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Rivista di studi Geopolitici

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    Un “complotto organizzato dall’estero”, ma anche un “complotto delle lobbies dei tassi di interesse e del caos”: le dichiarazioni di Erdogan sulla grave crisi in Turchia non vengono troppo considerate dai media occidentali; eppure – al di là della simpatia/antipatia che può suscitare il Primo Ministro, di cui vengono puntualmente sottolineati i limiti caratteriali e le ambizioni egemoniche – queste denuncie non sembrano insensate, e un loro approfondimento contribuisce a ricostruire la dimensione dei fatti.

    Ricordiamo sinteticamente i passaggi recenti più importanti della vicenda in corso:

    • Decine di fermi e di arresti a partire dal 17 dicembre per accuse di corruzione (frode, appropriazione indebita, traffico illegale di oro) – fra i fermati il figlio del ministro dell’Ambiente;
    • Il 21 dicembre altri 16 arrestati, fra cui il direttore generale della Halk Bank (banca a controllo pubblico) e i figli dei ministri degli Interni e dell’Economia;
    • Reazioni governative (circa 30 ufficiali di polizia rimossi e licenziati) e controreazioni della magistratura (il Consiglio di Stato annulla il regolamento che imponeva alla polizia giudiziaria di informare preventivamente il governo di determinate indagini; un procuratore della Repubblica accusa la polizia di avere dato tempo e modo agli indagati di inquinare le prove), mentre gli accusati si discolpano e l’esercito non prende posizione;
    • Dimissioni dei ministri i cui figli sono stati coinvolti nell’inchiesta (Ambiente, Interni, Economia) e rimpasto governativo con altri sette ministri sostituiti (in totale pertanto ben 10 su 21);
    • Tre parlamentari notoriamente “liberali” dell’AKP (fra cui l’ex ministro della Cultura Gűnay) lasciano nello stesso giorno il partito, accusandolo di connivenza con la corruzione .

    Parallelamente all’azione giudiziaria si è scatenata una vera e propria tempesta economica, o meglio finanziaria: gli indici di borsa sono al minimo da 17 mesi a questa parte, la lira sta crollando rispetto al dollaro nonostante le iniezioni di grandi quantità di denaro operate dalla Banca Centrale nel tentativo di sostenere la moneta nazionale. E’ da tenere presente che la Turchia si affida ai flussi di denaro straniero per finanziare il suo deficit delle partite correnti (attualmente il 7,5 % del PIL), e la politica monetaria  della statunitense Federal Reserve – che ha di fatto ridotto gli investimenti USA in obbligazioni estere – sta mettendo in grossa difficoltà Ankara. Speculazione finanziaria (sulla lira turca) e azione dirompente della Fed possono insomma essere associate a quelle “lobbies dei tassi d’interesse” cui si accennava all’inizio;  c’è di più, perché la messa sotto accusa della Halk Bank rappresenta   da una parte un attacco alla finanzia pubblica e al ruolo dello Stato nella politica monetaria, dall’altra un attacco alle relazioni fra Turchia e Iran, i cui rapporti commerciali sono sostenuti proprio da tale istituto bancario.

    Il tradizionale scontro fra alta magistratura/forze armate (queste ultime per ora alla finestra) e politica si affianca a probabili e assai verosimili influenze internazionali (in Turchia sarebbe veramente sorprendente se non fosse così). Ciò prescinde, ovviamente, dall’effettiva consistenza di accuse di corruzione sulle quali non è possibile ancora pronunciarsi.

    Un parlamentare dell’AKP, Mehmet Metiner, in un’intervista rilasciata a un’agenzia di stampa iraniana ha lanciato precise accuse: “La grande “operazione contro la corruzione” partita il 17 dicembre si deve all’insoddisfazione di Stati Uniti, Israele e del movimento di Fethullah Gűlen per le relazioni fra Turchia e Iran”.

    Un altro deputato del partito di governo, Salih  Kapusuz, ha parlato di “forze occulte di oltre Atlantico”, e di “collegamenti disgustosi”, riferendosi verosimilmente  al ruolo giocato da Gűlen, che risiede come è noto a Philadelfia e che rappresenta ormai lo pseudo Islam occidentalizzato che tanto spazio ha assunto nella strategia geopolitica atlantica. Diversi quotidiani turchi hanno ripreso le critiche al potente alleato statunitense, sottolineando il ruolo a dir poco ambiguo dell’ambasciatore di Washington, Francis J.  Ricciardone (lo stesso Erdogan ha, senza nominarlo, fatto riferimento al “ruolo provocatorio” di alcuni diplomatici che rischiano l’espulsione). Ricciardone non è – per la cronaca – un diplomatico qualsiasi: è l’alto funzionario che coordinò la task force del Dipartimento di Stato costituita subito dopo l’Undici Settembre nell’ambito della “coalizione contro il terrorismo”. Oggi sarebbe lui, in particolare, a mettere nel mirino la banca di Stato Halk Bank e i suoi rapporti con l’Iran.

    Ma perché un “cambio di regime”nei confronti di un alleato tutto sommato fedele e addirittura in prima fila nella sanguinosa (e disastrosa) operazione siriana ? Rimandiamo per questo a un precedente articolo che trattava i numerosi precedenti della conflittualità fra AKP e mondo intellettuale/politico/finanziario occidentale:

    http://www.eurasia-rivista.org/occupy-taksim-e-svolta-occidentale-per-la-turchia/19733/

    Vi è da aggiungere quella che non è una svolta – ne è ben lungi – ma un campanello d’allarme per chi confida in una Turchia battistrada di un impegno bellicista. Il 27 novembre, con una dichiarazione congiunta che ha destato sorpresa già per il fatto della condivisione, Turchia e Iran si sono espressi per un immediato cessate il fuoco in Siria – contro l’esplicita volontà dei ribelli, che non accettano la sospensione del conflitto, e raccogliendo invece  l’invito in tal senso di Putin.


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    Stefano Vernole, redattore di “Eurasia”, ha presentato su RAI 3 il numero 3/2013 dedicato alla geolinguistica (La geopolitica delle lingue, XXXI (3-2013).
     

     


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  • 01/09/14--02:56: I PADRONI DEL MONDO
  • Luca Ciarrocca, I padroni del mondo. Come la cupola della finanza mondiale decide il destino dei governi e dei popoli, Chiarelettere 2013, 237 pagine, € 13,90
     
     
     
    Questo saggio di Luca Ciarrocca, giornalista con retroterra economico nonché fondatore del sito indipendente WallStreetitalia.com, costituisce uno strumento di analisi molto utile per comprendere le dinamiche politiche ed economiche che in seguito alla crisi scoppiata nel 2008 hanno ulteriormente consacrato l’ascesa della finanza. Ciarrocca ripercorre, con una prosa chiara e scorrevole, gli eventi (crescita elefantiaca degli strumenti derivati, fallimento di Lehman Brothers, “salvataggio” di AIG, “consegna” di Bear Stearns al colosso JP Morgan Chase, intervento di Washington finalizzato a stabilizzare la terribile situazione bancaria) che sono alla base dell’odierna politica iper-espansiva varata dalla Federal Reserve (di cui viene inquadrata la collusione con il sistema bancario di Wall Street e indagata nel dettaglio la natura profondamente distorta e pericolosa) allo scopo di assicurare la solvibilità degli istituti Too Big To Fail (TBTF). L’autore mette in evidenza anche il ruolo svolto dagli hedge fund, i giganteschi fondi speculativi in grado di condizionare pesantemente l’andamento dei mercati azionari ed obbligazionari, e l’arrendevolezza con cui le classi politiche hanno trattato sia con loro che con le grandi banche. La “riforma della finanza” promossa da Barack Obama si è risolta all’adozione della cosiddetta “Volcker rule” (cioè il Dodd-Frank Act), una legge che ricalca alcuni principi del celebre Glass-Steagall Act, ma che di fatto non impedisce ai giganti di Wall Street di operare con gli stessi metodi pre-crisi.

    Viene inoltre indagata a fondo la natura della crisi europea, nell’affrontare la quale Ciarrocca mette in evidenza le colossali inadeguatezze delle classi dirigenti sia a livello nazionale che comunitario, responsabili di aver concesso fiumi di liquidità a costo pressoché nullo alle grandi banche (con tassi di interesse dello 0,25%) mentre stritolavano famiglie e piccole e medie imprese nell’asfissiante morsa dell’austerità – pretesa da Bruxelles e applicata con inedita brutalità soprattutto in Italia, Grecia e Spagna – contribuendo ad alimentare la disoccupazione che affligge in particolar modo i Paesi mediterranei.

    L’autore non si limita tuttavia a ricostruire il “film della crisi”, ma giunge a proporre alcune soluzioni tese a riequilibrare la situazione e a ridimensionare drasticamente il potere delle grandi banche. Si tratta del sistema “Positive Money”, elaborato dagli economisti Andrew Jackson e Ben Dyson, basato su sei principi fondamentali indagati e spiegati nei minimi particolari.

    Si tratta, in definitiva, di un saggio fortemente critico tra i migliori usciti in questi ultimi anni, nel corso dei quali l’editoria ha proposto una pubblicistica quasi interamente tesa a promuovere cambiamenti di impatto assai ridotto che mirano a rassicurare l’opinione pubblica senza alterare le strutture riproduttive e i rapporti di forza presenti.


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    The year which just ended was undoubtedly plenty of successes for the Kremlin. In spite of a rather low economic growth, Russia can still present itself as an island of development in the sea of the European stagnation. Moreover, after almost two decades of negative rates, the country’s natural population change is expected to be slightly positive in 2013[1]. But the most important victories have been achieved in the foreign policy. In September 2013, Putin made Obama accept a compromise over the Syrian issue, and so prevented an American attack that seemed almost certain. Meanwhile, Armenia’s government decided to apply for membership of the Eurasian Customs Union (ECU). In the end of October, the Georgian President Mikheil Saakashvili, a staunch pro-Western and anti-Russian politician, was replaced by the more conciliatory Giorgi Margvelashvili, elected with about 63% of the votes[2]. And, last but not least, on 21st November the Ukrainian Prime Minister Mykola Azarov decided to abandon its goal to sign the Association Agreement with the European Union (EU), which would have established a free-trade area (FTA) between Ukraine and the EU, in order to strengthen its relations with Russia and the CIS states. But, while Europe and America were – fruitlessly – doing their best in trying to persuade Ukraine to reverse its decision, Kyrgyzstan, a poor but strategically important Central Asian republic, refused to sign the Adhesion Agreement to the Eurasian Customs Union[3]. The balance sheet, nevertheless, remains neatly positive.

    Ukraine is still unlikely to join the ECU in the near future, as desired by Putin, but the perspective of this happening after the 2015 presidential elections is not unlikely. In spite of the massive pressures exerted by both the Euromaidan protests and the European and American leaders, the Ukrainian President Viktor Yanukovich seems to be rather determined to stand on his decision. Longing for lower gas prices and help for his country, which is on the verge of failure, and after being offered very strict conditions by both the EU and the International Monetary Fund (IMF), Ukraine turned towards Russia. Informal talks between Yanukovich and Putin were intensive throughout the crisis, and, on 17th December 2013, the latter reduced the gas export prices from $400 to $268.5 per thousand cube metre. Moreover, Russia bought $15 billion dollars of Ukrainian government bonds through the Russian National Wealth Fund. And, at least officially, these helps came without any precondition, let alone ECU membership[4].

    This is undoubtedly a sign of Putin’s pragmatism. During the crisis, indeed, the Russian President has generally refrained from putting ultimatums or forcing Kiev into the ECU; on the contrary, he stated that Ukraine might be allowed to keep tight trading links with Russia even if it would decide to join a free trade zone with the European Union[5]. Moreover, when Ukraine’s government decided to part with the Association Agreement (whose signing, nevertheless, was far from certain, as the EU required some political and economic reforms as a precondition), Putin was even able to present himself as a guarantor of Ukraine’s independence. During a meeting with the Italian Prime Minister Enrico Letta, for instance, the Russian President stated that “the choice of whom to sign a free trade agreement with is Ukraine’s sovereign choice and we will respect its decision, whatever it is”, and urged the European leaders to stop using “sharp words” on Ukraine[6]. Putin knows very well that putting ECU membership as a precondition for any help would only distance Kiev and increase Western criticism on the Russian foreign policy. What is important for him, now, is that Ukraine’s economy somehow recovers (and the benefits of the recent Russian bailout are already evident, as shown by the stabilization of the Hryvnia exchange rate[7]), Yanukovich comes back to power in 2015, the West accepts the role of Russia in the region, and the pro-European protests end.

    If not over, the protest wave which has been investing several Ukrainian regions, mainly in the West and the Centre, is far weakened compared to some weeks ago. On 5th January 2014, indeed, only 5,000 people joined the protests in the Independence Square of Kiev[8], and the last demonstrations came almost unnoticed in the international press. This is striking when one thinks that, on 8th December 2013, the protesters were – at least according to the organizers’ estimates – half a million[9]. And Yanukovich, who so far has refrained from a massive use of force against protesters, is now assuming a stauncher position: on 30th December, for instance, he signed a law introducing the crime of “illegal occupation of public buildings” (the Kiev City Hall and other public structures are still held by the protesters)[10]. But now the Kievan population itself, in spite of its pro-European attitude, seems rather tired of the diseases the protests have been provoking, and in the last weeks there have been several charges against some misdemeanours of the protesters[11].

    While Ukraine seemed to be on the brink of a second Orange Revolution, Armenia was rapidly proceeding towards the integration with Eurasia. On 24th December, the road map for the Armenian adhesion to the ECU was approved, and, during his message for the New Year’s Day, the Armenian President Serzh Sargsyan stated that his country is likely to join the ECU in 2014. Furthermore, like Ukraine, Armenia is enjoying the benefits of a steady improvement of its relations with Russia: during his last visit to Yerevan, Putin reduced the prices for the gas exportation to the country from $270 to $189 per thousand cube meter, and mentioned the possibility to apply the Russian prices for the sales of weapons to Armenia[12]. In return, Armenia agreed to sell 20% of Armrosgazprom, the Russian-Armenian joint venture for gas, to Gazprom, which already owned 80% of the company; this, nevertheless, sparked some protests from the opposition[13].

    Some other protests, more vocal, came from Azerbaijan, whose authorities stated that “Armenia’s adhesion to the ECU, or to any similar international organization, will be possible only after the liberation of the occupied Azerbaijani lands”[14]. The main fear is an informal – or even official – recognition of the self-proclaimed Republic of Nagorno-Karabakh, established with Armenia’s support. The issue was raised also by the Kazakhstani President Nursultan Nazarbayev, who, during the discussions for the road map for the Armenian adhesion, stated that the latter would arise the issue of the external borders of the Customs Union. The document, nevertheless, was issued without any reference to the Karabakh issue, and an Armenian politician went as far as stating that Nagorno-Karabakh will actually become a member of the ECU[15]. But for Nagorno-Karabakh and the lack of both direct borders with the Union and sea mergers, there seem to be no particular problems in the Armenian adhesion to the Customs Union: at the end of the meeting for the road map, Nazarbayev himself stated that Armenia is far more ready to adhere to the ECU than Kyrgyzstan[16].

