetterà pienamente tutti i suoi obblighi internazionali. Gli esperti italiani, nei loro discorsi, sono stati unanimemente concordi su un punto: Il Messaggio del Presidente del Kazakhstan Nazarbayev, alla gente, non solo riassume alcuni impressionanti risultati dello sviluppo del Paese, ma ciò che è più prezioso, esso pone specifici e chiari obiettivi per lo sviluppo di un futuro promettente del Kazakhstan. In particolare, l’ex presidente dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE, Riccardo Migliori, nella sua esposizione ha dichiarato: «In generale, il presente Messaggio si caratterizza per una sana ambizione, una strategia ben ponderata, per dei compiti qualitativamente nuovi e soprattutto per la fede del Presidente verso il suo Popolo». Il rappresentante del Senato italiano Sergio Divina, da parte sua, nella relazione ha rilevato la tempestività e l’efficacia delle misure anti-crisi adottate dal Kazakhstan, nonché il progresso del Paese sulla scena internazionale, apprezzando gli sforzi del governo kazako nello sviluppo dei settori produttivi dell’economia. Il critico d’arte e politico Vittorio Sgarbi ha, invece, definito Astana un simbolo che cresce. «E dove ci sono i simboli – ha dichiarato Sgarbi – crescono le civiltà». Da parte mia ho evidenziato che il punto saliente del messaggio presidenziale è rappresentato dalla formulazione dell’idea nazionale di Mәngіlіk El (Nazione Eterna), intesa come uno stato stabile, impossibile da costruire e svilupparsi prescindendo dal patriottismo.

 

Crede che il caso diplomatico relativo alla fuga del latitante Muxtar Ablyazov, scoppiato l’anno scorso, possa aver danneggiato irreversibilmente i rapporti tra l’attuale governo italiano e quello di Astana?

Le prospettive di cooperazione fra i nostri due Paesi, benché siano, come sempre, buone, risentono non poco della tempesta mediatica scatenatasi, l’estate scorsa, attorno al caso Ablyazov. Un caso sul quale si era pronunciato il ministro degli Esteri kazako Erlan Idrissov, nell’intervista rilasciata, mercoledì 7 agosto, a Fausto Biloslavo per “Il Giornale”, in cui sosteneva che Ablyazov fu avvisato del blitz ed avesse volutamente sacrificato la moglie e la figlia per scatenare detta tempesta: «Respingiamo totalmente queste accuse. Non abbiamo mai ricevuto nessuna protesta formale dal governo italiano. Al contrario ho chiarito al vostro ambasciatore che siamo sorpresi dalle dichiarazioni ai giornali di rappresentanti italiani sui supposti comportamenti sbagliati di Yelemessov. Siamo orgogliosi del nostro ambasciatore e non abbiano alcun dubbio che ha compiuto il suo dovere. È veramente deludente e frustrante che i rappresentanti istituzionali italiani abbiano autorizzato comunicati ufficiali contro un ambasciatore di un Paese indipendente e amico», aveva dichiarato il ministro.

Ricordiamo che, fra le altre cose, il governo kazako, nell’ambito del programma di adozioni internazionali seguite al G8 del 2009, aveva devoluto un contributo di 1,7 milioni di euro per il restauro dell’Oratorio di San Giuseppe dei Minimi, nel centro storico cittadino dell’Aquila, uno dei più imponenti esempi di architettura barocca del capoluogo abruzzese. I lavori sono stati ultimati e Vittorio Sgarbi si è reso disponibile con l’Ambasciatore Yelemessov per una cerimonia di presentazione di una targa commemorativa sul monumento. Un gesto che potrebbe contribuire a stemperare il momentaneo stato d’impasse fra i nostri due Paesi.

 

Come nasce la sua passione per le lingue e le culture uralo-altaiche?

La ringrazio per l’uralo, che di certo mi affascina. Come si possono ignorare le opere di un Gyula Németh o le gesta del mitico Sándor Csoma Kőrösi, tanto per fare un paio di nomi illustri? Tuttavia non mi posso certo considerare un magiarista. Piuttosto mi riconosco nell’altaico, anche per ragioni familiari, essendo mia moglie originaria del Nord della Mongolia, dove scorrono i fiumi Orkhon e Selenga, da cui provengono queste popolazioni.

La passione per le lingue scaturisce dal piacere di parlarne una in cui, a differenza di tutte le lingue indoeuropee, lo sforzo non consiste solo nel giustapporre un lessico con un altro, come ad esempio avviene con l’inglese, lingua quest’ultima che, a mio avviso, rappresenta il valore più basso assegnato all’entropia logico-discorsiva e lessicale. Bensì nel sostituire una struttura sintattica con un’altra. Ragionare in un altro modo, in maniera attributiva e non predicativa. Integrare funzioni neuro-cerebrali. Ma questa è una cosa difficile da spiegare a chi non sia almeno un po’ avvezzo.

Il turco è una lingua agglutinante e talvolta polisintetica, ovvero una lingua in cui una sola parola o una forma verbale, in italiano le dobbiamo tradurre con una perifrasi.

Per quanto riguarda l’aspetto culturale, la prima volta che andai in Turchia, fu nel lontano 1985, sulla scorta delle canzoni di Franco Battiato, quali L’era del cinghiale bianco, e letture di G. Gurdjeff, come Incontri con uomini straordinari, il suo maestro di allora, natio di Kars, nell’Anatolia orientale. Ricordo che partimmo abbastanza prevenuti. Mamma li turchi! si dice qui da noi. Invece fu un’esperienza folgorante, trasfiguratrice, una palingenesi noetica e culturale. E per me lo è tuttora. Tanrı türkü korusun ve yüceltsin!, recita uno slogan turco, ossia: Che Dio protegga ed esalti il turco!

 

Si torna a parlare della Via della Seta come direttrice commerciale del prossimo futuro. La Turchia, la Cina e i Paesi dell’Asia Centrale saranno in grado, secondo Lei, di superare divisioni e dispute per cercare di armonizzare i rispettivi interessi geopolitici?

Certo, la Via della Seta di cui noi, come abitanti della Penisola italiana, siamo stati il punto di riferimento fin dai tempi dell’Impero Romano. Il nuovo fulcro geo-economico del pianeta, nessuno lo può negare. Le proiezioni parlano chiaro. Come altrettanto chiaro lo dimostrano i tentativi di destabilizzazione di due Paesi che rappresentano la chiave di questo spazio geografico: la Turchia, serratura di questo perno, l’epicentro attorno a cui si sono sviluppate le antiche civiltà così come le religioni monoteiste. Ed il Kazakhstan che all’interno del paradigma mackinderiano ne è World Island o Isola del Mondo. Regione-perno o Heartland dell’Eurasia, corrispondente all’area delle civilizzazioni russa e turanica. Con i Paesi dell’Asia Centrale, prima o poi, a mio avviso, una forma di cooperazione si potrà certamente trovare.

I dissapori e le diffidenze fra il colosso asiatico e questa regione del mondo sono antiche e profonde, basti pensare, solo per menzionare due esempi, alla Grande Muraglia, da una parte e alle iscrizioni dell’Orkhon, dall’altra, in cui è scritto:

Sovrano di questa terra m’accordai con il popolo cinese […]

[…] Ingannati dalle dolci parole e da molli seriche stoffe molti popoli turchi sono periti,

Popolo Turco morirai. Se t’insedierai a sud,

[…]Popolo Turco morirai!