    Among the candidates to the ECU membership, Kyrgyzstan seems to be one of the less desired. The reasons for this are manifold: Kyrgyzstan is a the second poorest country in the Former Soviet Union after Tajikistan, its borders, especially the southern ones, are scantly controlled and often serve as a transit point for drug and weapon traffic, and its southern regions are rather unstable because of the spread of Wahhabism and the recurring interethnic clashes between Kyrgyzes and Uzbeks. The need for a strong ally and the desire not to be swallowed by instability or by the steadily increasing Chinese influence are undoubtedly two major factors influencing the Kyrgyzstani President Almazbek Atambayev’s staunch determination to join the ECU.

    Kyrgyzstan requested officially to join the Customs Union in 2011[17], and in April 2013 Atambayev stated that his country is likely to become the fourth ECU member state by the end of the year[18]. Everything seemed to go rather straightforwardly. In June, the Kyrgyz government decided not to renew the contract with the USA for the use of the Manas Air Base, near the Kyrgyz capital Bishkek. The base will be closed on 11th June 2014[19]. Meanwhile, Russia will enhance its air base of Kant, still near Bishkek[20], and build a new military facility on the Lake Issyk-Kul[21]. A month later, Kyrgyzgaz, the Kyrgyzstani national gas company, was sold to Gazprom for the symbolic price of one dollar. This deal, nevertheless, has actually been a real bargain for Kyrgyzstan: Gazprom, indeed, pledged to undertake investments and modernization works for $670 million, as well as to pay off Kyrgyzgaz’s debts (38 million dollars). Furthermore, the Russian national gas giant will own Kyrgyzgaz for only 25 years, after which the company will come back to the Kyrgyzstani government if the deal will not be renewed[22].

    Nevertheless, there was – and is – a number of unresolved issues which would have led to Atambayev’s final decision not to sign the Adhesion Agreement to the Customs Union. One of these is about compensation duties. As a WTO member state, indeed, Kyrgyzstan would have to pay compensations to several nations after joining the ECU and aligning its duties with those of the Union. The Central Asian Republic demanded so to maintain its own duties over around 2,600 products as a temporary measure. Kyrgyzstan, furthermore, required $415 million to support the economic development of the country and improve the security of its outer borders, a provision for the free circulation in the territory of the Union for its migrants, and a deferral of the liberalization of the trade in the Dordoy and Kara-Suu bazaars. None of these conditions, nevertheless, was put into the Adhesion Agreement issued in November, and Nazarbayev stated that “there will be no adhesions to the ECU at special conditions”. Bishkek, in turn refused to sign the agreement, but its Deputy Prime Minister Dzhoomart Otorbayev declined the idea of Kazakhstan and Russia having given “an ultimatum” to the Kyrgyz Republic and stated his willingness to start new consultations with the Eurasian trio in order to sign the Adhesion Agreement in May[23].

    Is Kyrgyzstan an undesired guest in the ECU? The country interests mainly for its geographical position and to stabilize the region (or, at least, to prevent its further destabilization). The Americans’ departure from Manas and their future retire from Afghanistan will make Central Asia completely free from the US military presence. Russia and China will remain the main pretenders for the geopolitical control of Central Asia, with the former being relatively advantaged over the latter. But, on the other hand, the risks connected to the growth of Islamic fundamentalism will inevitably increase, and the most vulnerable states are undoubtedly Kyrgyzstan and Tajikistan. The causes for this are manifold. Apart from the traditional religious conservatism of certain regions, such as the Fergana Valley[24], much is due to the widespread poverty and unemployment. Unfortunately, this is not something new. In the Batken province of south-western Kyrgyzstan, for instance, the Islamic Movement of Uzbekistan (IMU) paid each guerrilla monthly salaries between $100 and $500; and, if we consider that, in the late 90’s, unemployment rates swung around 60–80 percent, it should not be surprising if many found these salaries particularly attractive[25]. The question of Islamic fundamentalism in Kyrgyzstan is of interest for all the Former Soviet Union countries, and Yeltsin’s claim that “the border between Afghanistan and Tajikistan is actually a Russian border” is all but outdated[26].

    There is no doubt that economic and social development will contrive to limit, or even reverse, the spread of fundamentalism, and many agree that Kyrgyzstan would greatly benefit from the Union. One of them is Atambayev, who stated that the Kyrgyzstani textile industry has the potential to become leader in the CIS once the country will have joined the ECU[27]. Such claims are supported also by the Kazakhstani economist Sergey Akimov, who forecasts an overall steady growth of the Kyrgyzstani manufacture[28], but someone else, like the Kazakhstani political analyst Sanat Kushkumbayev, stated that the role of underground economy in the country puts into question the presence of overall benefits for Kyrgyzstan from the ECU membership[29]. And a number of experts and entrepreneurs, especially in nearby Kazakhstan, is worried by the repercussions on security after Kyrgyzstan’s adhesion to the Union on both security and increased concurrence. According to Zhomart Aldangarov, leader of the Eurasian Entrepreneurs’ Association, it will be difficult for the Kazakhstani small and medium enterprises (SME) to compete to the Kyrgyzstani one, whose production costs are far lower[30].

    It is noteworthy that many Kazakhstani opponents to Kyrgyzstan’s adhesion to the ECU seem to agree on the fact that the latter would not only stimulate the economic development of the country, but also enhance its internal security. This, in turn, leads to question the overall foundations of the Customs Union. Could the ECU be an effective instrument to ensure Eurasia peace, economic development and stability in the long term, or is it simply a tool for realizing short-term benefits, lacking any vision? The principle of mutual solidarity among the member states should be one of the bases of the Customs Union, as well as of any economic union aiming to fulfil long-term ends. But, if supporting Kyrgyzstan is a both material and moral need for all the ECU member states – Russia, for example, is now financing the building of a hydroelectric power plant –, there is a clear risk that the country would become excessively reliant on foreign aid, or even that the aids would rather contrive to strengthen power and corruption nets. And this, according to an important Kazakhstani entrepreneur, is already happening in Kyrgyzstan because of the ongoing instability and the recurring revolutions[31].




    [24] The Fergana Valley is a Central Asian region located between Kyrgyzstan, Tajikistan and Uzbekistan.

    [25] D. Hiro, Inside Central Asia, Overlook Duckworth, New York/London 2011, p. 298.

    [26] S.P. Huntington, Lo Scontro delle Civiltà e il Nuovo Ordine Mondiale, Garzanti, Milan 2000, p. 403.


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    Risale al marzo 2013 la crisi cipriota, la cui deflagrazione, unitamente alle misure adottate dalla “troijka” allo scopo di mitigarne gli effetti, rappresentò di fatto un segnale premonitore circa cosa sarebbe accaduto in seno all’Eurozona, con particolare riferimento alla cosiddetta “unione bancaria”.

     

    Come è noto, dopo una lunga fase di incertezza, la Banca Centrale cipriota, incalzata da Commissione Europea, Banca Centrale Europea (BCE) e Fondo Monetario Internazionale (FMI), ruppe gli indugi rivelando l’intenzione di convertire in titoli della Bank of Cyprus il 40% circa dei depositi non garantiti superiori ai 100.000 euro – per quelli inferiori ai 100.000 euro garantì l’Unione Europea –, e di inserire un ulteriore 22-23% degli stessi in un fondo speciale sgravato da interessi. In totale, il prelievo forzoso sui depositi più cospicui ammontò quindi al 60% circa. Le autorità europee, dal canto loro, spinsero inoltre Nicosia a mettere in vendita 10 delle circa 14 tonnellate di riserve auree (per un valore di 400 milioni di euro) detenute dallo Stato allo scopo di rastrellare i fondi necessari a sbloccare il piano di salvataggio concordato con la “troijka”, comprensivo anche di un cospicuo “taglio” (haircut) nei confronti dei creditori alla luce del continuo incremento del “costo stimato” del bail-out. Fin dall’inizio, le stime più accreditate hanno rivelato che il prezzo da pagare per  Cipro sarebbe stato salatissimo, poiché il Paese sarebbe stato chiamato a sopportare una grave depressione economica in grado di contrarre il Prodotto Interno Lordo dell’8,7% nel 2013 e del 3,9% nel 2014. Un portavoce del governo di Nicosia rivelò peraltro che nel 2013 la perdita avrebbe determinato una compressione del 13% del PIL cipriota, compromettendo inevitabilmente i programmi escogitati dalla “troijka”, i cui rappresentanti avevano sostenuto che le restrizioni sui movimenti finanziari volte ad impedire fuoriuscite di capitale sarebbero state eliminate al più presto nonostante fosse chiaro che sarebbero rimaste in vigore finché i prelievi sui depositi dei correntisti non si fossero rivelati sufficienti a rimborsare il debito contratto con BCE e FMI.

    Il “Financial Times” ha sostenuto che l’idea relativa prelievo forzoso fosse il risultato di fortissime pressioni esercitate dai tedeschi, i quali avrebbero imposto le proprie pretese ai commissari europei. Il ministro delle Finanze di Berlino Wolfgang Schäuble deterrebbe la paternità del “piano di salvataggio”, e sarebbe frutto dei suoi sforzi l’intesa raggiunta tra il FMI e la BCE in relazione all’affaire cipriota. La “tassa” sui depositi, imposta senza che fosse stata nemmeno ventilata l’ipotesi di adottarne una complementare sulle transazioni finanziarie, era evidentemente finalizzata a scaricare sui correntisti ciprioti e i contribuenti europei i costi di rifinanziamento del settore bancario dell’isola, senza ristrutturare, differentemente rispetto a quanto è stato fatto nei confronti della Grecia, il debito accumulato dal Paese.

    La tesi relativa alla “strada tedesca” indicata dal “Financial Times” è sostenuta dalla proposta avanzata da Jörg Krämer, capo economista dalla banca tedesca Commerzbank (controllata dallo Stato in seguito alla nazionalizzazione), il quale ha suggerito di effettuare un prelievo del 15% sui conti correnti italiani allo scopo di garantire il valore dei titoli di debito emessi dallo Stato; un salasso che porterebbe il debito pubblico al di sotto del 100% del Prodotto Interno Lordo e consoliderebbe la prassi operativa inaugurata con l’esperimento cipriota. Secondo Krämer, dal momento che secondo le statistiche pubblicate dalla Bundesbank la ricchezza privata degli italiani ammonterebbe a 164.000 euro pro capite, a fronte dei 76.000 di media dei tedeschi, i cittadini italiani potrebbero agevolmente sopportare una simile imposta. Ciò che sia Commerzbank sia Bundesbank hanno omesso di chiarire è tuttavia il fatto che tali cifre comprendono sia il patrimonio finanziario che quello immobiliare, e che il 70% degli italiani possiede una casa, contro, grosso modo, il 40% dei tedeschi. Per quanto riguarda il reddito, si può invece constatare come i 19.655 euro di reddito medio annuo pro capite degli italiani spariscano a confronto degli oltre 30.000 guadagnati dai tedeschi. La soluzione implicita promossa dalla Commerzbank prevedrebbe quindi che gli italiani vendessero le proprie abitazioni per accumulare e depositare quella rilevante ricchezza privata su cui lo Stato sarebbe chiamato ad effettuare il prelievo.

    Non appena cominciarono a circolare voci accreditate relative al “prelievo forzoso” dai conti correnti ciprioti, il presidente russo Valdimir Putin lanciò un serio ammonimento parlando di “tassa” «Ingiusta, poco professionale e pericolosa» (1), allo scopo di scongiurare la diffusione del panico e l’automatica corsa agli sportelli da parte di tutti i clienti di banche in crisi di solvibilità che sarebbe verosimilmente potuta essere innescata dalla decisione targata “troijka”. I destinatari di tale monito erano chiaramente i promotori tedeschi, i quali erano seriamente sospettati di star sotterraneamente gettando le basi per l’imposizione di una tassa patrimoniale europea a danno dei cittadini-correntisti appartenenti agli Stati debitori (il fatto che non fosse stata immediatamente introdotta una garanzia sui depositi a livello europeo conferiva notevole credibilità a questa ipotesi). Ma tassare pesantemente i depositanti, come sosteneva Putin, avrebbe pericolosamente spalancato le porte a una prospettiva micidiale, poiché si sarebbe corso, per l’appunto, il concreto rischio di insinuare il panico bancario ed innescare fughe di capitali dai Paesi in difficoltà (come Grecia, Portogallo, Spagna e Italia) verso quelli più  solidi, i quali avrebbero tutto l’interesse a richiamare i patrimoni stranieri abbandonando le nazioni più deboli a se stesse, come è puntualmente accaduto specialmente in seguito ai segnali d’allarme lanciati da JP Morgan Chase.

    Il colosso di Wall Street diramò infatti un rapporto in cui si evidenzia che i depositi sprovvisti di coperture assicurative ammontano a quasi la metà dei depositi totali di tutta l’Unione Europea, e ciò fu sufficiente, nonostante le reiterate rassicurazioni fornite da Bruxelles e dai vari governi nazionali, per fare in modo che i depositi cominciassero a spostarsi dai Paesi periferici (Cipto, Italia, Irlanda, Portogallo, Grecia e Spagna) verso mete più sicure (Germania in primis), mettendo a repentaglio la solidità dell’intero sistema bancario. Riflettendo sul caso cipriota, Jim Reid di Deutsche Bank ha invece avuto l’ardire di sostenere che: «Forse la lezione che dobbiamo trarre da tutto questo è che se si è abbastanza fortunati da avere molto denaro, sarebbe meglio cominciare a spenderlo» (2).

    Letta sotto quest’ottica sembrerebbe che l’intera vicenda fosse rivolta a spingere, attraverso una particolare forma di “terrorismo economico”, tutti i risparmiatori europei a smettere di risparmiare per far girare soldi, cosa che avrebbe ipoteticamente potuto contribuire ad uscire dalla “trappola della liquidità” responsabile dello stallo del sistema nonostante i fiumi di denaro iniettati nelle banche. Anche se finora non si è giunti a un prelievo indiscriminato da tutti i depositi come era presumibilmente nelle idee originarie della “troijka” e di alcuni alti esponenti di Berlino, lo stesso presidente dell’Eurogruppo Jerön Dijsselblöm non ci pensò due volte a dichiarare pubblicamente che il modello-Cipro, attuato con la partecipazione coatta di investitori e titolari di depositi nella ristrutturazione delle banche, costituisce un paradigma di riferimento per gestire i problemi che il settore bancario europeo si troverà ad affrontare in futuro – in primo luogo, quello relativo alle critiche condizioni in cui versa l’economia slovena. L’esperimento cipriota potrebbe quindi essere considerato alla stregua di una prova tecnica volta a testare la reazione delle forze popolari ed individuare il punto di rottura oltre il quale scatterebbe la rivolta sociale. Per sventare questo genere di prospettiva, i Paesi dell’Europa mediterranea guidati dalla Francia hanno esercitato forti pressioni fino ad ottenere il riconoscimento generale del principio di “unione bancaria”, volta a porre l’intero comparto creditizio europeo sotto un unico sistema normativo e a stabilire un preciso modello di riferimento per la gestione delle crisi bancarie. I passi compiuti verso questa direzione hanno suscitato l’entusiasmo di governi, parlamenti e dell’intero circuito informativo, nonostante il meccanismo di supervisione della BCE previsto dagli accordi preliminari relativi alla “unione” riguardi meno di 150 banche sulle 6.000 operanti all’interno dell’Eurozona (tra quelle che sfuggono al sistema di controllo figurano naturalmente le casse di risparmio regionali tedesche, che finanziano l’industria nazionale e in cui si intrecciano i riservati legami tra politica e imprese) e malgrado il “fondo di risoluzione delle crisi” cui tutti i Paesi saranno chiamati a contribuire – Germania in primis, vista e considerata la sua potenza economica – ammonti a 55 miseri miliardi di euro (che impallidiscono di fronte ai 241 miliardi concessi senza alcun risultato alla Grecia). In altre parole, la decantata “unione bancaria” non riguarda gli istituti di credito tedeschi e vincola la Germania a mettere a disposizione una quota finanziaria assai ridotta per il “fondo di risoluzione delle crisi”. Questo sembra essere l’esito dello scontro tra i “capitali forti” del centro e i “capitali deboli” situati nelle zone periferiche dell’Unione Europea. L’aggravarsi della crisi ha comportato un incremento dei fallimenti imprenditoriali, che a sua volta si è ripercosso sul settore bancario aumentando esponenzialmente in numero di “sofferenze”, le quali a loro volta hanno creato le condizioni favorevoli per l’innesco di un processo di ristrutturazione bancaria di tipo darwiniano, in cui le economie più forti saranno presumibilmente destinate a fagocitare quelle deboli originando una drastica concentrazione di potere e una sovversione dell’ordinamento democratico che rischia di privare i Paesi periferici del controllo sugli assetti proprietari del capitale bancario nazionale.

    Di fatto, la Germania e gli Stati gravitanti attorno alla sua orbita hanno fatto valere la loro supremazia rivoltando il progetto di “unione bancaria” proposto dalla Francia e dai Paesi mediterranei, in modo che prevedesse la messa al bando di ogni possibilità relativa al ricorso al denaro pubblico per far fronte alle crisi bancarie, rinnegando implicitamente gli impegni assunti solennemente con il Meccanismo Europeo di Stabilità, che permetteva di destinare i fondi a beneficio di tutte le banche, a prescindere dal loro Paese di appartenenza.

    Il che conferisce ulteriore credibilità alla tesi secondo cui toccherà ai depositanti delle banche in crisi il gravoso compito di sborsare denaro per risolvere la situazione, come sperimentato nei confronti di Cipro. Come ha evidenziato qualche osservatore (3), si tratta di un risultato impareggiabile, specialmente dopo che per anni è stato ripetuto allo sfinimento che l’euro, nonostante i suoi difetti, rappresentava una protezione formidabile del risparmio dalla svalutazione. Di fatto soltanto all’interno dell’ Eurozona si è deciso di violare il risparmio, minando la fiducia dei depositanti.

     

     

     

    1) “Ansa”, 18 marzo 2013.

    2) Cit. in Is this the diabolical “master plan” behind crushing Europe’s depositors, “Zero Hedge”, 26 marzo 2013.

    3) Maurizio Blondet, Renzi sveglia: Merkel si tiene l’euro ma ha buttato la UE, “Rischio Calcolato”, 7 gennaio 2013.

     


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    IRIB -“La conferenza “LA VIA DELLA SETA 2.0”, che si terrà il 18 gennaio a Perugia, è stata organizzata dalla rivista di studi geopolitici Eurasia per puntare l’attenzione su un tema molto centrale in Asia ma poco in Europa.

    Questo titolo è stato scelto perchè riteniamo importante che da parte dell’opinione pubblica italiana ed in generale da quella europea vi sia una conoscenza sulle grandi  potenzialità economiche in Asia.  Ed anche tra gli obiettivi di questa iniziativa possiamo ricordare  il ritrovamento delle tendenze non solo economiche e commerciali, come quelle di ritrovare mercati di sbocco che oggi mancano in Europa,  ma anche  geopolitici in Asia, ovvero in una zona che fino alla scoperta dell’America, veniva considerata come la diretrice  commerciale e culturale più importante del mondo”, queste le parole di Andrea Fais, collaboratore del tabloid cinese Global Times all’IRIB sulla conferenza “Via della Seta”.

    Audio dell’intervistahttp://italian.irib.ir/analisi/interviste/item/152006-fais-all’irib-conferenza-”-via-della-seta”-mira-a-ritrovare-grandi-potenzialità-economiche-in-asia-audio

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    Recentemente il celebre settimanale britannico “The Economist” ha dedicato la propria copertina a Blackrock, il principale e più facoltoso degli hedge fund.

     

    Amministrando un patrimonio quantificabile complessivamente in oltre 4.000 miliardi, offrendo software per la gestione di altri 11.000 miliardi di dollari e occupandosi di obbligazioni, azioni commodity e immobili, Blackrock è divenuta la più grande società di investimento del mondo, esercitando un controllo diretto, grazie all’abilità dell’influente direttore Laurence Fink, sull’intero spettro della speculazione finanziaria – che si divide tra gli enti che vendono (banche) i prodotti finanziari e quelli che li comprano (clienti privati, fondi pensione, fondazioni, hedge fund, divisioni finanziarie delle imprese multinazionali, ecc.). Dal momento che tale compagnia si è posta nelle condizioni di svolgere tanto i compiti di consulenza per quanto riguarda le valutazioni e le scelte dei migliori investimenti, quanto quelli riguardanti l’intermediazione e la gestione di interi pacchetti di titoli, compresi quelli maggiormente a rischio (e pertanto anche maggiormente remunerativi), Blackrock ha potuto accumulare un potere finanziario immenso. La notevole capacità di operare sugli stock market ha infatti permesso a tale società di acquisire pacchetti azionari (o di controllo) di Adidas, Allianz, Badische Anilin und Soda Fabrik (BASF), Deutsche Bank, Merck e HeidelbergCement, General Electric, Nestlé, Toyota, Novartis, Apple, Google, Microsoft, JP Morgan Chase, Wells Fargo, ExxonMobil, Chevron, Shell, ecc. Blacrock si trova particolarmente a proprio agio nell’investire attraverso gli Exchange Traded Fund (ETF), ovvero delle specifiche forme d’investimento “passive” che vengono negoziate in Borsa alla stessa stregua delle azioni e mirano unicamente a riprodurre l’indice al quale fanno riferimento (benchmark), fornendo al tempo stesso una ridotta esposizione al rischio e un buon livello di trasparenza.

    Il potere di Blackrock è stato ampiamente dimostrato in Italia, dove tale società ha ridotto drasticamente la propria esposizione nei confronti di Unicredit, affossando tale banca mentre era in atto l’aumento di capitale di inizio 2012, ed ha venduto un pacchetto azionario del 2,3% di Saipem pochi istanti prima che la società crollasse in Borsa, perdendo il 35% circa del valore in un solo giorno. Detenendo quote molto considerevoli delle due maggiori agenzie di rating (Moody’s e Standard & Poor’s), il gruppo Blackrock ha inoltre potuto disporre della facoltà di influenzare pesantemente il mercato obbligazionario in chiave geostrategica, intaccando arbitrariamente la solidità di aziende e Stati attraverso l’emissione di giudizi falsi e/o tendenziosi dettati dalle esigenze della più pura tempra politica

    Il soverchiante peso finanziario assunto da Blackrock ha conferito a tale organo anche un notevolissimo peso politico, testimoniato dal fatto che nel marzo 2008 questa azienda sia stata incaricata dalla Federal Reserve di New York guidata da Timothy Geithner di stimare l’esposizione della Bear Stearns – poi acquisita da JP Morgan Chase – nei confronti dei derivati basati sui mutui subprime e di gestire la montagna di Credit Default Swap (CDS) che avevano mandato sull’orlo della bancarotta il gigante assicurativo AIG. Come se non bastasse, «La Blackrock – ha osservato l’analista tedesco Heike Buchner – ha assistito la Federal Reserve nelle sue transazioni miliardarie con i titoli legati ai mutui ipotecari e le ha offerto una consulenza per l’ingresso nel capitale della banca Citigroup. I suoi esperti sono stati assoldati anche per esaminare i conti dei colossi ipotecari para-pubblici Fannie Mac e Freddie Mac. L’azienda inoltre ha ottenuto molti contratti di consulenza con lo Stato senza che fosse indetta una gara pubblica» (1).

    La caratteristica di gestire unicamente i capitali affidati dai singoli investitori per mezzo dei fondi pensione o di altri fondi comuni senza impegnare nulla di proprio conferisce a Blackrock e ad altri hedge fund un livello di affidabilità ben maggiore rispetto a tutte le grandi banche di Wall Street, che in seguito alla rimozione del Glass-Steagall Act grazie all’approvazione del Financial Modernization Act (o Gramm-Leach-Bliley Act) poterono tornare ad operare senza alcuna restrizione. Il Financial Modernization Act costituisce la legge che eliminò le normative atte a disciplinare l’attività degli istituti bancari di Wall Street soppiantando il Glass-Steagall Act, la legge fondamentale del New Deal rooseveltiano risalente al 1933 che sanciva la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento allo scopo di proteggere l’economia reale dalle pericolosissime attività finanziarie. Con la ratifica del Senato statunitense e l’approvazione del presidente Bill Clinton, il Financial Modernization Act entrò definitivamente in vigore, consentendo a investitori istituzionali, fondi pensioni, compagnie assicurative, banche commerciali e banche d’investimento di integrare liberamente i propri compiti e le proprie funzioni. Secondo le ricerche compiute dal noto giornalista investigativo Greg Palast, nel 1997 personaggi saldamente inseriti nell’establishment finanziario statunitense quali l’allora segretario al Tesoro Robert Rubin, l’allora vicesegretario al Tesoro Larry Summers, il dirigente del medesimo Dipartimento Timothy Geithner, John Corzine (Goldman Sachs), David Kamanski (Merrill Lynch), John Reed (Citibank), Walter Shipley (Chase Manhattan Bank) ed importanti uomini di punta dei più aggressivi hedge fund, raggiunsero un accordo segreto in base al quale tali componenti dell’oligopolio affaristico USA si impegnarono a concentrare tutte le proprie forze allo scopo di scardinare i regolamenti che disciplinavano le attività finanziare, a cominciare proprio dal Glass-Steagall Act e dalle norme atte a contenere i fondi speculativi.

    Con la crisi del 2008 la Casa Bianca e il Congresso presero però atto della necessità di trasmettere all’opinione pubblica la volontà di punire Wall Street per i suoi “eccessi”. Così, nel 2010 venne solennemente varato il Dodd-Frank Wall Street Reform and Consumer Protection Act, che avrebbe dovuto ricalcare i principi del Glass-Steagall Act del 1933. Sebbene in base a questa legge, caldeggiata dall’ex presidente della Federal Reserve Paul Volcker, le banche non avrebbero più potuto utilizzare i fondi depositati dai propri clienti per negoziare affari in conto proprio, Goldman Sachs ha riunito singoli enti privati ed altri potenti colossi finanziari per continuare ad operare esattamente come prima attraverso il Multi-Strategy Investing (MSI, una sorta di hedge fund di cui sono entrati a far parte alcuni dei più aggressivi speculatori di Wall Street), aggirando agevolmente i vincoli del Dodd-Frank Wall Street Reform and Consumer Protection Act. Anche l’accordo noto come “Basilea III”, che si proponeva ufficialmente di ridurre sensibilmente l’effetto leva e, soprattutto, di irrigidire complessivamente le regole per quanto riguarda l’operato degli hedge fund, è sostanzialmente naufragato.

    Oltre che da questo genere di vicissitudini, la vicinanza della classe politica al potere finanziario è peraltro testimoniata dal fatto che, dalla primavera del 2011, gli hedge fund sono tornati ad amministrare un patrimonio superiore a quello che gestivano durante il periodo immediatamente precedente alla crisi. Nessuno degli organi istituzionali incaricati di monitorare e disciplinare le attività finanziarie ha inoltre impedito al Marathon Asset Management, hedge fund che gestisce “appena” 11 miliardi di dollari, di “acquisire” la cittadina californiana di Scotia, finita in bancarotta municipale alcuni mesi prima, fornendo in tal modo un precedente assai insidioso che fondi ben più potenti potrebbero sfruttare per alzare il tiro su obiettivi maggiormente appetibili come Detroit, metropoli spopolata e dissestata messa letteralmente all’asta dal curatore fallimentare. Di questo passo, intere città potrebbero finire sotto il controllo diretto degli hedge fund.

    A ben guardare, è difficile negare che la decantata “crescita” statunitense rifletta l’avanzata inarrestabile di questi attori e l’automatica dilatazione degli squilibri di fondo legata inestricabilmente al loro operato; squilibri che favoriranno il ripetersi di una nuova crisi. Il sabotaggio di tutti i programmi volti a regolamentare e disciplinare le attività finanziarie ha tutelato gli interessi delle grandi banche e degli hedge fund, consentendo loro di assurgere al ruolo di “motori” della “ripresa” USA. L’azzeramento dei tassi di interesse e il quantitative easing della Federal Reserve hanno invece blindato la solvibilità delle banche e fornito loro un fiume di liquidità a ciclo continuo che è confluito verso Wall Street (l’indice Dow Jones ha bruciato un record dopo l’altro; l’indice Standard & Poor’s è cresciuto del 30% nell’arco del 2013) e verso il mercato cartaceo delle commodity, inondato di short “nudi” allo scopo di far crollare il prezzo dell’oro e attirare gli investitori verso il dollaro (nel pieno di una fase in cui i BRICS ed altri Paesi stanno accumulando ingenti riserve auree ed abbandonando progressivamente la valuta statunitense), così da mantenere alto il prezzo dei Treasury Bond e bassa la loro redditività. L’aumento delle disparità sociali, il consolidamento del potere di Wall Street, l’incremento della capacità di influire sull’economia reale da parte degli hedge fund e il gonfiamento delle tre “bolle” azionaria, obbligazionaria e del dollaro sono il risultato delle ricette applicate dalla classe dirigente statunitense; ricette che una parte preponderante degli economisti ortodossi e degli organi di stampa occidentali addita instancabilmente come esempi da seguire nonostante contengano tutti gli ingredienti in grado di favorire il delinearsi di scenari ben peggiori di quello attuale.

    È praticamente scontato che le linee operative in vigore finora non siano destinate a cambiare nemmeno in seguito all’avvicendamento che ha interessato il “ponte di comando” della Federal Reserve (di cui è stato recentemente celebrato il centenario), dal momento che l’incarico che per nove anni ha ricoperto Ben Bernanke, profondo conoscitore della “grande depressione” nominato da George W. Bush e confermato da Barack Obama, è stato ereditato da Janet Yellen (che l’ha “soffiato” a Larry Summers), economista che di Bernanke condivide l’impostazione “keynesiana” e approccio conciliante verso i colossi finanziari di Wall Street. Nonostante il “cambio di guardia” alla direzione della FED e le ricorrenti promesse di tapering, cioè di limitazione progressiva degli acquisti di Treasury Bond, sarà infatti praticamente impossibile provvedere a una sospensione definitiva del quantitative easing in tempi ragionevolmente, malgrado l’ostruzionismo alle prospettive di espansione monetaria opposto dagli “mercatisti” più intransigenti del “Wall Street Journal” e dai principali esponenti del Tea Party, contrari all’indebitamento federale.

    L’innalzamento dei tassi di interesse provocherebbe infatti la caduta del prezzo dei bond e l’esplosione della loro redditività, minando la solvibilità delle banche e inaugurando pertanto una lunga fase recessiva destinata a trasformarsi in depressione una volta innescato il processo (inevitabile, a quel punto) di dismissione generalizzata dei Treasury Bond, che produrrebbe una forte svalutazione del dollaro indebolendo pericolosamente il ruolo internazionale della moneta statunitense. Per un Paese come gli USA, che importano quasi tutto ciò di cui necessitano (come testimoniato dallo stato allucinante della rispettiva bilancia commerciale), un evento simile causerebbe un brusco aumento dell’inflazione che, combinandosi alla recessione/depressione vigente, darebbe vita al fenomeno della “iper-stagflazione”.