Tuttavia, credo che si possa certo dire che i nemici di ieri siano divenuti gli alleati di oggi. A maggior ragione se la nostra politica estera si allontana da una prospettiva eurasiatica. Fra Asia Centrale e Cina, esiste già un organismo intergovernativo fondato dai capi di Stato di sei Paesi: Cina, Russia, Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. La Shanghai Cooperation Organisation, SCO, un’organizzazione cui anche la Turchia ha presentato domanda d’ingresso.

 

È da poco uscito l’ultimo numero del “Nodo di Gordio”, dal titolo Il Mosaico Globale. Quali sono gli argomenti affrontati e dove è possibile reperire la rivista?

La rivista è uscita a fine gennaio. In questo numero ci siamo occupati delle tensioni e della frammentazione presente in molti Paesi sparsi per tutto il globo terrestre. Da qui il titolo Il Mosaico Globale. In particolare sono presenti nella rivista uno speciale dedicato alla delicata situazione di conflitto etnico-religioso in Kosovo e una corposa sezione dedicata alla Turchia.

Numerosi gli interventi in quest’ultimo speciale, tra i quali quello dell’ex Ambasciatore ad Ankara Carlo Marsili, di Kenan Gürsoy, Ambasciatore della Repubblica di Turchia presso la Santa Sede, e le interviste a due ministri del governo Erdoğan.

La rivista è disponibile in abbonamento postale, sottoscrivibile online sul sito www.nododigordio.org ed è distribuita presso le principali sedi diplomatiche, Università, organizzazioni internazionali, nonché a qualificati politici, giornalisti, intellettuali e addetti militari, in Italia e all’estero.

 

Presidente del Centro Studi “Vox Populi” e Senior Fellow del think-tank di studi geopolitici “Nodo di Gordio”, il Professor Ermanno Visintainer è uno fra i più stimati esperti di turcologia in Italia, come dimostrano anche i numerosi riconoscimenti accademici ed istituzionali ricevuti in Turchia, Mongolia e Kazakhstan. Di recente ha preso parte come relatore a due incontri molto importanti organizzati proprio dall’Ambasciata della Repubblica del Kazakhstan in Italia, svoltisi a Roma il 16 e il 29 gennaio scorsi. 

GLI INVESTIMENTI CINESI E LA CRISI FINANZIARIA

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La recente contrazione economica globale, combinata con la crisi del debito pubblico in Europa, ha avuto un impatto positivo sull’azione dei fondi sovrani (d’ora in poi FOS) cinesi. Si potrebbe sostenere che i problemi derivanti dalla crisi e dal tema della liquidità abbiano spostato l’attenzione dei governi occidentali dalla necessità di implementare leggi ferree in materia di FOS al bisogno impellente di capitale per sollevare la depressa attività finanziaria dell’Occidente. Significative, in questo senso, le parole di un accademico dell’Università di Georgetown:

“La crisi finanziaria globale ha […], in parte, [alleviato] alcuni dei problemi politici internazionali del CIC [China Investment Corporation] e fornito alla Cina protezione per investire secondo una logica che soddisfa sia gli incentivi commerciali che gli obbiettivi politici e strategici del paese stesso […] senza implicazioni di tipo geopolitico”.

Al momento, l’Europa è considerata la destinazione adatta ad ospitare gli investimenti dei FOS. In un’intervista con Xinhua (agenzia di stampa ufficiale della Repubblica Popolare Cinese) nell’aprile di quest’anno, Gao Xiqing – Vicepresidente del Consiglio di Amministrazione del CIC – dichiara che:

“L’Europa, dove le istituzioni rendono difficilmente possibile il rapido investimento domestico, offre un’opportunità ideale per tali investimenti [infrastruttura], dato che là i governi hanno modificato le politiche in materia di tasse e regolamentazione al fine di accogliere investimenti esteri, nel tentativo di aiutare le proprie economie ad uscire dalla crisi finanziaria.”

Ad esempio, il CIC acquistò dieci punti percentuali dell’Heathrow Airport di Londra nel novembre del 2012 e, nel giugno dello stesso anno, ottenne il 7% in partecipazioni nella compagnia francese fornitrice di apparecchi satellitari, Eutelsat Communications SA. Inoltre, nel 2011, il governo portoghese negoziò la privatizzazione più grande della sua storia, vendendo il 21% del capitale sociale della compagnia fornitrice di energia elettrica Energias de Portugal alla cinese Three Gorges.

Sempre a proposito di privatizzazioni nell’area dei Paesi sudeuropei piegati dalla crisi, è importante menzionare l’affare COSCO-OLP.
OLP è la sigla usata per designare il colossale porto greco Piraeus, il quale, trovandosi in posizione strategica, beneficia della massiccia attività turistica (circa venti milioni di passeggeri ogni anno) verso le maggiori isole greche. COSCO, invece, è la sigla che sta per China Ocean Shipping Company: azienda fornitrice di servizi logistici e di trasporto. Questa assunse il controllo di metà del porto nel 2008 e, da allora, paga circa cento milioni di euro all’anno al governo greco per l’affitto della struttura. Un recente accordo, che è in corso d’approvazione da parte dei consigli di amministrazione di entrambe le compagnie, stabilisce che la COSCO spenda duecentotrenta milioni di euro al fine di accrescere la capacità del porto stesso di due terzi nel giro dei prossimi sette anni. In cambio dell’impegno finanziario, la compagnia cinese sarebbe esentata dal pagamento dell’imposta annuale finché la Grecia non raggiungerà i livelli di prodotto interno lordo (PIL) antecedenti alla crisi. Perciò, il porto è chiaramente in procinto di rafforzare il proprio ruolo di adescatore, per rimanere in termini marittimi, di attività commerciale cinese all’interno dell’Unione Europea.

Il rapporto annuale del CIC mette in luce un’altra rilevante acquisizione all’interno dell’eurozona. Nel dicembre del 2011, infatti, il FOS cinese investì tre miliardi e centocinquanta milioni di euro nella compagnia francese produttrice di petrolio GDF Suez EPI SA. La manovra fu peraltro di enorme portata, dato che il tetto massimo di partecipazione in una compagnia estera fissato dal CIC è di dieci punti percentuali; in questo caso, però, il FOS stesso ruppe la consuetudine acquistando il 30% del capitale della compagnia in questione.

Nonostante il basso profilo che i FOS cinesi generalmente adottano in tema di trasparenza e divulgazione di informazioni sui propri portafogli d’investimento, la stragrande maggioranza di operazioni commerciali è portata a termine da attori privati. Tuttavia, le compagnie private sono realmente private? Talvolta è difficile stabilire se alcune entità di quella tipologia sono, in realtà, legate in qualche modo al governo cinese:

“Molte imprese private operano formalmente sotto protezione di aziende di stato o collettive. Quindi, risulta difficile calcolare le quote dello stato e delle economie private”.

Se così fosse, l’influenza che Pechino eserciterebbe sull’Europa sarebbe di gran lunga più grande rispetto a quella che potrebbe avere se tenessimo conto solamente delle istituzioni controllate dal governo centrale, cioè i FOS.
Ciononostante, sebbene la maggior parte dell’iniziativa commerciale in Europa sia intrapresa da individui privati, nel 2009, il CIC spese trecentoquaranta milioni di euro per comprare titoli della Songbird Estates PLC, proprietaria del Canary Wharf di Londra e, nel 2011, spese altri tre miliardi e duecento milioni di euro per rilevare parte delle azioni dell’azienda petrolifera Gaz de France.