    Per questa ragione, oltre ad annunciare solennemente che il mercato immobiliare è ormai sulla strada della ripresa e che a breve le aziende provvederanno ad effettuare investimenti volti a creare nuovi posti di lavoro, la Yellen – incoraggiata dal suo vice Stanley Fischer, ex vicepresidente di Citigroup nonché ex vertice della Banca d’Israele (presso la quale ha proceduto a un notevole taglio dei tassi di interesse nel tentativo di arginare la crisi che colpiva l’economia dello Stato ebraico) che ha contribuito alla formazione di personaggi di grande potere come Larry Summers, Ben Bernanke, Mario Draghi, Greg Mankiw e Kenneth Rogoff – ha immediatamente tessuto le lodi dell’operato di Bernanke e annunciato che sotto il suo controllo la Federal Reserve si collocherà nel solco tracciato dal suo predecessore, limitandosi a promettere una riduzione di 10 miliardi di dollari al mese di acquisti obbligazionari alla luce dei “confortanti” miglioramenti capitalizzati dall’economia nazionale.

    È interessante notare il non incoraggiante fatto che la Yellen, malgrado la sua incrollabile fede “keynesiana” imperniata su un principio ideologico che assegna al governo e alla politica in generale il compito di correggere e bilanciare gli squilibri intrinseci del mercato, rimase letteralmente inerte nel 2004, quando, alla guida della Federal Reserve di San Francisco, si trincerò in un assurdo immobilismo mentre nella “sua” California andava gonfiandosi la maggiore bolla immobiliare di tutti gli Stati Uniti, alimentata dall’atteggiamento spregiudicato e aggressivo di istituti come Countrywide Financial (finito poi sul lastrico con lo scoppio della bolla). «Non ho scorto né compreso i rischi connessi alla montagna di cartolarizzazioni, all’operato delle agenzie di rating e del sistema bancario “ombra”… Non mi sono resa conto di nulla finché il disastro non si è palesato» (2), disse la Yellen dinnanzi alla Financial Crisis Inquiry Commission riunitasi nel 2010 per analizzare e valutare il ruolo svolto dai vari istituti nello scoppio e nella gestione della crisi. Per la verità, ciascuno dei recenti “timonieri” (con l’eccezione come Paul Volcker) della Federal Reserve ha in curriculum “prodigi” di questo genere: Alan Greenspan, a capo della FED dal 1987 al 2006, ha promosso una linea monetaria che ha agevolato in tutto e per tutto la crescita spaventosa della bolla immobiliare e di quella relativa alla New Economy, mentre Ben Bernanke ha mantenuto interessi bassissimi per mesi e mesi allo scopo di salvare Wall Street e assecondare (ancora una volta dopo i primi anni del nuovo millennio) le volontà dei grandi istituti finanziari che traggono i utili operando sul mercato immobiliare – i quali richiedevano che venissero agevolati i programmi di estensione del credito nei confronti dei clienti subprime.

     

     

    NOTE

    1) “Die Zeit”, 6 maggio 2011.

    2) “The New York Times” 13 agosto 2013.


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    IRIB-“Il quotidiano egiziano ha pubblicato di recente un sondaggio che rivela che il 70% degli egiziani si sono detti favorevoli alla nuova bozza della costituzione. Però, dall’altra parte la maggior parte degli intervistati avevano anche dichiarato di non avere letto nemmpure un articolo della nuova costitzione. Quindi la maggior parte dei presenti al voto non saranno praticamente consapevoli del contenuto della nuova costitzuione.

    Possiamo dire che in questa nuova bozza c’è in qualche modo un ritorno al passato,  alla costituzione del 1971. In particular modo vengono concessi altri poteri all’esercito. In particolare i tribunali militari saranno competenti a giudicare anche I civili”, queste le parole di Aldo Braccio, redattore della rivista geopolitica Eurasia all’IRIB, sugli ultimi sviluppi in Egitto.

     

    http://italian.irib.ir/analisi/interviste/item/152011-aldo-braccio-all


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    Il titolo di questo intervento potrebbe sembrare provocatorio o esagerato; ma chiunque abbia a che fare con la geopolitica si può rendere conto di quanto certe previsioni -apparentemente assurde- alla fine possano risultare credibili. E siccome è sempre facile parlare a fatti compiuti qualche sforzo meriterebbe di essere compiuto per cercare di prevenire fenomeni che un giorno possano essere considerati per lo meno imprevisti. Bisogna farsi quindi domande che di scontato non hanno nulla, cercando di rimuovere tabù che fino a poco fa si volevano consolidati. Cosa regge in piedi l’Unione Europea e in cosa si riconoscono i suoi cittadini? Dato che ogni realtà politica che vuole durare ha bisogno di ispirarsi a determinati principi sentiti dalla popolazione come basilari (Galasso, 2003, pp.127-137). Già all’inizio del III millennio le istituzioni europee erano percepite dalla metà dei cittadini degli stati membri come opache, distanti e inefficienti (Caiani e Della Porta, 2006, p.62). Il collasso della legittimità di questa costruzione disfunzionale è lo scenario più plausibile. Cos’è quindi l’Unione Europea e quali sono i suoi obbiettivi? Vederla come un insieme poco compatto di Stati accomunati dall’intento di avere un mercato e una valuta comune è una visione oramai superata da tempo, ma lo è anche l’idea di uno Stato di più nazionalità organizzato in maniera federale (Habermas, 2005, pp.53-62); rispondere a questa domanda non è cosa facile, ma nel frattempo bisognerebbe pure guardare agli effetti che tale processo porta con sé e chiedersi se il gioco valga la candela. Insomma, i mutamenti geopolitici producono sempre stravolgimenti anche violenti, e a farne le spese sono quasi sempre le persone comuni. Non è detto che questo debba essere accettato passivamente. Inoltre va detta una cosa: l’Europa in quanto tale non è mai stata unita, e ogni qualvolta lo si è cercato di fare con la forza i risultati sono stati disastrosi (Galasso, 2003, pp.127-137).

    Un dato di fatto è che ancora oggi i cittadini dell’Unione Europea percepiscono la loro appartenenza nazionale come più forte rispetto a quella comunitaria, che praticamente è debolissima e non appare neppure chiara nelle sue prospettive. Guarda caso essa non ha neppure una lingua comune (Galasso, 2003, pp.127-137). A delegittimare ancora più questo organismo sovranazionale è il fatto che gli interessi nazionali sembra siano ancora fortemente alla base dei rapporti tra Stati dell’Unione. Infatti a questo si aggiunge che già nel 1991 risultava chiaro che fin dal 1957 convenisse proprio alla Germania l’apertura dei mercati europei (Neri Gualdesi, 1991, pp.43-83), o per lo meno sarebbe più corretto dire che per quanto riguarda l’export è quasi solo la merce tedesca, soprattutto in campo alimentare, ad essere presente nei mercati europei ai prezzi più concorrenziali, infatti lo si è visto anche nelle politiche economiche generali. Da vent’anni, i principali gruppi industriali tedeschi hanno condotto una vigorosa azione di internazionalizzazione dei loro prodotti e di riduzione dei costi di produzione sul suolo nazionale (Durand, 2010, pp.111-117).

    La doppia crisi -economica e ideologica- che oggi investe l’Unione Europea e che ne ha messo in dubbio i meccanismi di governance per certi versi ricorda molto quella che travolse la Jugoslavia dopo la morte di Tito: compresa la polemica tra le aree ‘virtuose’ e quelle ‘dissipatrici’. Ma il fatto forse più preoccupante è che nel 1980 nessuno prevedeva che la Jugoslavia sarebbe esplosa, come oggi nessun autorità europea è disposta ad ammettere che un domani la situazione potrebbe sfuggire di mano pure in Europa (Bianchini, 2012, pp.311-318). Nonostante tutto ciò i vertici di Bruxelles -sempre più autoreferenziali- con compiacimento si autoconferiscono nobel della pace senza accorgersi che stanno creando le premesse per potenziali conflitti tra gli Stati europei.

    I conflitti nei Balcani degli anni ’90, al pari delle guerre balcaniche che precedettero lo scoppio del primo conflitto mondiale, sono sintomatici di fenomeni che vanno captati subito, proprio per il potenziale distruttivo di cui sono spia. Molti storici infatti hanno il vizio di vedere analogie e ricorsi storici: le somiglianze tra collasso jugoslavo e crisi dell’eurozona sono molte. La necessità di ricordare la lezione jugoslava serve anche ad imparare a non fidarsi da un lato dell’aiuto teoricamente disinteressato degli americani, dall’altro quello di capire quanto la retorica dei diritti umani spessissimo venga utilizzata proprio per poter giustificare politiche di potenza, e quindi in certi casi va neutralizzata.

     

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    Il ricorso a motivazioni di natura etica e morale o di supplenza dell’incapacità militare europea nei Balcani sono altrettanto importanti ma si basano su premesse che possono essere contestate, anche se in base ad una concezione di freddo realismo politico che nessun leader occidentale sottoscriverebbe mai in pubblico (Zannoni, 2001, p.112). La tragedia jugoslava e le violenze che continuano ad avvenire soprattutto in Kosovo a guerra ‘finita’ mostrano da un lato il lato più oscuro di come la geopolitica venga applicata spesso a danno delle persone; ma soprattutto rendono chiaro che quello che è successo nei Balcani un domani potrebbe essere sperimentato in Occidente se non si prendono le adeguate precauzioni. Ieri il cinismo americano ha rovinato la vita a centinaia di migliaia di slavi, perché un domani questo non dovrebbe avvenire in Italia?

    Gli aspetti della crisi economica che ha investito la Jugoslavia hanno fatto in modo che il debito estero toccasse i 20 miliardi nel 1989, il che provocò un’inflazione esorbitante, la caduta del valore del dinaro, un enorme ridimensionamento del tenore di vita e la frapposizione tra aree più ricche e più povere; già negli anni ’70 le autorità jugoslave avevano deciso di ricorrere ai prestiti stranieri (Bianchini, 1991, pp.171-224). Evidentemente il modello che Tito ha lasciato in eredità era tutt’altro che perfetto, con circa due milioni di burocrati dell’autogestione (Cviic, 1993, p.93), in sostanza una vera e propria casta parassitaria, e un intero sistema sostanzialmente dipendente dagli ‘aiuti’ occidentali: quest’altro fattore poi portò alla creazione in Jugoslavia di aree ricche e sviluppate (Slovenia, Croazia, Serbia settentrionale, Vojvodina), ma anche di intere regioni sostanzialmente depresse e prive spesso di fonti di occupazione (Kosovo, Macedonia, e in parte la Bosnia Erzegovina). Intanto cresceva il malcontento da parte delle Repubbliche più ricche per gli ‘aiuti’ da fornire alle aree depresse, e al contempo quest’ultime si sentivano fortemente penalizzate dallo stato centrale (Marcon, 2000, pp.71-73). La Jugoslavia ha dovuto affrontare, a partire dal 1981, un movimento nazionalista albanese in Kosovo che, di fatto, ha messo in moto un infernale meccanismo a catena, rivelatosi in grado di scatenare, progressivamente, tutti i nazionalismi del paese (Bianchini, 1991, pp.171-224). A dicembre del 1990 in Slovenia fu fatto un referendum che sancì l’indipendenza del nascente stato; il conflitto che ne seguì fu breve e quasi indolore. Non fu così invece per quanto riguarda la Croazia (Franceschini, 2011, pp.30-32). In mezzo a queste due date intanto il paese aveva conosciuto spinte centrifughe di ogni tipo, per altro appoggiate spesso dall’estero.

     

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    Se dovessimo fare due più due l’analogia con l’attuale situazione europea è molto forte: sia nella Jugoslavia di ieri che nell’Unione Europea di oggi il collante ideologico era praticamente morto e sepolto (il comunismo titino e l’europeismo democratico), l’emigrazione era tornata ad essere uno sbocco per un numero impressionante di disoccupati delle repubbliche più tramortite dalla crisi, ma soprattutto da ogni parte ci si sentì paralizzati ed affossati dallo Stato centrale jugoslavo, furono quindi frequenti le manifestazioni di insofferenza [1]. Le misure attuate per saldare i ‘debiti’ con l’Occidente a poco a poco erosero risorse allo stato centrale e contribuirono a smantellare lo stato sociale (Bianchini, 2012, pp.311-318). Intanto la Jugoslavia ricorse agli ‘aiuti’ del FMI e proprio con tale organismo si indebitò pesantemente; oltre a ciò utilizzò gli ultimi ‘aiuti’ provenienti da quest’organizzazione per attuare ‘riforme economiche’ volte a far calare l’inflazione, privatizzare i mezzi di produzione e liberalizzare i mercati (Marcon, 2000, p.77). Ovviamente il malcontento delle repubbliche federate aumentò a dismisura: con l’avvento degli anni ’90 in pratica da un lato era crollata la fiducia nel socialismo jugoslavo e al contempo le forze nazionaliste divennero le principali formazioni politiche, questo fece sì che tutte le formazioni, per lo più riformiste, legate ad un ottica multietnica perdessero ovunque consensi. Già nel ’91 sia agli sloveni che ai croati erano pervenute armi ed uniformi dai Paesi occidentali e dai Paesi occidentalizzati di recente (ex Patto di Varsavia); a giugno di quello stesso anno le rispettive autorità locali votavano l’indipendenza e si rifiutavano di pagare i tributi allo stato jugoslavo. Il caso sloveno durò poco e il conflitto per la sua indipendenza fu quasi indolore, anche perché a Belgrado non interessava mantenere il dominio in quella regione -dove peraltro la percentuale di serbi era quasi inesistente-, non fu così invece per la Croazia, che ospitava al suo interno migliaia di serbi. L’Occidente come sappiamo decise chi appoggiare e chi combattere, ma soprattutto chi criminalizzare e chi invece ergere a paladino della libertà. L’indisponibilità della Serbia all’indipendenza della Bosnia Erzegovina [2] poi portò al conflitto che si dispiegò di lì a poco tempo. Le analogie con la situazione europea sono troppe: volendo fare fantastoria mi chiederei fino a che punto un domani la Germania potrebbe accettare che pezzi dell’Unione Europea si proclamino indipendenti da essa, e fino a che punto queste rotture potrebbero essere pacifiche.

    La questione dei conflitti che hanno sconvolto il mondo jugoslavo per tutti gli anni ’90 rappresentano una lezione da non dimenticare; ma non si può non tenere in considerazione le modalità con le quali due attori hanno agito in questo contesto: prima la Germania che fino agli anni ’90 ha appoggiato il separatismo croato [3], sia l’attivismo americano che ha demonizzato il governo di Milosevic, imputandogli colpe talvolta esagerate ad arte e nascondendo le malefatte di tutte le altre minoranze per portare avanti l’antico insegnamento del dividi et impera. I metodi con cui vengono adottate certe decisioni sono generalmente diversi dal modo con cui esse vengono motivate per suscitare il consenso dell’opinione pubblica nazionale e del contesto esterno (Jean, 2003, p.19). Intanto alcuni Stati europei non si limitarono solo a favorire apertamente il separatismo delle repubbliche secessioniste, ma cercarono chiaramente di distruggere lo Stato jugoslavo con misure chiaramente discriminatorie da un punto di vista economico. Dopo di che iniziarono ad avere un ruolo sempre più forte nell’area gli Usa (Marcon, 2000, pp.108-113), che anziché stabilizzare la situazione l’hanno solo aggravata ulteriormente. Il crollo del sistema albanese ha rappresentato per l’Italia un evidente problema sociale, criminale e di stabilità e ha esercitato forti pressioni sulle sue regioni adriatiche. Ciò acuiva la conflittualità nei Balcani e questo, per il nostro paese, rappresentava un grosso rischio. Tale situazione era vissuta e percepita in maniera assai più distaccata da altri Stati come, ad esempio, la Gran Bretagna (Silvestri, 2003, pp.112-124). Le finalità delle guerre prima in Bosnia e poi in Kosovo teoricamente sono state umanitarie, poi di fatto gli interessi prevalsi sono stati più pragmatici, ossia il controllo dei corridoi petroliferi che collegano Caucaso e Mar Caspio all’Europa meridionale (Clementi 2002, pp.102-106).

    Il caso balcanico rappresenta il fallimento dell’Occidente, della sua presunta capacità di poter arbitrare i conflitti, esprime anche la fine dell’idea che le società multiculturali possano sempre vivere in pace e soprattutto mostra chiaramente che l’America non mira al bene degli europei, ma li usa soltanto ai suoi scopi. Inoltre quanto sia pericoloso l’irredentismo albanese, quanto sia destabilizzante per l’Europa dell’est e quanto sia manipolabile dalla politica americana lo dimostra anche il fatto che non solo gli albanesi sono la maggioranza nel paese omonimo e nella regione del Kosovo, ma che essi rappresentino 1/3 della popolazione di un altro paese europeo destabilizzato di cui non sentiamo mai parlare i nostri giornalisti: la Macedonia (Colombo, 2001, p.35), quest’ultima, vero e proprio Stato ombra vive in una situazione poco chiara, divisa tra la tendenza a divenire un narcostato come l’Albania e neo ottomanismo, inutile dire che il controllo americano su quest’area è ben presente e che essa sia giudicata un’area di influenza geopolitica a stelle e strisce, altro fattore destabilizzante per l’Europa e gli stessi Balcani.

    E’ ovvio che gli Usa hanno esteso negli anni ’90 ai Balcani la propria area di influenza geopolitica: insomma nulla di quello che è avvenuto durante l’ ‘intervento umanitario’ in realtà ha a che fare con gli interessi dei paesi europei (Colombo, 2001, p.52), tranne che dell’Albania odierna, nuovo zelante alleato dell’America dall’economia poco trasparente. Quello che non sono riusciti a fare durante tutta la guerra fredda, gli Usa sono riusciti a farlo con la caduta di Milosevic, cioè far diventare i Balcani l’ennesima zona sotto il proprio controllo. Nel ’95 la Nato si schierò apertamente con i musulmani di Bosnia e con i croati; quattro anni dopo non cercò neppure l’approvazione dell’Onu per procedere con i bombardamenti su quello che rimaneva della Jugoslavia (Colombo, 2001, p.20).

    Qualcuno potrebbe pensare che il caso delle guerre nella penisola balcanica non c’entrino nulla con la situazione europea odierna: ma è troppo semplicistico pensare che un domani in uno scenario nel quale alcuni Stati vorrebbero tornare alle proprie prerogative nazionali non si inserirebbero attori esterni, sfruttando il mai passato di moda ‘divide et impera‘.

     

     

    * Gabriele Bonfiglio laureato nel 2013 in Studi Storici presso l’Università degli studi di Palermo; ha svolto una tesi dal titolo ‘Eurasia-prospettive geopolitiche di un’Europa proiettata ad Oriente’. Nel lavoro sono analizzate le odierne dinamiche geopolitiche mondiali e soprattutto occidentali; scopo del lavoro di ricerca compiuto è stato quello di capire verso dove sta andando il mondo europeo, quali pericoli esso corra, con uno sguardo critico a determinate logiche consolidate nel tempo.

     
     
     

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    [1] Alla morte di Tito erano gradualmente emerse tendenze di ‘nazionalismo economico’ (Bianchini, 1991, pp.171-224).

    [2] Questa regione storicamente era popolata soprattutto da croati, serbi e ‘musulmani bosniacchi’; quest’ultimi per altro storicamente non ebbero mai un’identificazione etnica ben precisa, ma utilizzarono come proprio collante identitario proprio l’Islam: essi probabilmente erano in maggioranza discendenti dei bogomili, antica setta eretica medievale, che dopo l’occupazione ottomana per lo più si converti all’Islamismo.

    [3] Il ruolo svolto dalla Germania nella distruzione della Jugoslavia è comprovato; oltre che lo stesso ruolo del Vaticano nel separatismo di popoli cattolici come sloveni e croati (Marcon, 2000, p.105).


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    Il 2013 da poco terminato è stato senza dubbio un anno ricco di successi per la Russia. Malgrado gli indici economici non siano propriamente esaltanti, la Russia può ancora presentarsi come un’isola di sviluppo economico nel mare della stagnazione europea. Dopo quasi due decenni, la popolazione russa torna a crescere anche al netto dell’immigrazione[1]. Ma è in politica estera che il Cremlino ha registrato i maggiori successi, concentrati soprattutto negli ultimi quattro mesi dell’anno. Nel settembre 2013, nei giorni di massima tensione tra Stati Uniti e Siria, Putin ha proposto ad Assad la consegna del suo arsenale di armi chimiche, prevenendo così un attacco americano che molti davano quasi per certo. Nello stesso periodo l’Armenia ha chiesto di aderire all’Unione Doganale Eurasiatica. Alla fine di ottobre, le elezioni presidenziali in Georgia hanno segnato la fine del lungo regno di Mikheil Saakašvili, convinto filoccidentale e fortemente ostile alla Russia, e la sua sostituzione col più conciliante Giorgi Margvelašvili. E, il 21 novembre, è arrivato il rifiuto del Primo Ministro ucraino Nikolaj Azarov di sottoscrivere l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea – la cui stipula, tuttavia, era tutt’altro che certa vista la mancata osservanza da parte di Kiev di alcune delle condizioni poste dall’UE – e di rilanciare i legami con la Russia e la CSI. Vani sono stati i tentativi delle autorità comunitarie e statunitensi di far tornare l’Ucraina sui propri passi.

    Nel frattempo, però, a migliaia di chilometri più a est, il Kirghizistan rifiutava di stipulare l’accordo di adesione del suo Paese all’Unione Doganale, dopo aver ambito a quest’obiettivo per oltre due anni. Il Kirghizistan è un Paese povero ma geopoliticamente strategico, e il suo gran rifiuto non può essere preso sotto gamba. Per la Russia, comunque, il bilancio resta nettamente positivo.

    La situazione in Ucraina vede attualmente un netto vantaggio della Russia sull’Europa. Sebbene resti improbabile che l’Ucraina aderisca all’Unione Doganale Eurasiatica nel prossimo futuro, non è da escludersi che ciò possa avvenire dopo il 2015, soprattutto in virtù dell’accordo recentemente sottoscritto tra Ucraina e Russia. Malgrado le intense pressioni provenienti tanto dalle potenze occidentali quanto dal massiccio movimento di protesta filoeuropeo divenuto noto come Euromaidan, il Presidente ucraino Janukovič sembra abbastanza determinato a non tornare sulle proprie decisioni. Presidente di un Paese all’orlo della bancarotta e bisognoso tanto di aiuti quanto di gas più economico, dopo aver bussato invano alle porte dell’UE e del Fondo Monetario Internazionale, Janukovič ha guardato verso il Cremlino. Nel corso della crisi ci sono stati intensi contatti informali tra Janukovič e Putin, e il 17 dicembre 2013 il Presidente russo ha decretato la riduzione dei prezzi del gas esportato in Ucraina da 400 a 268,50 dollari per mille metri cubi e acquistato un pacchetto di quindici miliardi di dollari di titoli di Stato ucraini attraverso il fondo sovrano del Paese. Il tutto, almeno ufficialmente, è stato concesso senza alcuna precondizione, men che meno l’adesione all’Unione Doganale[2].

    Si tratta indubbiamente di una dimostrazione del pragmatismo di Putin. Durante la crisi ucraina, infatti, il Presidente russo si è generalmente astenuto dal porre ultimatum o dal vincolare ogni aiuto a Kiev all’adesione all’Unione Doganale Eurasiatica, affermando persino che “l’Ucraina potrebbe sottoscrivere l’accordo di libero scambio con l’UE e, nel contempo, mantenere solidi legami commerciali con la Russia”[3]. Anche per questo, a seguito della mancata sottoscrizione dell’Accordo di Associazione con l’UE da parte di Janukovič e delle conseguenti critiche da parte delle autorità comunitarie, Putin ha addirittura potuto presentarsi come un garante dell’indipendenza ucraina, invertendo i ruoli con l’Europa. Durante il recente incontro con Letta, ad esempio, il Presidente russo ha affermato che “è l’Ucraina, in quanto Stato sovrano, a decidere con chi firmare un accordo di libero scambio, e noi rispetteremo ogni sua decisione” e ha invitato l’Europa a “non usare parole dure” contro l’Ucraina[4].

    Putin, dopotutto, sa bene che, in queste circostanze, porre l’adesione all’Unione Doganale come precondizione per ogni aiuto sarebbe controproducente, in quanto allontanerebbe l’Ucraina e aizzerebbe le critiche dell’Occidente. Per questo, il recente aiuto russo è stato offerto – almeno ufficialmente – senza precondizioni. Alla fin fine, ciò che adesso è realmente importante per il Presidente russo è che l’economia ucraina si riprenda in qualche modo (e già oggi non mancano i segnali di miglioramento, come la stabilizzazione del tasso di cambio della Hryvnia[5]), che Janukovič venga rieletto alle prossime presidenziali, previste per il 2015, l’Occidente accetti il ruolo della Russia nella regione e le proteste filoeuropee terminino, facendo così scemare l’attenzione internazionale sull’Ucraina.

    E, se è vero che non è ancora cessata l’ondata di proteste che nelle ultime settimane ha investito l’Ucraina, in particolare le sue regioni centrali e occidentali, è anche vero che oggi il movimento è molto più debole di quanto non lo fosse alcune settimane fa. Solo poco più di ventimila persone hanno partecipato alle proteste in Piazza Indipendenza il 12 gennaio 2014[6], mentre circa un mese prima erano in mezzo milione, almeno secondo le stime degli organizzatori, a protestare per le strade di Kiev. L’atteggiamento di Janukovič, che fino ad ora si è astenuto dal ricorrere alla repressione in modo massiccio, sta cambiando e diventando più rigido. Il 30 dicembre 2013, ad esempio, il Presidente ucraino ha ratificato un decreto che introduce il reato di “occupazione illegale di edifici pubblici”, e il provvedimento riguarda chiaramente i dimostranti che ancora oggi occupano alcune sedi istituzionali, tra cui il Municipio di Kiev[7]. Ma gli stessi Kieviani, pur essendo tendenzialmente filoeuropei, sembrano essere ormai stanchi dei continui disagi provocati dalle proteste e del comportamento dei manifestanti, come dimostrano anche le crescenti denunce nei confronti di questi ultimi[8].

    Mentre l’Ucraina sembrava sull’orlo di una seconda Rivoluzione Arancione, l’Armenia procedeva a passi da gigante lungo cammino dell’integrazione eurasiatica. Il 24 dicembre 2013, a poco più di tre mesi dalla richiesta dell’Armenia di aderire all’Unione Doganale, è stata emessa la versione definitiva dell’accordo di adesione alla stessa. E, durante il suo messaggio di fine anno, il Presidente armeno Serž Sargsyan ha affermato che il suo paese potrebbe aderire all’Unione Doganale già nel 2014. Gli ultimi mesi, poi, hanno visto una decisa intensificazione dei rapporti russo-armeni: agli inizi di dicembre, durante la sua visita a Erevan, Putin ha annunciato la riduzione dei prezzi delle esportazioni del gas da 270 a 189 dollari per mille metri cubi e menzionato la possibilità di applicare i prezzi russi nella vendita di armi all’Armenia[9]. Erevan, in cambio, ha venduto alla Gazprom il 20% delle azioni di Armrosgazprom, la joint venture russo-armena per il gas, che così è diventata russa al 100%. La mossa, tuttavia, ha suscitato alcune proteste da parte dell’opposizione[10].

    Più forti sono state le proteste provenienti dall’Azerbaigian, che per bocca di un suo alto rappresentante ha ribadito che “l’adesione dell’Armenia all’Unione Doganale, o a una qualunque organizzazione internazionale di questo tipo, potrà essere possibile solo dopo la liberazione dei territori azeri occupati”[11]. Il timore principale è quello di un riconoscimento informale, o peggio ufficiale, dell’indipendenza della Repubblica del Nagorno-Karabach, fondata nell’omonima provincia autonoma ex-azera col sostegno dall’Armenia. La questione è stata sollevata anche dal Presidente kazaco Nursultan Nazarbaev, il quale, durante le discussioni sull’accordo di adesione dell’Armenia all’Unione Doganale, ha sottolineato la necessità di delineare chiaramente i confini esterni dell’Unione. Il documento, però, è stato emesso senza alcun riferimento alla questione Karabach, e un politico armeno ha persino affermato che il Nagorno-Karabach diventerà uno Stato membro dell’Unione Doganale[12]. In ogni caso, se si escludono la questione Karabach e l’assenza di confini diretti con il resto dell’Unione, non sembrano esserci particolari ostacoli all’adesione armena all’Unione Eurasiatica. Lo stesso Nazarbaev ha dichiarato che l’Armenia è molto più pronta al conseguimento di questo traguardo rispetto al Kirghizistan[13].

    Tra i vari candidati all’Unione Doganale, questo piccolo Paese del Centrasia schiacciato tra Kazakistan e Cina sembra essere uno dei meno desiderati. Le ragioni sono molteplici: la forte povertà (il Kirghizistan è il secondo Paese più povero dell’ex Unione Sovietica dopo il Tagikistan), la porosità dei suoi confini, che consentono al Paese di assumere il poco invidiabile ruolo di crocevia per traffici di droga e armi, e l’instabilità delle sue regioni meridionali, soprattutto a causa della diffusione del Wahhabismo e dei periodici ma sanguinosi scontri interetnici tra i Kirghisi e la minoranza uzbeca. Eppure il suo attuale Presidente Almazbek Atambaev è un convinto fautore dell’adesione del suo Paese all’interno dell’Unione Doganale. Per il Paese, dopotutto, i tornaconti non mancano: entrando nell’Unione Doganale, infatti, il Kirghizistan potrebbe contare su un alleato forte e limitare il rischio che il proprio Paese venga inghiottito da una spirale di instabilità o diventi una sorta di satellite della Cina.

    Nel 2011 il Paese ha richiesto ufficialmente di entrare nell’Unione Doganale[14], e nell’aprile del 2013 Atambaev ha affermato che il suo Paese potrebbe diventare il quarto membro dell’Unione già alla fine dell’anno[15]. Tutto sembrava andare per il meglio. A giugno il governo kirghiso ha deciso di non rinnovare il contratto con gli Stati Uniti per la concessione della base aerea di Manas, nei pressi della capitale kirghisa Biškek. La base sarà ufficialmente chiusa a partire dall’11 luglio 2014[16]. La Russia, intanto, potenzierà la sua base aerea di Kant, sempre vicino Biškek[17], e costruirà una nuova installazione militare sulle rive del lago Issyk-Kul[18]. Un mese dopo Gazprom ha acquistato la compagnia nazionale del gas Kyrgyzgaz al prezzo simbolico di un dollaro. A dispetto delle apparenze, però, l’affare è tutt’altro che sconveniente per il Kirghizistan: il colosso energetico russo, infatti, si è impegnato a investire 670 milioni di dollari per la modernizzazione delle infrastrutture e a pagare i 38 milioni di dollari di debiti della società kirghisa. Gazprom, inoltre, avrà la proprietà di Kyrgyzgaz per soli venticinque anni, terminati i quali la società tornerà in mano kirghisa qualora l’accordo non venga rinnovato[19].