Infine, gli investimenti del CIC in Europa vengono visti da alcuni come plasmatori di un panorama economico da cui ognuno esce vincitore. Da un lato, la Cina continua a investire il proprio denaro e ad accumulare capitale approfittando della bassa valutazione in Europa, dall’altro, tali acquisizioni – specialmente nel settore dell’infrastruttura – si rivelano essere vantaggiose e favorevoli per i Paesi europei (Germania e Regno Unito su tutti), perché potrebbero condurre gli ultimi fuori dalla recessione o, almeno, velocizzarne il periodo di “convalescenza”. Nel complesso, questo scenario sembra avere un duplice riscontro. In primo luogo, potrebbe addirittura aiutare le aziende europee a rinsaldare le loro relazioni con la futura economia numero uno al mondo; secondo, è possibile che esso contribuisca ad abbattere le barriere protezionistiche del mercato per il bene di entrambi, Cina ed Europa.

Si è parlato di Germania e Regno Unito. Ebbene, questi sono i due Paesi dell’Unione Europea che, da inizio secolo, si sono dimostrati più aperti ad accogliere gli ingenti flussi di denaro “rosso”. Il CIC vede in particolar modo il Regno Unito come meta ideale per investimenti a lungo termine, proprio a causa del clima “business-compatibile” e della solida struttura legale.
Importante notare il fatto che sia stata esattamente Londra la città in cui il Kuwait Investment Authority – considerato il primo vero FOS di età contemporanea – fondò il proprio ufficio (KIO, Kuwait Investment Office) nel 1953. Ciò rende chiaro quanto la metropoli, e la regione britannica in generale, venga da sempre considerata all’estero come il nucleo del mondo degli affari. Essa vanta una lunga tradizione in qualità di destinazione principale di investimenti provenienti da tutto il globo. Lou Jiwei stesso – l’ex CEO (Chief Executive Officer) del CIC – dichiarò: “the UK is the most welcoming of Chinese investment among all countries”. A conferma di ciò, ricordiamo la succitata acquisizione dell’aeroporto Heathrow e quella relativa ai duecentosettantasei milioni di sterline impegnati, undici mesi dopo, nella Thames Water, equivalenti all’8.68% del capitale sociale della compagnia.

A far da contraltare a questa tendenza positiva vi è il tema delle critiche di pubblici ufficiali cinesi nei confronti di alcuni Paesi europei e non solo – di cui non viene ovviamente fatto il nome – rei di aver cambiato approccio verso l’attività d’investimento dello Stato asiatico all’interno della regione. Costoro affermano che tali Paesi, immediatamente dopo lo scoppio della crisi (2007), avrebbero accolto a braccia aperte il capitale della Repubblica Popolare Cinese per sollevare le rispettive economie dalla piaga finanziaria; ora, però, gli stessi sembrerebbero dimostrarsi riluttanti di fronte alla richiesta di aprire le proprie frontiere al denaro “rosso”, adducendo come scusa la potenzialmente minacciosa penetrazione politica comunista in settori di rilievo ed importanza strategica quali trasporto, comunicazione, infrastruttura, difesa e high-tech. Di conseguenza, è recentemente cresciuto l’uso dell’accezione discriminatoria relativa al “colore dei soldi” – per citare ancora una volta Gao Xiqing – riferendosi, appunto, al comportamento discriminatorio dei paesi imputati vis-à-vis la Cina. Tali critiche rivolte all’ipocrisia europea in materia di sicurezza vengono puntellate con la conferma, da parte dell’entourage del CIC, che l’obbiettivo del fondo è sempre e solo stato quello acquistare capitale sociale in compagnie ed industrie estere allo scopo di massimizzare il ritorno economico sull’investimento.

“Il motivo per cui investiamo non è dato da fusioni-acquisizioni o dalla possibilità di controllare compagnie estere. Non vogliamo essere visti come distruttori di alcun Paese”.

Venendo alle riflessioni finali, si noti come gli investimenti cinesi nell’Unione Europea, a partire dall’inizio della crisi finanziaria nel tardo 2007, tesero a concentrarsi in particolari aree di interesse come il Regno Unito. Ciò è avvenuto a causa della maggior reattività di queste zone ad aprirsi alla penetrazione di capitale cinese rispetto ad altri membri dell’UE. Inoltre, il processo di acquisizione portato avanti dal CIC, e da altri FOS cinesi come il SAFE Investment Company e l’Hong Kong Monetary Authority Investment Portfolio, mette in evidenza un altro importante trend economico, ovvero quello che pone l’UE, assieme ad alcune economie emergenti, come nuova destinazione preferita per investimenti a lungo termine.

Un tale cambiamento di rotta rispetto alla consuetudine di rivolgersi agli Stati Uniti d’America è da leggersi e inquadrarsi nel contesto di due fondamentali eventi. Per prima cosa, nel novembre del 2008, gli USA approvarono un disegno di legge chiamato FINSA (Foreign Investment and National Security Act), secondo cui qualunque acquisizione – anche quelle al di sotto del dieci per cento del capitale sociale di compagnie americane – da parte di entità finanziarie possedute dallo stato di appartenenza, faccia scaturire nell’immediato un processo investigativo ad opera del CFIUS (Committee on Foreign Investment in the United States). Già di per sé, questo accorgimento legale basterebbe a scoraggiare ogni investitore estero, dati i pesanti costi da sopportare solamente per poter “sopravvivere” alla complessa investigazione.

In secondo luogo, il fatto che la Cina sia in possesso di numerosi titoli azionari dal basso rendimento, denominati in dollari, costringe la stessa a diversificare sensibilmente i propri pacchetti, tagliando il numero di beni ancorati al dollaro e preferendo quelli denominati in euro.
Si giustifichi la breve digressione finale per dire che, nonostante la metà del capitale del CIC sia ancora investito negli USA, la combinazione dei due punti nodali descritti poc’anzi lascia intendere fino a che punto le maggiori istituzioni cinesi, specialmente i FOS, si stiano persuadendo a guardare altrove, ad esempio in Europa.

*Oscar Mina è laureato in Lingue e Letterature straniere presso l’Università degli Studi di Milano

TORNA LA POSSIBILITÀ DI UN INTERVENTO MILITARE IN SIRIA

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Gli USA tornano alla carica sull’intervento in Siria e insieme all’opzione di una soluzione pacifica, ribadiscono che nessuna possibilità resta esclusa, soprattutto quella dell’intervento sul campo.