    Restano, però, alcune questioni irrisolte, le quali hanno condotto Atambaev a non firmare l’accordo di adesione con l’Unione Doganale. Una di queste è quella dei dazi compensativi: in qualità di Paese membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), infatti, il Kirghizistan dovrà pagare delle compensazioni a una serie di Paesi dopo aver allineato (solitamente verso l’alto) i propri dazi a quelli dell’Unione Doganale. Il Paese del Centrasia, pertanto, chiedeva che gli fosse temporaneamente consentito di mantenere i propri dazi su circa 2.600 prodotti. Tra le altre condizioni poste dal governo kirghiso ricordiamo la richiesta di un finanziamento di 415 milioni di dollari per il rafforzamento dei confini esterni del Paese e l’avvio di una serie di iniziative per favorirne lo sviluppo economico, una clausola sulla libera circolazione dei migranti kirghisi nel territorio dell’Unione e un rinvio della liberalizzazione del commercio nei bazar di Dordoj, nel cuore di Biškek, e di Kara-Suu. Nessuna di queste condizioni, però, era stata soddisfatta nel documento di adesione emesso a novembre dalla Commissione Economica Eurasiatica. Nazarbaev ha recentemente dichiarato che “non ci sarà alcuna adesione all’Unione Doganale a condizioni speciali”, e Biškek, a sua volta, si è rifiutata di firmare l’accordo. Il vicepremier kirghiso Džoomart Otorbaev ha però declinato l’idea di essere stato vittima di un ultimatum russo-kazaco, sottolineando la sua volontà di avviare nuove consultazioni col trio eurasiatico e di sottoscrivere un nuovo accordo di adesione nel maggio 2014[20].

    Il Kirghizistan sembra quasi essere il quarto incomodo nell’Unione Doganale. L’interesse per il Paese, dopotutto, è legato principalmente alla sua posizione geografica e alla volontà di prevenire – o almeno di limitare – un’ulteriore destabilizzazione dell’area, specie dopo l’ormai imminente partenza delle truppe statunitensi dall’Afghanistan e dalla base di Manas. Tra qualche mese l’Asia Centrale sarà completamente libera dalla presenza militare americana, gli interessi occidentali nella regione saranno essenzialmente limitati a quelli delle società europee e statunitensi impegnate nell’estrazione delle materie prime, petrolio e gas naturale in primis, e Russia e Cina resteranno i due maggiori pretendenti all’influenza geopolitica sulla regione. E, tra i due alleati-litiganti, la Russia gode attualmente di un certo vantaggio. Nel contempo, però, aumenteranno i rischi connessi all’espansione del fondamentalismo islamico, in particolare in Tagikistan e nel Kirghizistan meridionale. Ciò è in parte legato al forte tradizionalismo religioso di alcune regioni, come la Valle di Fergana[21], ma molto è dovuto alla forte povertà. In una regione come l’oblast’ kirghiso di Batken, nella Valle di Fergana, dove la disoccupazione si aggira tra il 60 e l’80%, salari come quelli tra i 100 e i 500 dollari mensili che il Movimento Islamico dell’Uzbekistan offriva alla fine degli anni Novanta possono risuonare particolarmente attraenti[22]. Un eventuale proliferazione dei fondamentalismi nel Centrasia avrebbe ripercussioni su quasi tutti i Paesi della CSI; dopotutto, come diceva anche El’cin, “il confine tra Afghanistan e Tagikistan è di fatto un confine russo”[23].

    E’indubbio che lo sviluppo economico e sociale può contribuire in maniera determinante a ridurre la presa dell’integralismo islamico, e sono in molti ad affermare che un’eventuale adesione all’Unione Doganale, nel complesso, produrrebbe forti benefici sull’economia kirghisa. L’economista kazaco Sergej Akimov, ad esempio, prevede un forte sviluppo dell’industria manifatturiera kirghisa[24], mentre Atambaev, più specificamente, afferma che l’industria tessile del Paese diventerebbe la prima della CSI[25]. Non tutti, però, condividono il loro ottimismo. Il politologo kazaco Sanat Kuškumbaev ritiene che i benefici complessivi per il Paese derivanti dall’adesione all’Unione Doganale sono alquanto opinabili a causa del forte ruolo del sommerso nell’economia del Paese[26]. Inoltre non pochi, specie in Kazakistan, sono preoccupati dalle ripercussioni tanto sulla sicurezza quanto sulla concorrenza dell’adesione kirghisa all’Unione Doganale. Žomart Aldangarov, Presidente dell’Associazione degli Imprenditori Eurasiatici, ritiene che le piccole e medie imprese (PMI) del Kazakistan avrebbero difficoltà nel competere con i kirghisi, che possono contare su costi di produzione inferiori[27].

    E’notevole che molti, tra gli oppositori kazachi all’ingresso del Kirghizistan nell’Unione Doganale, sembrano concordare sul fatto che lo stesso non solo favorirebbe lo sviluppo economico del Paese, ma migliorerebbe la sua sicurezza. Ciò, però, porta a mettere in discussione gli stessi fondamenti dell’Unione Doganale: è solo un mezzo per ottenere guadagni immediati, senza una visione, oppure può realmente diventare uno strumento per garantire pace, stabilità e sviluppo economico alla regione? Una delle basi dell’Unione Doganale Eurasiatica, come peraltro di qualunque organizzazione economica che si propone di realizzare fini a lungo termine, è, o almeno dovrebbe essere, la solidarietà tra gli Stati membri. Ma, se aiutare il Kirghizistan è un dovere sia materiale sia morale per il trio eurasiatico, va anche detto che ciò non solo sta già accadendo – la Russia, ad esempio, sta attualmente finanziando la costruzione di una centrale idroelettrica –, ma, a lungo andare, ciò presenta un rischio morale ben preciso, ossia che il Kirghizistan diventi eccessivamente dipendente da aiuti che magari servono non tanto a stimolare lo sviluppo, quanto a rafforzare gruppi di potere e reti di corruzione. E, secondo un imprenditore kazaco, già oggi la classe dirigente kirghisa, a causa delle rivoluzioni ricorrenti e della mai sopita instabilità, ha sviluppato una certa dipendenza dagli aiuti internazionali[28].



    [21] La Valle di Fergana è una regione locata tra Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan.

    [22] D. Hiro, Inside Central Asia, Overlook Duckworth, New York/Londra 2011, p. 298.

    [23] S.P. Huntington, Lo Scontro delle Civiltà e il Nuovo Ordine Mondiale, Garzanti, Milano 2000, p. 403.


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    Intervista a cura di Davide Gonzaga

    D) E’ da poco uscito per Anteo Edizioni il volume di Fabio Falchi “Lo spazio interiore del mondo. Geofilosofia dell’Eurasia” con prefazione di Claudio Mutti e introduzione di Valerio Meattini. Ne abbiamo approfittato per intervistare l’autore.
    Nelle note riportate sul retro del volume si segnala la tua attività di redattore di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”. La rivista, che vede come direttore editoriale Claudio Mutti e direttore responsabile Alessandra Colla, vanta un Comitato scientifico di assoluto rilievo, di cui sono membri, per citare qualche nome, studiosi come Bruno Amoroso, Alberto Buela, Franco Cardini, Aleksandr Dugin e François Thual. Vuoi dirci allora, Fabio, qual è, a tuo avviso, il senso più generale di una rivista di questo tipo nel panorama culturale italiano?

    R) “Eurasia” è una rivista unica nel suo genere, almeno nel panorama culturale italiano. Infatti, non è solo una delle poche riviste di geopolitica pubblicate in Italia, ma rappresenta l’unico tentativo (indubbiamente riuscito) di superare gli steccati ideologici (non a caso hanno collaborato con “Eurasia” un Carlo Terracciano e un Costanzo Preve), al fine di comprendere le sfide del nostro tempo secondo un’ottica geopolitica. La geopolitica è intesa allora non come una (pseudo)scienza (oggi l’uso del termine “scientifico” non lo si nega più a nessuno e c’è più matematica nei testi di astrologia che in quelli di fisica!) né come mera geografia politica o come (assurda) descrizione “neutrale” dei conflitti politici internazionali del nostro tempo, ma come analisi oggettiva e rigorosa (ché il fenomeno varia in funzione della scala, ma varia solo in certi determinati modi) dell’azione politica nello spazio, ossia nei luoghi dell’ “uomo abitante” e dell’ “uomo produttore”. Da qui, l’interesse non solo per quegli attori geopolitici che stanno cambiando l’immagine occidentale del mondo, ma anche per le questioni culturali e geofilosofiche, derivanti (in parte) da tale mutamento. In sostanza, a mio giudizio, la caratteristica fondamentale di “Eurasia” consiste nel privilegiare un approccio alla geopolitica che concepisce l’uomo non solo come “abitatore del tempo” ma anche e soprattutto come “abitatore dello spazio”, e che si lascia alle spalle obsolete e incapacitanti categorie ideologiche per impegnarsi in un “discorso geopolitico” (e, sotto certi aspetti, anche metapolitico) in difesa di una alternativa multipolare.

    D) I tuoi interventi sulla rivista si segnalano per una particolare attenzione ai temi filosofici.
    In più di una circostanza hai preso in esame la figura di Giorgio Colli (noto in particolare per aver curato assieme a Montinari l’edizione delle opere di Nietzsche per Adelphi) intrecciandola con la filosofia islamica fino al tema dell’essere in Heidegger.
    Ci vuoi spiegare come si legano questi temi con il tema della prospettiva dell’ “unità spirituale” dell’Eurasia?

    R) E’ un argomento non facile, che non si può sintetizzare in poche righe. Qui basta ricordare che grande merito di Colli è stato quello di (di)mostrare che il Logos (la Ragione) dei Greci è “espressione” di qualcos’altro. (Questo è peraltro il senso autentico del “mistico” che non indica affatto qualcosa di torbido e irrazionale bensì qualcosa di “metarazionale” – non afferrabile cioè dalla coscienza ma anzi tale da strutturare e articolare nel profondo la stessa coscienza e quindi a fondamento del rapporto “soggetto-oggetto”). Inoltre un’opera come la “Sapienza Greca” mostra che vi è una “profonda” connessione tra il pensiero dei Presocratici (ovvero dei sapienti greci”) e la metafisica orientale (e prova, tra l’altro, che la nascita della filosofia non comporta una vera separazione/scissione ma solo una “distinzione” tra Europa ed Asia). Il mio interesse consiste allora, in particolare, nell’evidenziare il senso metapolitico del nostro “essere-nel-mondo” (ossia, secondo Heidegger, l’Esser-Ci, ove il Ci non può non rimandare ai luoghi che gli uomini con-dividono e in cui con-vivono) alla luce di un senso dell’essere sottratto all’oblio della differenza ontologica (non ridotto ad essente tra gli essenti). In quest’ottica, cerco (come altri ovviamente) di prestare ascolto a quelle che sono le “parole dell’inizio” (nel doppio senso del genitivo: parole sull’inizio e parole che si originano dall’inizio – doppio genitivo che è pure indice di uno “squilibrio” inevitabile, da “mettere in forma” con “giuste” misure e proporzioni, ma tale da non poter mai essere eliminato). Naturalmente, tale “inizio” non concerne solo la Grecia arcaica, anche perché è sempre presente (benché certo non sia nel tempo). Sotto questo profilo, l’ “unità spirituale” (da non confondere con quella geopolitica) dell’Eurasia non solo è testimoniata da una cultura plurimillenaria come dimostrano (ad esempio) gli studi di Mircea Eliade sul mito o la stessa opera di Colli, ma è “espressione” di quel nesso essenziale tra terra, abitare e produrre che ha caratterizzato ogni civiltà dell’Eurasia, compresa quella europea (ben diversa, sotto questo profilo, da quella “angloamericana” od “occidentale”) almeno fino a pochi decenni fa.

    D) Veniamo ora al libro in questione, che si compone di cinque capitoli.
    Se, come si legge nelle note di copertina, la modernità ha mutato la relazione tra terra e mare quanto ancora oggi il pensiero geopolitico può incidere nella comprensione del mondo e quanto questa comprensione può determinarne un possibile cambiamento?

    R) Nei primi due capitoli del mio libro – che è (in parte) una rielaborazione di alcuni articoli scritti per “Eurasia” ma anche una sorta di risposta a “Geo-filosofia dell’Europa” e “Arcipelago” di Massimo Cacciari – cerco appunto di mettere a fuoco il complesso rapporto tra terra e mare che contraddistingue la storia europea. Invero, l’apertura al “mare” è certo tratto distintivo della Grecia antica (la “scelta della flotta” da parte di Temistocle è all’origine dell’impero marittimo ateniese con tutto quello che seguì). Eppure, il mare è sempre stato “mare in mezzo alle terre” (“Medi-terraneo” significa questo) fino all’età moderna, allorquando (scoperte geografiche, rivoluzione tecnico-scientifica, genesi di uno spazio economico autonomo, rivoluzione industriale) invece è apparso l’oceano e con quest’ultimo il “Leviatano scatenato”. Sicché, si può parlare sì di civiltà europeo-occidentale, ma solo se il “trattino” indica una soluzione di continuità. (Ciò è evidente anche sotto l’aspetto militare dato che la vera “rivoluzione militare” in questo periodo si verificò in campo navale. Le navi europee armate di cannoni adesso potevano spazzar via senza problemi i sampan. Nel 1502 Vasco de Gama annientò una grande flotta musulmana con l’artiglieria delle sue caracche e caravelle. Da allora, le navi costituirono uno dei fattori decisivi della supremazia occidentale . Del resto, come insegna Carl Schmitt, furono proprio le scoperte geografiche ad essere decisive non solo per l’Europa ma per l’intero pianeta – l’”im-menso” spazio dell’oceano, tra l’altro, non potendo certo più essere un “mare in mezzo alle terre”).
    Indietro comunque non si torna. Lo sappiamo tutti e sappiamo pure che l’età dell’oro non è un’età storica. Non è mia intenzione nemmeno condannare il mondo moderno, ma mettere in questione un ben determinato modo di modernizzare (lasciando aperta la questione se si è già in qualche modo, come credo, al di là della modernità). D’altronde, soprattutto a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, alla terra e al mare si è aggiunta l’aria. Il che significa non solo aerei, ma onde radio, tv, internet e quella occidentalizzazione che pare trasformare la terra in uno spazio privo di confini e di luoghi. Tutto ciò non è però senza connessone con il capitalismo. Ma appunto per questo, è necessario un nuovo nomos del terra, un nuovo modo cioè di abitare la terra (un nuovo “inizio”). Il che significa non cercare di costruire una terra senza il male, ma (prendendo atto della impossibilità di eliminare il conflitto, lo “squilibrio”che governa il nostro Esser-Ci) di piegare la potenza del “negativo” alla fondazione di un mondo in cui “con-vivere”, contrapponendo l’inesauribile dimensione dei possibili a quell’organizzazione sociale e politica che “maschera” la propria radicale contingenza, presentandosi come l’unica possibile per tutti i popoli della terra. In questa prospettiva, Eurasia allora si configura anche (“non” soltanto) come immagine archetipica dello “spazio interiore del mondo” (come lo definisce Rilke) di quel “punto irradiante” presupposto da ogni apparire, e che non può venir meno né con la secolarizzazione né con il nichilismo, perché non catturabile/dicibile totalmente da nessun ordine/discorso.

    D) Uno di questi capitoli si intitola “Intermezzo: la supremazia del politico”. In un tempo come il nostro in cui la tecnica e l’economia sembra abbiano completamente spossessato la politica di ogni capacità di incidere sulla realtà esprimere addirittura un concetto come la supremazia del politico sembra in forte controtendenza. Quanto può oggi ancora incidere il politico? Quanto del tuo pensiero è debitore nei confronti di Gianfranco La Grassa?

    R) Ci si può illudere di abolire il conflitto, come ci si può illudere (ammesso e non concesso che si sia in buonafede) di abolire le guerre, magari definendole umanitarie. In questo senso chi pensa che l’Economico abbia preso il posto del Politico è fuori strada. Oggi l’Economico è Politico, sia pure un Politico mistificato e mistificante. Il Politico si riferisce quindi, in primo luogo, non al sistema politico (partiti, Parlamenti etc.) ma alla funzione politico-strategica e a “chi” effettivamente la svolge. La stessa Tecnica non può esistere se non in funzione di una volontà di potenza. Ed il mercato stesso è di necessità in funzione (dei conflitti) di interessi contrapposti (di ceti sociali, gruppi o potenze in lotta tra di loro). In ogni caso, è chiaro che da un lato i fenomeni politici, economici e sociali li si debba “isolare” dal tutto per studiarli “scientificamente”,dall’altro bisogna che siano posti in relazione con la totalità di cui necessariamente sono parte, altrimenti la forma è “scientifica” ma la sostanza è mistificazione ideologica (è questo il limite gravissimo delle cosiddette scienze sociali che si basano unicamente su statistiche, tabelle e diagrammi). Come negare, ad esempio, che per capire la politica statunitense occorre capire il significato politico dell’enorme apparato bellico degli Usa o quello di servizi potenti come la Cia o quello della oligarchia finanziaria? Comunque sia, per quanto concerne La Grassa, i suoi studi sono essenziali per comprendere correttamente il rapporto tra il Politico e l’Economico , sulla base di una lettura critica dell’opera marxiana che ne valorizza gli aspetti non economicistici (ma la concezione economicistica contrassegna soprattutto il liberal-liberismo). La Grassa è consapevole come in epoca moderna la “lotta per il potere” avvenga soprattutto sul terreno economico, di modo che si può parlare (per essere più chiari) di una effettiva supremazia Politico-strategica dell’apparato tecnico-produttivo. Ma La Grassa mostra pure come anche il cosiddetto “marxismo occidentale” con il passare del tempo sia diventato (tranne alcune notevoli eccezioni) una “mistificazione ideologica”, funzionale (in buonafede o in malafede) alle strategie dei centri di potere d’oltreoceano. D’altra parte, che la sinistra (i limiti della destra liberale o cosiddetta “radicale” sono noti e non occorre insistervi) sia oggi la “guardia bianca” del finanzcapitalismo è evidente a chiunque.

    D) Chiudo con Costanzo Preve. Da poco ci ha lasciato questo pensatore che tanto ha inciso e tanto ancora incide. In diversi interventi Preve ha insistito sulla distinzione tra economia e crematistica come pure sull’opposizione tra giusta misura e hybris. Sono concetti ancora oggi utili e necessari? Cosa ne pensi?

    R) La crematistica e l’idea di giusta misura hanno articolato l’azione del Politico in Europa finché il Politico ha trattenuto il “mare in mezzo alle terre”. Poi è cambiato tutto. L’Economico si è progressivamente scorporato dalla struttura comunitaria e (con la Rivoluzione industriale) ha aggredito come una metastasi ogni altro ambito vitale”. Il capitalismo sempre più si configura come lo sviluppo illimitato dell’apparato tecnico-produttivo sulla base di un’economia o meglio di una società di mercato. Sembrerebbe quindi che la crematistica e l’idea di giusta misura appartengano al passato. Ma così non è. Anche per Preve, si tratta di incastonare l’Economico in un ventaglio di istituzioni culturali, politiche e sociali. Questo si pensava fosse possibile con il Welfare (lo credeva pure Karl Polanyi), ma negli ultimi vent’anni anche questa si è rivelata una pia illusione. Decisivo quindi è il riconoscimento dell’importanza della “forma” dello Stato e della lotta politica (si badi che per Aristotele l’uomo non è un animale sociale ma un animale politico – e dove non c’è guerra non c’è polis!). Occorre rendersi conto che il conflitto geopolitico “sovradetermina” anche quello sociale (questo cioè dipende sempre più da quello geopolitico) e liberasi di schemi economicistici. In questo senso, anche se il comunitarismo di Preve (come quello di de Benoist) ha il merito di mostrare il legame tra individualismo e liberal-capitalismo, mi pare ovvio che l’idea di comunità debba essere pensata oggi alla luce dei “grandi spazi”.
    Certo vi è anche la terribile questione dell’occidentalizzazione della terra. Secondo alcuni comunitaristi il problema sarebbe allora quello di superare la società di mercato “limitando” lo sviluppo dell’apparato tecnico-produttivo. Da qui anche l’idea di decrescita, che pur meritando di essere valutata con attenzione, mi pare incentrata su una concezione ancora economicistica (o meramente quantitativa) e che non tiene sufficientemente conto del Politico. D’altro canto, il fatto stesso di riconoscere le “differenze” mi sembra che equivalga a porre dei limiti e a riconoscere dei confini, anche nell’epoca del “Grifo”. Ma se decisivo è opporsi alla “Grande Isola” d’oltreoceano, in quanto centro propulsivo dello sradicamento e della “macchina capitalistica”, allora è probabile che dovrebbe essere la nozione di “asimmetria” , anziché di decrescita , a fare la differenza. Al riguardo, anche in Italia sarebbe ora di studiare seriamente la storia militare – ma separando il grano dal loglio (ossia dal politicamente corretto) – per capire meglio come funziona la “macchina capitalistica”. Ed è appunto di questo che ora mi sto occupando, vale a dire di quel processo di occidentalizzazione della terra che vede la guerra, in quanto “regolamento bellico di conti” (in senso stretto), diventare parte di un conflitto assai più vasto. Un conflitto che nel mio libro ho trattato soprattutto in chiave geofilosofica ma che lo si deve necessariamente comprendere anche sotto il profilo politico-strategico.

    Intervista originale


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  • 01/15/14--12:35: FONDI SOVRANI CINESI
  • La banca centrale della Repubblica Popolare Cinese, la Banca Popolare Cinese (1949), è l’istituzione incaricata di controllare la politica monetaria e regolare le entità finanziarie all’interno della Cina Continentale. Agli inizi del 2000, il surplus del conto delle partite correnti cinese iniziò a crescere a dismisura e con esso le riserve valutarie internazionali del paese stesso (figura 1).

    Figura 1

    Immagine

    Fonte: Elaborazione dell’autore sulla base di dati forniti da “State Administration of Foreign Exchange”.

    In termini di investimento, la Cina ha sempre adottato politiche difensive preferendo l’acquisto di buoni del tesoro americani dal basso rendimento (tra i 2 e i 4 percentuali). Ciononostante, nel 2006, le riserve internazionali cinesi raggiunsero il livello record di 1 trilione di dollari americani grazie anche al positivo stato della bilancia commerciale. Da allora in poi, le alte cariche e i maggiori economisti cinesi realizzarono il bisogno di disegnare un veicolo finanziario capace di amministrare in maniera profittevole l’eccesso di tali riserve. Inoltre, secondo gli addetti ai lavori, era evidente che 800 miliardi di dollari erano più che sufficienti a proteggere il paese da eventuali terremoti finanziari derivanti da problematiche esterne alla nazione. Per di più, le crescenti esportazioni resero meno indispensabile l’accumulazione di riserva valutaria al di sopra di quel livello.


    Per tali ragioni, nel settembre 2007, a seguito di una decade volta alla ristrutturazione del sistema bancario, il governo cinese decise di accettare la proposta del Ministero delle Finanze e quindi di stabilire un nuovo fondo sovrano: China Investment Corporation (CIC). Tale creazione si fondò sul sentito bisogno della Repubblica Popolare Cinese di differenziare l’impiego delle proprie riserve (1.4 trilioni di dollari al settembre 2007) in investimenti in grado di fruttare una rendita assai più elevata rispetto a quella garantita dai buoni del tesoro americani citati poc’anzi. In tal senso, si stava ripetendo ciò che i paesi mediorientali produttori di petrolio fecero usando i petrodollari derivanti dalle esportazioni dell’oro nero.

    Di seguito, uno studio sul fondo sovrano cinese di maggior rilievo su scala globale.

    Il China Investment Corporation è stato fondato nel Settembre 2007 e costituisce un’eccezione all’interno della famiglia dei fondi sovrani poiché segnato da un’originale diversità. Infatti, a differenza dei propri simili, non ha libero accesso alla riserva valutaria e fu creato dal Ministero delle Finanze mediante un’emissione di debito di 1.55 trilioni di yuan sotto forma di speciali buoni del tesoro. Dopodiché, lo stesso ministero usò tale somma per acquistare l’equivalente in valuta estera dalla Banca Popolare Cinese (200 miliardi di dollari) e depositarlo come capitale sociale del CIC.

    Cosa dire a proposito delle conseguenze scatenate da tale scelta? Essenzialmente, oltre all’alto ritorno economico sugli investimenti fondamentale al fine di soddisfare gli obiettivi della propria creazione, il fondo deve sopportare i costi relativi al tasso di interesse del 4.5% circa dovuti al Ministero delle Finanze. In altre parole, il CIC deve ripagare annualmente 9 miliardi di dollari solamente per coprire il debito originale ed chiudere l’anno in pareggio. Ecco che questa dinamica obbliga il CIC a generare rendite annuali del 10-13%, cioè attorno ai 15 miliardi di dollari l’anno.

    Ma facciamo un passo indietro, più precisamente verso gli ultimi momenti che precedettero la fondazione del CIC. Nel 2006, Lou Jiwei – futuro Direttore Generale – propose di aumentare la capacità finanziaria del Central Huijin Investment Corporation (CHIC, 2003), istituzione impegnata a ricapitalizzare le banche commerciali del paese. Perciò, per poter realizzare i progetti di Jiwei, il Ministero delle Finanze decise di fondere il CHIC assieme allo State Investment Corporation (SIC) – questo il nome del futuro CIC – e quindi di trasferire le quote del CHIC dalla Banca Popolare Cinese al SIC. Così facendo, il CHIC diventò una delle società sussidiarie del CIC.

    Per quanto riguarda l’apparato amministrativo, il CIC è completamente in possesso del governo cinese e riferisce direttamente al più alto corpo esecutivo, il Consiglio di Stato. Inizialmente, tuttavia, ci fu una considerevole frizione fra la banca centrale e il Ministero delle Finanze a proposito di quale delle due istituzioni avrebbe dovuto controllare il fondo. La diatriba ebbe luogo poiché il SAFE (State Administration of Foreign Exchange) è l’agenzia della banca centrale incaricata di amministrare ed allocare le riserve internazionali e, all’epoca, il CIC stava “ficcando il naso” negli affari dell’agenzia. Così, la decisione finale di assegnare il fondo sovrano al Consiglio contribuì a raggiungere un pacifico compromesso. Ora, nonostante quest’ultimo supervisioni il CIC, è il Comitato Esecutivo del fondo stesso a gestire le operazioni giornaliere e la sfera amministrativa. D’altra parte però, il Consiglio di Stato nomina il consiglio di amministrazione e di supervisione del fondo.

    Il CIC si ispirò ad un altro fondo sovrano, il Government Investment Corportion (GIC, 1981) di Singapore. È vero però che esistono delle differenze fra i due, una delle quali è che il GIC si serve di apposite società di progetto attraverso cui investire all’estero; queste società vengono poi sciolte una volta raggiunti gli obiettivi dell’investimento del fondo, cosicché esso sia protetto da rischi finanziari o eventuali cause legali. Va aggiunto che le società di progetto possiedono un basso livello di trasparenza e, nel caso del GIC, riflettono chiaramente l’opacità del loro genitore (Linaburg-Maduell Transparency Index: 6/10). Pur tanto, delegazioni del CIC si recarono a più riprese a Singapore proprio per studiare il GIC, capace di far registrare investimenti dallo stupefacente rendimento sin dalla sua creazione.

    Ma diamo un’occhiata ai primi movimenti che il CIC intraprese a livello mondiale. Nel maggio 2007, il CHIC – a nome del futuro fondo sovrano – acquisì il 10% dei titoli di Blackstone Group per un totale di 3 milioni di dollari. Tuttavia, nel giro di qualche mese, il gruppo perse più del 50% del proprio valore azionario e ciò significò ingenti perdite per il CIC. Nel dicembre dello stesso anno, acquisì circa il 10% della banca di investimento Morgan Stanley, per un totale di 5 miliardi. Anche in questo caso, la banca subì ingenti perdite durante l’ultimo trimestre del 2007, decretando un’altra sconfitta per il fondo sovrano cinese. Alla luce di questi iniziali fallimenti, il CIC revisionò le proprie strategie. Torniamo fra poco su questo punto.

    È importante ora porre l’accento sul fatto che l’entourage del CIC ha sempre dichiarato apertamente che i propri obiettivi di mercato corrispondono esclusivamente alla massimizzazione del ritorno finanziario a lungo termine e che ogni implicazione politica è da evitarsi attraverso l’investimento. Inoltre, in parte per rassicurare i paesi riceventi preoccupati per le larghe partecipazioni azionarie che il fondo andava acquisendo in compagnie o settori di importanza strategica (energia, comunicazioni, high-tech; infrastruttura, trasporti, difesa), in parte per diversificare al meglio il proprio portafoglio, il CIC decise di limitare gli investimenti fissando un tetto massimo del 10% del capitale della compagnia in questione.

    Ad ogni modo, dati gli alti costi di finanziamento iniziale del fondo (ricordiamo i 9 miliardi di dollari annuali da versare al Ministero delle Finanze), esso è costretto a scegliere investimenti ad alto rischio e generare profitti accettabili. C’è da dire però che, registrando fruttuosi rendimenti, il CIC agisce simultaneamente come stabilizzatore dell’attuale mercato finanziario pericolosamente volatile. Ecco spiegata l’insistenza con la quale il fondo cinese discute con altri fondi, banche internazionali, governi di paesi riceventi capitale ed altre istituzioni al fine di implementare accordi sia di tipo bilaterale che multilaterale.
    Malgrado il vigoroso agire, l’attività d’investimento del CIC frenò a partire dal 2008 e lungo il 2009. Il trend negativo avvenne a causa di una drastica scelta di Pechino. Il governo centrale, infatti, optò per una politica fiscale volta a stimolare l’economia domestica in un periodo di recessione globale. Così, 600 miliardi di dollari furono spesi per far fronte al declino finanziario interno al paese. Per di più, nello stesso periodo, il CIC ristrutturò le proprie strategie a cui facevamo accenno sopra diversificando i propri mercati e settori-bersaglio. Per quanto riguarda i primi, quelli emergenti rimpiazzarono quelli ormai saturi (EU e USA), per i secondi, invece, l’energetico e quello dei beni indifferenziati (commodity) figuravano allora in cima alla lista.
    Svariati fattori provocarono tale revisione. Fra questi, l’approccio provocatorio del SAFE. Per l’appunto, a seguito degli iniziali fallimenti del fondo cinese (Blackstone e Morgan Stanley) il SAFE metteva in dubbio il ruolo di prim’ordine che il CIC rivestiva in Cina, ovvero il fatto di essere considerato il fondo d’investimento per eccellenza. Ciò spinse quest’ultimo a ripensare i propri obiettivi e rafforzare la propria posizione di fronte al suo maggior concorrente interno in materia di investimenti esteri. Una seconda ragione, che giustificherebbe il perché della preferenza per i settori energetico e delle materie prime, è data dal fatto che la Cina previde un imminente innalzamento dei prezzi delle risorse naturali; in tal modo, investendo in quei settori, il fondo avrebbe potuto approfittare della situazione del mercato e “riempirsi le tasche”.