Nonostante quanto sostenuto in gennaio da parte del capo degli ispettori ONU sull’uso delle armi chimiche in Siria(1) e nonostante le immagini trapelate alla fine di agosto sulle “sospette” casse di armi chimiche trovate in mano ai “ribelli” (2), il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, durante l’incontro odierno tenutosi nella ex residenza del Presidente Thomas Jefferson in Virginia (3) col presidente francese Hollande, ha dichiarato, in merito all’attuale situazione sul vicino oriente, che: “La guerra non è la soluzione, ma la situazione è molto instabile e pericolosa, non solo per la Siria, ma per tutta la regione”(4). Questa frase, poco rassicurante, lascia aperti tutti gli scenari possibili nell’intero scacchiere del medio e vicino oriente, e suona paradossale se accostata a quanto sostenuto poco dopo sull’Iran: “Abbiamo preso accordi per mantenere l’attuale regime di sanzioni”: se da una parte gli Stati Uniti “lamentano” uno stato di insicurezza e tensione diffuso in tutta la regione, dall’altra non fanno nulla per smorzare i toni, anzi, buttano di continuo benzina sul fuoco. Ridicola è, anche, la continua insistenza della stampa occidentale sulle armi chimiche “consegnate” dalla Siria. Trattasi, infatti, di materiali sequestrati dall’Esercito Arabo Siriano e assolutamente non presenti nell’arsenale siriano. L’aspetto più evidente di questa farsa è che se i giornalisti occidentali si riempiono la bocca di continuo con le armi stoccate provvisoriamente nel porto di Gioia Tauro (5), non specificano mai la provenienza reale del materiale, indicando genericamente le armi chimiche come provenienti dalla Siria e creando così, di fatto, un’associazione automatica nella mente del lettore tra Bashar Al-Assad e le armi chimiche, con cui il regime siriano non ha nulla a che vedere. In tempi non sospetti, già nel maggio 2013, era uscita questa dichiarazione: “Gli investigatori delle Nazioni Unite dicono che hanno trovato testimonianze di vittime e personale medico che dimostrano che i militanti hanno usato l’agente nervino sarin in Siria… La Commissione indipendente d’inchiesta dell’ONU sulla Siria non ha trovato alcuna prova che le forze governative siriane abbiano usato armi chimiche contro i militanti, ha detto il membro della commissione Carla Del Ponte, secondo la Reuters.”(6) Non esiste nessuna prova, infatti, che l’esercito siriano abbia mai fatto, in alcun modo, uso di armi chimiche. Esistono, invece, prove concrete e fatti, volutamente occultati, che provano con assoluta certezza la reale provenienza del materiale bellico di natura chimica. Abbiamo una chiara manifestazioni di tali prove schiaccianti a partire dal 21 agosto 2013, giorno in cui, in corrispondenza della visita della commissione ONU in Siria, si verificano degli attacchi con armi chimiche. La cosa, alquanto strana induce perfino il giornalista Frank Gardner, corrispondente per la sicurezza della BBC, a domandare: “Perché il governo di Assad, che ha recentemente riconquisto terreno ai ribelli, effettuerebbe un attacco chimico, mentre gli ispettori delle Nazioni Unite sono nel Paese?” (7). Le prove sono di seguito riportate e sono suddivise in 4 punti:

 

1) Durante azioni di sequestro del materiale in possesso dei “ribelli”, come in quella del 22 agosto nell’area di Jobar, sono state rinvenuti sacchi come questo, pieni di sostanze chimiche prodotte in Arabia Saudita. Di seguito riproponiamo uno dei frame mandati in onda dall’emittente Al Youm:

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Nella foto (8) si può chiaramente notare il tipo di materiale chimico “Corrosivo” e il luogo di provenienza della produzione, prima in lingua araba e poi in lingua inglese, indicante “Made in the Kingdom of Saudi Arabia”. Dalla pagina ufficiale facebook di informazione “Syria 24” (9) estrapoliamo anche questa foto di un altro sequestro di materiale bellico, offensivo e difensivo:

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In un video di Russia Today, ritroviamo i medesimi scatoloni e grazie alla qualità HD dell’immagine, le scritte risultano ben visibili e decifrabili ad occhio nudo, senza bisogno di alcun ingrandimento:

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La chiara indicazione di provenienza del materiale, dopo il nome e la descrizione del prodotto è “Made in U.S.A.” (10).

 

2) Nel caso le precedenti prove fornite non fossero sufficienti, possiamo altresì citare che tutti gli attacchi di natura chimica provenivano dai territori occupati dalle forze sovversive (11): la seguente cartina (12), riportata dal sito Global Research, è stata fatta da un gruppo di esperti militari riunitisi a Washington, i quali, sulla base del calcolo delle traiettorie dei razzi contenenti l’agente chimico Sarin, sarebbe impossibile che questi fossero stati sparati, come sostiene la Casa Bianca, dall’Esercito Arabo Siriano, ma proverrebbero, per forza, dalle zone occupate dall’Esercito Libero Siriano, ossia dai terroristi.

 

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3) E’ stato altresì dimostrato dal medesimo report, che i terroristi sarebbero in grado di prodursi autonomamente le armi chimiche utilizzando i materiali loro forniti e modificando i razzi comuni attraverso l’inserimento del materiale chimico all’interno della testata del razzo stesso, come dimostra il seguente grafico (13):

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I due autori del report che “smonta”, di fatto, le tesi del governo USA sulla provenienza dei razzi e sui metodi di costruzione, sono Richard Lloyd, un ex ispettore ONU per gli armamenti e Theodore Postol, professore di Scienza, Tecnologia e Sicurezza Nazionale, presso il Massachusetts Institute of Technology. Le loro affermazioni, lasciano adito a ben pochi dubbi sulla questione armi chimiche, in particolare una frase pronunciata da Lloyd: “I ribelli siriani sono effettivamente in grado di confezionare questo tipo di armi […] penso che allo stato attuale abbiano molta più capacità di costruirsele rispetto al governo siriano” (14).

 

4) Come ultima prova forniamo una traduzione completa dell’elenco degli armamenti in mano all’Esercito Arabo Siriano. All’interno del seguente elenco, non compaiono componenti chimiche o similari.

 

Equipaggiamento dei soldati

I soldati siriani hanno a loro disposizione un arsenale variegato di armi delle più disparate provenienze. Ci sono 3 modelli di pistole in dotazione all’Esercito Arabo Siriano: Makarov PM sovietica, Tokarev sovietica e Browning Hi-Power di produzione belga. Fucili modello Mosin-Nagant sovietici, SKS sovietico e il modello vz.52 di fabbricazione cecoslovacca. Tra i fucili d’assalto troviamo il classico AK-47 sovietico, AKM sovietico, AK-103 russo, Zastava M-70 di fabbricazione iugoslava, il Type 56 cinese, il Norinco CQ cinese, l’Sa vz. 58 cecoslovacco, l’AMD-65 ungherese e l’AK-74 sovietico. Tra i fucili di precisione troviamo il classico Dragunov SVD sovietico, OSV-96 russo, PSL rumeno, Zastava M91 serbo, Steyr SSG69 austriaco. Tra le pistole mitragliatrici troviamo la Škorpion vz. 61 fabbricata nella Repubblica Ceca, Sa vz. 23 anche questo di fabbricazione ceca, Type 85 submachine gun cinese, Star Model Z84 spagnolo. Tra le mitragliatrici leggere RPK sovietica, ed RPD sovietica. Tra le mitragliatrici medie troviamo PK sovietico e Goryunov sovietico. Tra le mitragliatrici pesanti KPV sovietica, NSV sovietica, DShK sovietica e DS-39 nota anche come Degtyaryov sovietica. Tra le bombe a mano, tutte di provenienza sovietica, troviamo i modelli F1, RGD-5, RKG-3, RPG-43, AGS-17 come lanciagranate automatico. Tra le mine troviamo i modelli sovietici TM-35, TM-38, TM-41, TM-44, poi quelli russi TM-46, TM-57, TM-62, TM-72, TM-83, TM-89, PMN e PMD. Da ultimo troviamo i modelli di mine provenienti dalla Repubblica Federale Socialista della Iugoslavia sono TMA-3, TMA-4, TMA-5.

 

Mezzi e armamenti militari

Nota al lettore: non per tutte le tipologie di armamenti sono note le quantità. Onde non specificato la fabbricazione è russa e/o sovietica.

L’esercito siriano ha in dotazione equipaggiamenti e mezzi di provenienza eterogenea. Gran parte del suo arsenale proviene dalla Russia Sovietica e dalla Federazione Russa. Molti degli armamenti, per quanto datati, hanno subito di anno in anno costanti revisioni ed ammodernamenti per tenerli al passo coi tempi e con le nuove scoperte ed innovazioni nel settore militare. Gli stati di provenienza degli armamenti come già detto sono Russia Sovietica, Federazione Russa, Iran, Cina, Francia, Germania Ovest, Germania unificata, Polonia, Yugoslavia e Corea del Nord; diversi armamenti sono stati prodotti nella stessa Siria. Per rendere un’idea, solo per quanto riguarda le unità mobili da combattimento più del 90% sono di fabbricazione russa; tra questi mezzi spicca il T-72/72 M, carro armato sovietico entrato in produzione nei primi anni ’70. Il numero di T-72/72 M in servizio presso l’esercito siriano è di 1700 esemplari, tutti in fase di ammodernamento. I T-62 M/K di fabbricazione russa contano 1000 esemplari in servizio e i T55/55MV sempre di provenienza sovietica 2250 esemplari; 1000 di questi in servizio sono stati ammodernati a carro armati MV Standard . Alcuni di questi sono stati equipaggiati con telemetri laser di fabbricazione nordcoreana. Gli altri 1150 veicoli si trovano in deposito. L’esercito siriano dispone di 100 carri armati anfibi modello PT/76 di provenienza sovietica. 1125 autoblindati anfibi di provenienza sovietica di cui: 1000 modello BRDM-2 e 125 BRDM-2Rkh, i primi armati con ATGM (missili anticarro) e i secondi dotati di equipaggiamento speciale per combattimenti in NBC (per operare sotto attacco di armi nucleari, batteriologiche e chimiche). 2600 veicoli da combattimento da fanteria modello BMP-1 (dei quali 500 si trovano in deposito) e 350 BMP-2, entrambi di fabbricazione russa. Per quanto riguarda la lista di mezzi per il trasporto delle truppe ci sono a disposizione: 100 BTR-40, 550 BTR-50, 650 BTR-60, 550 BTR-70, 300 BTR-152, 560 MT-LB, tutti di fabbricazione sovietica. Altri 860 veicoli per il trasporto truppe di provenienza mista Repubblica Ceca/Polonia conteggiano 560 mezzi OT-62 TOPAS e 300 OT-64 SKOT. Si contano altresì un numero imprecisato di ambulanze da campo prodotte in Repubblica Ceca modello ABM-S. Per quello che riguarda i veicoli per il trasporto di armamenti e soldati l’EAS è dotato di differenti modelli di mezzi, tutti di fabbricazione russa: il camion per trasporto artiglieria MAZ-7310 dotato di otto ruote motrici, il camion per trasporto truppe e adatto a terreni dissestati URAL-4320 a sei ruote motrici, i modelli URAL-375D da 4,5 tonnellate e dotati di 6 ruote motrici, il modello ZIL-131 da 3,5 tonnellate e con 5 ruote motrici e le varianti ZIL-135 e ZIL-157, il primo per il trasporto dell’artiglieria e il secondo dal peso di 2,5 tonnellate e dotato di 6 ruote motrici. I due modelli GAZ-66 e GAZ-3308 entrambi 4×4, il primo adatto a terreni dissestati ed il secondo un utility truck. Da ultimo troviamo il veicolo UAZ-469 adatto a tutti i tipi di terreno e il veicolo da trasporto truppe KAMAZ-43114 a sei ruote motrici. Per quel che riguarda l’artiglieria da rimorchio troviamo una totale predominanza di prodotti dell’industria bellica sovietica. Troviamo 200 mortai modello PM-37 da 82mm, 700 PM-43 da 120mm, 200 M1938 da 120mm, 100 M1943 da 160mm e 10 M240 da 240mm. Diversi modelli di obici tra cui 100 A-19 da 122mm, 150 M-30 da 122 mm, 600 D-30 da 122mm, 20 D-20 da 152mm, 50 ML-20 da 152mm, 20 D-1 da 152,4mm, 10 S-23 da 180mm. 400 cannoni da campo modello D-74 da 122mm, attualmente in magazzino, e 800 M-46 da 130mm. Riguardo ai semoventi d’artiglieria troviamo 36 T-34 di fabbricazione siriana che montano un obice modello D-30 da 122mm. Questo mezzo di fabbricazione siriana, come i seguenti di fabbricazione russa, è in realtà un unico grande obice semovente; i modelli russi di obice semovente sono 400 2S1 Gvozdika da 122mm e 50 2S3 Akatsiya da 152mm. Da ultimo troviamo un numero indeterminato di mezzi 2S4 Tyulpan equipaggiati di mortaio da 240mm come arma primaria. Per quello che riguarda i mezzi anticarro, l’esercito siriano ha in dotazione un numero non precisato di cannoni SR di svariati modelli: i sovietici SPG-9 da 73mm, B-10 da 82mm, B-11 da 107mm ed M-40 iraniani da 106mm. I cannoni controcarro sono tutti di fabbricazione sovietica, pure per questi il numero esatto non è noto: T-12 da 100mm, BS-3 da 100mm, D-48 da 85mm, ZiS-2 da 57mm. 3 modelli di lanciagranate a propulsione anticarro di fabbricazione russa e sovietica in numero imprecisato: RPG-7 da 40mm, RPG-18 da 64mm, RPG-29 sia nella versione da 65mm e da 105mm. Per quello che riguarda i missili anticarro troviamo un numero imprecisato di 3M6 Shmel, 400 SS.11 di fabbricazione francese, 100 HOT di provenienza mista, Francia e Germania Ovest. Troviamo un’abbondanza di armi guidate anti-carro delle più disparate provenienze, per quanto la predominanza sia ancora una volta sovietica: 200 3M11 Falanga attualmente in deposito, 6590 9K11 Malyutka ai quali si aggiungono altri 10000 esemplari appena acquistati. 2000 9K111 Fagot, 400 9M113 Konkurs, un numero imprecisato di 9K115 Metis, 2000 9M117 Bastion, 1500 9M119 Svir, 500 9K115-2 Metis-M, 1000 9M133 Kornet, una quantità non precisata di 9M123 Khrizantema, 4400 MILAN (Missile d´infanterie léger antichar ovvero “missili anti-carro per fanteria leggera”) francesi e tedeschi, e da ultimo due modelli di missili anti-carro di fabbricazione iraniana in quantità non note, modelli Saeghe-2s e Toophan. Troviamo poi per i sistemi lanciarazzi multipli 200 M63 da 107mm di fabbricazione cinese ed iraniana, Katyusha sovietici in quantità ignota da 132mm, BM-14 da 140mm, 300 BM-21 Grad da 122mm, BM-24 da 240mm, 36 BM-27 Uragan da 220mm, un numero imprecisato di Khaibar di fabbricazione cinese e siriana da 302mm, gli iraniani Fajr-3 da 240mm, Fajr-5 da 333mm, Ra’ad da 220mm, Falaq-2 da 333mm e da ultimo lo jugoslavo M-63 Plamen da 128mm con annessa la variante RAK-12 che permette il caricamento del sistema di lancio anche su mezzi leggeri come le jeep. Riguardo ai missili balistici tattici troviamo 24 esemplari di FROG-7 di fabbricazione sovietica, 18 R-17 Elbrus Scud-B, 8 R-17 Elbrus Scud-C e una quantità ignota di R-17 VTO Scud-D. Troviamo poi 36 OTR-21 Tochka/KN-02 Toksa (Viper) di provenienza sovietica e nord coreana. Dei missili che riporteremo in seguito non sono noti i numeri ufficiali: 9K720 Iskander di fabbricazione russa, Hwasong-6 costruiti in Siria con la licenza dalla Corea del Nord, Rodong-1 nordcoreani, Fateh-110 costruiti in Siria con la licenza dall’Iran, e da ultimo i 3 modelli di missili iraniani Zezal-2, Zezal-3 e Shahab-2. Proprio di questi giorni l’invio di 72 missili anti-nave modello P-800 Oniks noti anche come Yakhont , da parte della Russia. Riguardo alle armi contraeree troviamo una quantità imprecisata di ZPU sovietiche e cinesi da 14,5mm, oltre 650 ZSU-23-2 da 23mm, oltre 300 M1939 da 37mm, 675 S-60 da 57mm, più di 25 KS-12 da 85mm, più di 25 KS-19 da 100mm. Procedendo nella ricerca troviamo anche diversi tipi di sistemi missilistici antiaereo a corto raggio trasportabili a spalla: 15000 9K32 Strela-2 sovietici, 1500 9K34 Strela-3, una quantità ignota di 9K34 Igla-1, 500 9K38 Igla, quantità imprecisata di 9K338 Igla S e un numero imprecisato di FN-6 prodotti nella Repubblica Popolare della Cina. I veicoli anti-aerei son tutti di fabbricazione sovietica e russa: come cannoni antiaerei semoventi troviamo 400 esemplari di ZSU-23-4 da 23mm e 250 ZSU-57-2 da 57mm; 240 di questi si trovano attualmente in deposito. Troviamo diversi modelli di postazioni mobili per missili terra-aria (SAM System): 275 S-75 Dvina, un numero imprecisato di S-125 Neva/Pechora (con alcune unità ammodernate col sistema Pechora 2M) e 2K12 Kub. 160 9K33 Osa, di cui 100 attualmente in deposito, 20 9K31 Strela-1, 20 9K37 Buk, 35 9K35 Strela-10, 8 9K37M2E Buk-M2E e 6 sistemi di difesa aerea mobili 9M311-1M Tunguska. Sappiamo che sono stati ordinati diversi TOR-M1 russi e che sono stati venduti 36 Plantsir-S1, armi antiaerea trasportabili, dalla Russia. In materia di sicurezza sono stati comprati diversi droni Ababil dall’Iran, La-17RM di fabbricazione sovietica, Mohajer 4 iraniani e Tu-143 sovietici. (15)

Conclusioni

Sulla base di quanto illustrato al punto 1, sussistono prove evidenti della presenza di armi chimiche nei depositi dei ribelli scoperti e sequestrati dall’Esercito Arabo Siriano. Sulla base di quanto illustrato al punto 2, le argomentazioni di Washington sulla provenienza dei razzi sono errate, sono invece esatte, sulla base di calcoli matematici e fisici, quelle relative alla provenienza dei razzi incriminati dal territorio occupato dalle forze ostili al regime siriano. Sulla base di quanto illustrato al punto 3, i ribelli avrebbero notevoli capacità tecniche di costruzione dei razzi contenenti materiale chimico. In base a quanto illustrato al punto 4, non esistono prove sulla presenza di armamenti chimici all’interno dell’arsenale bellico siriano. Sulla base dei quattro punti precedenti, le conclusioni di Washington risultano tratte senza alcuna base solida, mentre emerge che la verità sulla reale provenienza degli armamenti è stata pesantemente occultata, se non falsificata. Un attacco contro la Siria sulla base delle presunte colpe delle autorità siriane, sarebbe, solo l’ultimo di una lunga serie di attacchi basati su pretesti invece che su reali minacce.

* Marco Nocera è laureato in Scienze Linguistiche e Letterature Straniere (LT) presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, attualmente è studente del Master di Media Relation e Comunicazione d’Impresa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

 

Note

1) http://www.globalresearch.ca/un-weapons-inspector-syria-chemical-weapons-were-fired-from-rebel-held-territory/5365228
2) http://www.eurasia-rivista.org/il-caso-russia-today-la-vera-faccia-della-liberta-di-stampa/20143/
3) http://www.corriere.it/esteri/14_febbraio_11/obama-hollande-incontro-virginia-77e7659a-92b5-11e3-b1fa-414d85bd308d.shtml
4) http://actualidad.rt.com/actualidad/view/119646-eeuu-francia-mantener-sanciones-iran
5) http://www.repubblica.it/cronaca/2014/01/16/news/armi_chimiche_siria_gioia_tauro-76082190/
6) http://aurorasito.wordpress.com/page/2/?s=Armi+chimiche
7) ibidem
8) http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Senza-titolo114.png
9) Facebook: “Syria 24 English”
10) http://www.eurasia-rivista.org/cms/wp-content/uploads/Senza-titolo22.png
11) http://www.globalresearch.ca/un-weapons-inspector-syria-chemical-weapons-were-fired-from-rebel-held-territory/5365228
12) ibidem
13) ibidem
14) ibidem
15) Per la stesura di questa sezione del libro sono state impiegate diverse fonti tra cui:

http://www.globalsecurity.org/military/world/syria/army-equipment.htm

http://www.armyrecognition.com/syria_syrian_army_military_land_ground_forces_uk/syria_syrian_army_land_ground_armed_forces_military_equipment_armored_vehicle_intelligence_pictures.html

LA ROADMAP DELLA RIFORMA DELLA CINA E LA VIA DELLA SETA 2.0: QUALI VANTAGGI NELLA COOPERAZIONE ITALIA-CINA

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Il Centro Studi Eurasia Mediterraneo in collaborazione con ASRIE – Associazione di Studio, Ricerca ed Internazionalizzazione in Eurasia ed Africa e l’Ambasciata della Repubblica Popolare di Cina in Italiaorganizza la conferenza “La Roadmap della Riforma della Cina e la Via della Seta 2.0: Quali vantaggi nella cooperazione Italia-Cina” il giorno lunedì 24 febbraio 2014 alle ore 17 presso l’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese sita in via Bruxelles 56, Roma.

Interverranno alla conferenza

Sua Eccellenza Li Ruiyu, Ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese in Italia,

Wang Xiaohui, Vice-Ministro per le informazioni del Partito Comunista Cinese,

Marco Costa, coautore del libro La Via della Seta.

Tale conferenza rientra nella serie di incontri orientati sull’analisi economico-sociale e delle opportunità di investimento lungo la Via della Seta che il CeSEM ed ASRIE hanno programmato lungo il biennio 2014/2015 volti a favorire la conoscenza dei mercati centro asiatici ed asiatici con l’obiettivo facilitare ed implementare il processo di internazionalizzazione delle imprese italiane attraverso conferenze, forum economici, incontri B2B e missioni commerciali in loco.

A tal proposito si segnala la possibilità di acquistare il libro La via della Seta. Vecchie e nuove strategie globali tra Cina e bacino del Mediterraneo (Anteo Edizioni 2014) con annesso il numero della Rivista “Eurasia”Il secolo cinese e ritirare le copie direttamente durante la conferenza del 24 febbraio e la possibilità di divenire membro dell’associazione ASRIE al costo esclusivo e complessivo di euro 60,00 (euro 30,00 Rivista Eurasia e Libro + euro 30,00 Membership ASRIE).

Maggiori informazioni per l’acquisto del libro La via della Seta e del numero Il secolo cinese della Rivista Eurasia al seguente indirizzo di posta elettronica cpeurasia@gmail.com; maggiori informazioni per i servizi, le attività e la membership dell’Associazione ASRIE all’indirizzo di posta elettronica info@asrie.org.

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IMPERIALISMO e IMPERIO

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Imperialismo é um lema do vocabulário moderno; neologismos de cunhagem relativamente recente são no mais das vezes formados mediante o sufixo -ismo, que no caso vem a se somar ao elemento raiz do adjetivo imperial denotando o valor semântico, para indicar a tendência de um Estado a se expandir sobre uma área geográfica mais ampla e exercer seu domínio político, militar e econômico.

Não transcorreu ainda um século desde 1920, quando Lênin notava como desde há 20 anos, para qualificar uma época das relações internacionais inaugurada pela Guerra Hispano-Americana (1898) e pela Guerra Anglo-Bôer (1899-1902), “nas publicações econômicas, bem como nas políticas do Velho e do Novo Mundo, utilizam cada vez mais o conceito de ‘imperialismo’[1], e citou como exemplo o livro chamado Imperialismo, que o economista britânico J.A. Hobson havia publicado em 1902 em Londres e Nova Iorque.

Querendo logo indicar a conexão do fenômeno imperialista com suas características econômicas fundamentais, Lênin formulará sua famosa definição do imperialismo como a “era do domínio do capital financeiro e dos monopólios”[2]. “Uma etapa específica do desenvolvimento da economia mundial capitalista”[3], reiterará Paul M. Sweezy.

Não aparece substancialmente diferente do realizado pelo chefe bolchevique o diagnóstico acerca do fenômeno do imperialismo efetuado no mesmo período por um membro do pensamento contrarrevolucionário, o conde Emmanuel Malynski, que definia aos imperialismos como “megalomania nacionalista engenhosamente valorizada pela rapacidade capitalista”[4]. Convicto defensor da idéia imperial e apaixonado apologeta das construções geopolíticas destruídas pela Primeira Guerra Mundial e pela revolução bolchevique, o aristocrata polonês escreveu que: “Na história contemporânea, assim como nas duas décadas que a precedem imediatamente, vamos ver os nacionalismo das grandes potências se orientar decididamente na direção do capitalismo e degenerar rapidamente no imperialismo econômico. Elas se encontrarão assim em um plano inclinado e serão arrastadas por uma concatenação de causas e efeitos rumo ao imperialismo político. Dessa maneira, ao final, o capitalismo internacional terá conduzido as nações à guerra mais gigantesca que jamais existiu”[5]. Na mesma linha de Malynski se coloca Julius Evola, quando denuncia a “falsificação imperialista da idéia imperial”[6] como o produto de ideologias “de tipo nacionalista, materialista e militarista”[7] ou de interesses econômicos.

Considerado desde um ponto de vista puramente histórico, o imperialismo pode ser descrito hoje como a “política das grandes potências européias, que tendem a constituir os impérios coloniais dominando territórios extraeuropeus e dos quais extraem matérias-primas, mão-de-obra, como também onde colocar a produção industrial nacional”[8], pelo que seu período “pode ser mais ou menos delimitado temporalmente entre 1870 e o início da Primeira Guerra Mundial, quando a repartição colonial se havia completado substancialmente”[9].

Não obstante, a categoria de “imperialismo” também se tem utilizado em relação à política exercida pelos Estados Unidos da América em períodos históricos sucessivos à Primeira e à Segunda Guerra Mundial; o que não faz mais que confirmar que o imperialismo é um típico fenômeno da época contemporânea, que corresponde a “uma etapa específica da economia mundial capitalista”[10] e assimilável àquela internacionalização do capitalismo, que culminou na globalização.

Fenomenologia do Império

No que concerne a categoria de Império, não é fácil defini-la, dado a grande variedade de realidades históricas que lhe são atribuídas. Limitando-nos a considerar àquelas que tomaram forma no Mediterrâneo e no Oriente Próximo, se parece poder constatar que a criação do modelo original do ordenamento imperial se deu na civilização do antigo Irã, o que provavelmente tomou do mundo assírio e babilônico a concepção da monarquia universal. Se dentro dos confins da Pérsia, a base dessa concepção é a doutrina da onipotência de Ahura-Mazda, o deus criador do céu e da terra, que entregou ao “Rei dos reis” o senhorio sobre diferentes povos, na Babilônia e Egito os reis aquemênidas fazem referência às formas religiosas locais e portanto “assumem o caráter de reis nacionais de diversos países, mantendo em cada um deles a figura tradicional do monarca de direito divino”[11].

O projeto de monarquia supranacional em que se inspirou Alexandre é o modelo persa, e se forja, através dos reinos helenísticos, no Império Romano, que durante mais de quatro séculos garante a coexistência pacífica e a cooperação de uma grande comunidade de povos. Seus fundamentos concretos são: o ordenamento jurídico comum (que coexiste com uma variedade de fontes jurídicas)[12], a difusão da língua latina (junto ao grego e às línguas locais), a defesa militar das fronteiras, o estabelecimento de colônias destinadas a se converterem em centros de difusão do influxo romano nas províncias limítrofes, uma moeda comum imperial (junto às moedas provinciais e municipais), uma rede viária articulada, o deslocamento de populações.

Logo da deposição do último imperador do Ocidente e do regresso das insígnias imperiais a Constantinopla, o Império Romano segue existindo por outros mil anos na parte oriental. “Estrutura estatal romana, cultura grega e religião cristã, são as principais fontes do desenvolvimento do Império Bizantino. (…) O império, heterogêneo desde o ponto de vista étnico, se mantém unido pelo conceito romano de Estado e sua posição no mundo foi determinada pela idéia romana de universalidade. (…) Se forma toda uma hierarquia complexa de estados, cujo vértice é o imperador de Bizâncio, imperador romano e chefe da ecúmene cristã” [13].

Não obstante, dois séculos e meio depois que Justiniano tratou de restaurar o senhorio universal reconquistando o Oeste, um rei dos francos em Roma cingiu a coroa imperial. A solidariedade das diversas partes do Sacro Império Romano – habitado por povos zelosos de sua identidade étnica e cultural – se baseia nos laços de sangue que unem o imperador e os reis subordinados a ele, ademais do juramento de fidelidade com que estes governantes se vinculam ao imperador. O Império Carolíngio não sobreviveu mais de três décadas depois de seu fundador, porém para que renasça a uma nova vida, se necessitou a intervenção de uma nova dinastia, aquela dos Otos, e o traslado da capital desde Aquisgrana a Roma.

Com Frederico II da Suábia, o Império parece recuperar a dimensão mediterrânea. Se o Reino da Alemanha é uma imagem do Império, já que oferece o espetáculo de uma comunidade de diversas estirpes (saxões, francos, suevos), a vertente mediterrânea do Império de Frederico apresenta um panorama de diferenças ainda mais profundas: o trilinguismo latino-grego-árabe da chancelaria imperial representa um mosaico de populações de origem latina, grega, lombarda, árabe e berber, normanda, sueva, judia, as quais ademais pertencem a diferentes religiões. Portanto Frederico, diz um de seus biógrafos, “reunia em si os caracteres dos distintos governantes da terra, foi o maior príncipe alemão, o imperador latino, o rei normando, o basileu, o sultão”[14]. E é este último título o que ressalta quanto há de específico em sua idéia imperial: a aspiração para restaurar a unidade da autoridade espiritual e do poder político.

Posterior à conquista de Constantinopla por parte dos otomanos, o legado do Império Romano é reivindicado por duas novas e distintas formações imperiais: enquanto que “o Império Romano grego e cristão cai para ressurgir na forma de um Império Romano turco e muçulmano”[15], gerando assim a “última hipóstase de Roma”[16], Moscou se prepara para se converter na “Terceira Roma”, porque como escreve Bento XVI, “funda seu próprio patriarcado sobre a base da idéia de uma segunda translatio imperii e portanto se apresenta como uma nova metamorfose do Sacrum Imperium”[17].

Na Europa Central e Ocidental, o Sacro Império Romano da Nação Germânica sofre o efeito do nascimento dos primeiros Estados nacionais, porém o curso dos acontecimentos parece mudar com Carlos V, “campeão daquela velha idéia de Europa que agora aparece moderníssima”[18], quando o império fundado por Carlos Magno se libera do aspecto estreitamente germânico que o havia caracterizado desde o século XIV ao XV e tende a recuperar seu caráter originário supranacional para mantê-lo ainda nos seguintes séculos, até a queda da monarquia dos Habsburgo. Ao longo dos séculos XVI e XVII, o Império “foi a manifestação histórica de uma força centrípeta que tendeu a unificar os diferentes reinos em que a cristandade se havia dividido durante a Idade Média; sua capacidade de agregação, de afirmação e logo de resistência faz imaginar a existência de possibilidades diferentes para a história européia que as que se concretizaram”[19].

Com a paz de Presburgo, Francisco II renuncia à dignidade de Sacro Imperador Romano, já que as conquistas napoleônicas a esvaziaram da correspondente substância territorial; ao mesmo tempo, se lhe oferece a Napoleão a possibilidade de recuperar a herança carolíngia em um Império de novo cunho, um conjunto de territórios continentais unidos pela potência militar francesa e guiados por mandatários diretos do Empereur. Assim, inclusive membros da antiga aristocracia européia estavam dispostos a ver nele “um imperador romano – um imperador romano francês, se desejado, como antes havia sido alemão, porém apesar de tudo um imperador, do qual o Papa seria seu pedinte, os reis seus grandes vassalos e os príncipes os vassalos de tais vassalos. Um sistema feudal, em suma, com o vértice de uma pirâmide que havia faltado na plenitude do Medievo”[20].

Repensar o Império

Desde essa ainda que limitada e sintética resenha histórica, que desde a Europa se poderia muito bem ser estendida a outras zonas da terra, resulta que o Império não é simplesmente uma grande potência político-militar que exerce seu controle sobre uma ampla extensão territorial. Mais apropriadamente, o Império pode ser definido como “um tipo de unidade política que associa as etnias, os povos e a diferentes nações porém aparentadas e mancomunadas por um princípio espiritual. Respeitosa das identidades, está animado por uma soberania que se baseia sobre a fidelidade mais que sobre um controle direto territorial”[21]. Cada manifestação histórica do modelo imperial se configurou, de fato, mais além de sua dimensão geográfica e da variedade étnica e confessional da população correspondente, como um ordenamento unitário determinado por um princípio superior.

Quanto a Europa, o Império sempre foi o coração ideal e político, o centro de gravidade, até que, com a decadência e logo do desaparecimento definitivo das mais recentes formas imperiais, a própria Europa passou a se identificar mais com o Ocidente, até se converter em um apêndice da superpotência transatlântica e em uma de suas cabeças de ponte para a conquista da Eurásia.

Porém, o unipolarismo estadunidense não é eterno; a transição a um novo “nomos da terra” articulado em um pluriversum de “grandes espaços” volta a entrar em uma perspectiva realista, pelo que a Europa deverá, antes ou depois, repensar o modelo do Império, o único modelo político de unidade supranacional que se desenvolveu no curso de sua história.

[1] Vladimir I. Lenin: El imperialismo, fase superior del capitalismo, Guayaquil, 1970, p. 11.
[2] Vladimir I. Lenin: El imperialismo, fase superior del capitalismo, Guayaquil, 1970, p. 81
[3] Paul M. Sweezy, The Theory of Capitalist Development, New York 1968, p. 307
[4] Emmanuel Malynski, Les Eléments de l’Histoire Contemporaine, cap. V, Paris 1928; trad. it. Fedeltà feudale e dignità umana, Padova 1976, p. 85. Dello stesso autore: L’Erreur du Prédestiné, 2 voll., Paris 1925; Le Réveil du Maudit, 2 voll., Paris 1926; Le Triomphe du Réprouvé, 2 voll., Paris 1926; L’Empreinte d’Israël, Paris 1926 (trad. it. Il proletarismo, fase suprema del capitalismo, Padova 1979); La Grande Conspiration Mondiale, Paris 1928; John Bull et l’Oncle Sam, Paris 1928; Le Colosse aux Pieds d’Argile, Paris 1928. La Guerre Occulte, apparsa a Parigi sotto i nomi di Emmanuel Malynski e di Léon de Poncins nel 1936 (due anni prima della morte del Malynski), fu edita varie volte in italiano tra il 1939 (Ulrico Hoepli, Milano) e il 2009 (Edizioni di Ar, Padova); trad. española: La Guerra Oculta, Ediciones Teseo, Buenos Aires, 2001, con introducción de Claudio Mutti.
[5] Emmanuel Malynski, op. cit., ibid.
[6] Julius Evola, L’Inghilterra e la degradazione dell’idea di Impero, “Lo Stato”, a. IX, 7 luglio 1940.
[7] Julius Evola, Universalità imperiale e particolarismo nazionalistico, “La Vita italiana”, a. XIX, n. 217, aprile 1931.
[8] Enrico Squarcina, Glossario di geografia politica e geopolitica, Milano 1997, pp. 81-82.
[9] Enrico Squarcina, Glossario di geografia politica e geopolitica, cit., p. 82.
[10] Paul M. Sweezy, The Theory of Capitalist Development, New York 1968, p. 307.
[11] Pietro de Francisci, Arcana imperii, vol. I, Roma 1970, p. 168.
[12] “Los derechos indígenas sobrevivieron y continuaron aplicándose en las diferentes comunidades que conformaban el Imperio: el derecho “griego” (en realidad, derecho indígena salpicado de derecho griego) en Egipto, derecho de las ciudades griegas en el Mediterráneo oriental, el derecho de tal o cuales tribus en Mauritania o en Arabia, el derecho hebraico (Torá) para los hebreos” (Maurice Sartre, L’empire romain comme modèle, “Commentaire”, primavera de 1992, p. 29).
[13] Georg Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino, Torino 1993, pp. 25-26.
[14] Giulio Cattaneo, Lo specchio del mondo, Milano 1974, p. 137.
[15] Arnold Toynbee, A Study of History, vol. XII, 2a ed., London – New York – Toronto 1948, p. 158.
[16] Nicolae Iorga, The Background of Romanian History, cit. in: Ioan Buga,Calea Regelui, Bucarest 1998, p. 138. Cfr. C. Mutti, Roma ottomana, “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, a. I, n. 1, ott.-dic. 2004, pp. 95-108.
[17] Josef Ratzinger, Europa. I suoi fondamenti oggi e domani, Milano 2004, p. 15.
[18] D. B. Wyndham Lewis, Carlo Quinto, Milano 1964, p. 18.
[19] Franco Cardini y Sergio Valzania, Las raíces perdidas de Europa. De Carlos V a los conflictos mundiales, Editorial Ariel S.A., Barcelona, 2008, p. 20 y 21.
[20] Emmanuel Malynski, La Guerra Oculta, Ediciones Teseo, Buenos Aires, 2001, p. 50.
[21] Louis Sorel, Ordine o disordine mondiale?, in L. Sorel – R. Steuckers – G. Maschke, Idee per una geopolitica europea, Milano 1998, p. 39.