    Certamente, il cambiamento strategico si rivelò profittevole dato che nel settembre 2011 il CIC fu dotato di una seconda società sussidiaria (CIC International) per amministrare i propri cespiti esteri. Pertanto, il fondo fu sostanzialmente rifornito con un finanziamento addizionale di 49 miliardi di dollari che mise in evidenza l’andamento economico positivo intrapreso: ottenere un’ulteriore iniezione di capitale da parte del Ministero delle Finanze era probabilmente lo scopo principale del CIC.

    Recenti Sviluppi

    Il CIC ha recentemente confermato la sua decisione di basare l’allocazione dei cespiti del fondo seguendo l’Endowment Model, ovvero quando una parte significante dei cespiti viene allocata in classi non tradizionali quali private equity o beni immobili. Oltretutto, il consiglio di amministrazione ha approvato il piano strategico di sviluppo per il periodo 2012-2016, cioè le linee guida per la crescita degli investimenti esteri.
    Secondo l’ultimo rapporto annuale pubblicato nel giugno di quest’anno, il fondo sovrano cinese ha raggiunto un ritorno annuale sugli investimenti del 10.6% alla fine del 2012 e un tasso di crescita del 5.02% dalla sua creazione nel 2007. Di seguito una selezione di investimenti diretti esteri relativi al 2012.
    Per quanto concerne l’infrastruttura, in gennaio, il CIC ha investito 276 milioni di dollari nella compagnia inglese Thames Water e, in novembre, altri 450 milioni nel gruppo Heathrow Airport Holdings Ltd. In tema di energia, invece, 300 milioni sono stati spesi in maggio per acquisire il 10% della compagnia americana EP Energy, mentre 425 milioni per il 5% dell’azienda mineraria russa Polyus Gold. Il resto comprende un’acquisizione del 7% della francese Eutelsat Communications SA risalente a giugno per un totale di 386 milioni e un investimento del 4.6% nel Moscow Exchange per l’ammontare di 187 milioni di dollari. Infine, il 49% dei cespiti del fondo è impegnato in titoli americani, il 28% in quelli di economie avanzate non americane, il restante 23% in mercati emergenti. I settori più ricercati dal CIC restano comunque quello finanziario (22%) e tecnologico-informatico (12%).
    Il CIC è un attivo membro del Forum Internazionale dei Fondi Sovrani ed ha ospitato il terzo meeting annuale di tale corpo a Pechino (maggio 2011), occasione in cui Jin Liqun – presidente del consiglio dei supervisori del CIC (settembre 2008-maggio 2013) – presiedette l’assemblea. Il CIC si sta peraltro dimostrando un attore di spicco nell’ambito dei nuovi veicoli di investimento chiamati sovereign wealth funds, oltre a partecipare attivamente alle attività del succitato Forum.


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    “Lo spazio cibernetico è sempre più il luogo della competizione strategica. La sua accessibilità a basso costo e la pervasività lo rendono il luogo ideale per la proliferazione di minacce vecchie e nuove.
    Dalla militarizzazione all’attività di reti criminali, il cybermondo rischia di essere il luogo del caos assoluto, se non adeguatamente governato da regole condivise. Per gli operatori di intelligence la tutela della sicurezza nazionale dalle minacce cibernetiche è una nuova, importante sfida”. (1)

    Tale è il quadro di riferimento nell’approccio a una realtà che, nello specifico campo della comunicazione, rappresenta il bing bang della cibernetica (2) volta a mutare i concetti di spazio e di tempo intesi come un dato rapporto tra soggetti, nonché tra soggetto e oggetto (3). E, a seguito dell’estendersi dello scandalo globale per i programmi di intercettazione della National Security Agency (Nsa) svelati dalla talpa Edward Snowden, a danno dei principali leader mondiali; sta prendendo sempre più piede la crescente diffusione di tecnologie e sistemi di comunicazione, sviluppo di attori non-statuali e redistribuzione del potere tra gli attori statuali, che hanno modificato il profilo delle “minacce e dei rischi” (4) con cui gli Stati devono confrontarsi. Nella medesima cornice e in coerenza con quanto sostenuto, si affaccia prepotentemente e con insistenza nello “scacchiere della globalizzazione” l’intelligence, assumendo un ruolo sempre più incisivo e determinante. Segnato da risvolti inquietanti, da tinte cupe e grigie: l’informazione è diventata il “cuore della sicurezza del Paese (5); partendo da questo principio, l’intelligence, tramite la raccolta di dati e conseguente analisi, partecipa attivamente alle risoluzioni complesse nel campo della sicurezza nazionale” (6). Concetto che ha subito nel tempo “alterazioni”, ma in particolare notevoli obiezioni, ampliandosi in direzione di una trasformazione: “da una sicurezza quasi esclusivamente di tipo militare e “Stato-centrica” a una sicurezza multidimensionale e non più connessa a minacce e rischi provenienti solamente da attori statuali” (7).

    Di diverso avviso è il premier britannico David Cameron: “Se le cose stanno così, ha accusato il premier davanti al Parlamento di Londra, quanto è accaduto ha danneggiato la sicurezza nazionale. Sotto molti aspetti lo hanno ammesso quelli dello stesso Guardian, ha aggiunto, quando, su garbata richiesta del mio consigliere in materia e segretario di gabinetto (Jeremy Heywood), hanno distrutto la documentazione in loro possesso”. Pertanto, è fondamentale che l’intelligence si doti di rapporti e interagisca con l’esterno, con le risorse della società, anche se apparentemente sembra contrastare con il principio di riservatezza, che nel tempo ha subito una profonda evoluzione. Riservatezza intesa nel senso di garantire uno spazio di autonomia e di apertura verso altri soggetti che, intricati e coinvolti in una fitta rete di comunicazione, questi possano sentirsi liberi grazie alla protezione offerta dalla propria sfera privata. Nella società della comunicazione, il problema attuale non è solo di impedire l’acquisizione illegittima di informazioni personali, ma di impedire intrusioni legalizzate, ossia di controllare il flusso di informazioni sia in entrata che in uscita. Ciò è reso possibile mediante un controllo diretto che garantisca il processo di selezione delle informazioni: “proteggersi dall’invadenza dei messaggi che ci arrivano dall’esterno e che influenzano lo sviluppo della personalità” (8).

    L’unico possibile argine per far sì che l’Europa si rafforzi in tal senso “è di poter giocare alla pari con i partner americani e avere più peso di fronte all’amministrazione americana”, questa la proposta di Viviane Reding, commissario Ue alla giustizia. E ha aggiunto: “Vorrei pertanto usare questa occasione per un maggiore servizio segreto di cooperazione tra gli Stati membri dell’Ue, in modo che possiamo parlare una comune voce forte con gli Stati Uniti; la Nsa ha bisogno di un contrappeso”. Nei suoi piani, l’obiettivo è di creare entro il 2020 un “European Intelligence Service” (Eis) tanto potente quanto il “National Security Agency” (agenzia d’intelligence istituita negli USA per potenziare la sicurezza nazionale, rafforzata successivamente a seguito dell’attacco delle torri gemelle, costituisce il più potente strumento di controllo mondiale delle telecomunicazioni), una sorta di CIA europea, che sia in grado di coordinare e sostituire i diversi servizi segreti dei 28 Stati membri.
    Sebbene la maggioranza degli esperti russi sostiene che l’idea di Viviane Reding sia destinata a fallire, l’analista dell’Istituto di studi europei presso l’Accademia di scienze russa, Dmitry Danilov, ha affermato che “una serie di motivi mi fanno credere che non si potrà creare un sevizio o un’agenzia centralizzata all’interno dell’Unione Europea. Persino nel campo della cooperazione su questioni della difesa o della politica di sicurezza il progresso è molto lento”. A ragion veduta l’agente dei servizi russi Roman Romatchiov dichiara che “si tratta di una reazione allo spionaggio globale degli USA. L’Europa vuole prendere la rivincita. Per questo deve organizzare campagne sui mass media, lanciare delle idee per far credere ai cittadini europei che anche i loro governi si danno da fare”. A tal fine, un fondamentale campo di sfida per l’intelligence sarà quello della cyber security (9).

    Capire la complessità di questa nuova dimensione della sicurezza e comprenderne l’impatto reale sugli interessi nazionali è il primo passo per realizzare una politica efficace di cyber security. Per tale ragione il centro di ricerca di Cyber Intelligence and Information Security (CIS) dell’Università Sapienza di Roma ha elaborato un documento di notevole importanza, il “2013 Italian Report on Cyber Security: Critical Infrastructure and Other Sensitive Sectors Readiness” (10), presentato ufficialmente il 9 dicembre 2013 in collaborazione con il Dipartimento Informazione per la Sicurezza (DIS), alla presenza del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle Informazioni per la Sicurezza, Sen. Marco Minniti. Il Rapporto, realizzato da studiosi e ricercatori italiani, vuole essere un contributo accademico per accrescere e consolidare la comprensione e il dibattito nazionale su uno dei temi più caldi di rilevanza internazionale e che suscitano polemiche di portata mondiale, qual è lo stato dell’arte nella protezione, da attacchi cibernetici, delle infrastrutture critiche nazionali e dei settori economici sensibili.

    La minaccia cibernetica, pur riguardando la dimensione del cyberspazio, risulta in grado di incidere su una pluralità di settori interconnessi quali: la sottrazione di dati a fini predatori, la violazione della proprietà intellettuale, il furto di identità, il proposito di danneggiare la funzionalità delle infrastrutture critiche o di manipolare informazioni al fine di delegittimare le istituzioni o favorire il proselitismo in rete, lo spionaggio vero e proprio con la sottrazione di informazioni privilegiate o segreti industriali, per alterare la concorrenza e favorire la superiorità strategica di un Paese.Per rispondere a tale inconveniente, l’attività informativa è stata orientata alla sicurezza delle reti telematiche e sistemi informatici delle aziende di rilevanza strategica (11), e quindi si è proceduto nel circoscrivere la minaccia proponendo soluzioni volte a garantire la sicurezza dei dati e ridurre i costi di gestione dei sistemi informatici, quali il cloud computing (12). A tal proposito, il 27 settembre 2012 la Commissione europea ha adottato una strategia denominata “Sfruttare il potenziale del cloud computing in Europa” (13). La strategia punta ad incrementare il ricorso alla “nuvola” in tutti i settori economici, il gruppo di esperti rappresenta un elemento chiave di questa strategia e degli sforzi della Commissione di promuovere il mercato unico digitale, già avviati nell’ambito di altre iniziative legislative, come la riforma UE sulla protezione dei dati (14).

     

    Implicazioni

    È molto difficile trarre conclusioni per una problematica in rapida evoluzione, tuttavia, alla luce di quanto esposto la cyber security diventa un aspetto importante che richiede di porre maggiore attenzione a livello politico-istituzionale, necessaria anche a livello internazionale. “Nel 2009 il vertice USA – UE ha per la prima volta riconosciuto la cyber security come sfida globale (non bilaterale, né regionale)” (15), segnalando nel contempo l’intento di: “rafforzare il (…) dialogo USA – UE per individuare e rendere prioritari i settori nei quali sia possibile intervenire congiuntamente per costruire un’infrastruttura che sia sicura, resistente e affidabile per il futuro”. (16) Tutto ciò ha reso necessaria una maggiore presa di coscienza dell’affidabilità da riporre nei confronti degli stakeholder (settore pubblico/governativo, settore privato/industria e società civile) preposti alla formulazione di politiche in tutti campi del settore cyber tra cui monitoraggio, investimenti, contromisure, armonizzazione terminologica e normativa.

    Il settore privato impegnato nella ricerca e sviluppo delle ICT, un ruolo improntato nella consulenza, preparazione e attuazione delle procedure e protocolli in materia informatica; parte integrante di un’architettura strategica, incentrata nella protezione della sicurezza dello Stato. Quindi, si rende necessario fare un passo avanti al fine di prendere coscienza e capire quanto sta accadendo a livello di sicurezza informatica, “ossia che è proprio l’insieme dei dati e di conoscenza che fa di una nazione, innovativa e competitiva a livello mondiale, un sistema Paese che è diventato oggetto di attenzione malevola da parte di entità di difficile individuazione, ma non per questo meno pericolosi di avversari su un campo di battaglia concreto”. (17)

     

    *Caterina Gallo laureata in Scienze delle Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Salerno

    Note

    (1) “Minacce alla sicurezza. Cyberspazio e nuove sfide”, G. Ansalone, Rivista italiana di intelligence, 3 – 2012.

    (2) Il termine (etimologicamente derivante dal greco kubernetike (arte del governo del timoniere) è stato coniato dal matematico Norberto WIENER (La cibernetica trad. Di O Beghelli, Milano, 1953) la cui definizione quale “scienza del controllo e della comunicazione fra gli animali e le macchine” richiama appunto quell’attività di interazione che viene a stabilirsi tra più agenti in un medesimo contesto operativo.

    (3) “Se telefono, radio, televisione, computer determinano un nuovo rapporto tra noi e i nostri simili, tra noi e le cose, tra le cose e noi, allora i mezzi di comunicazione ci plasmano qualsiasi sia lo scopo per cui le impeghiamo ed ancor prima che assegniamo ad essi uno scopo”, “Psiche e tecne. L’uomo nell’età della tecnica, U. Galimberti, Milano, pag. 633.

    (4) In ambito intelligence, si intende generalmente per minaccia un fenomeno, una situazione e/o condotta potenzialmente lesivi della sicurezza nazionale. Può essere rappresentata dalle attività di Stati (nel qual caso include anche l’eventualità del ricorso allo strumento militare), di organizzazioni non statuali o di singoli individui. Oltreché per indicare la tassonomia degli agenti (individui e organizzazioni) e degli eventi (fenomeni e condotte) pericolosi per la sicurezza, il termine è impiegato in un’ accezione che si riferisce anche alla probabilità che tali eventi si verifichino. Nell’ambito dell’analisi controterrorismo, tale probabilità viene stimata sulla base di una valutazione tanto dell’intento dell’attore terroristico preso in esame quanto della sua capacità di tradurre tale intento offensivo in una concreta azione dannosa. In questa accezione, la minaccia costituisce una delle variabili in funzione delle quali è valutato il rischio. Con il termine rischio si intende un danno potenziale per la sicurezza nazionale che deriva da un evento (tanto intenzionale che accidentale) riconducibile ad una minaccia, dall’interazione di tale evento con le vulnerabilità del sistema Paese o di suoi settori e articolazioni e dai connessi effetti. Minaccia, vulnerabilità e impatto costituiscono, di conseguenza, le variabili principali in funzione delle quali viene valutata l’esistenza di un rischio e il relativo livello ai fini della sua gestione, ossia dell’adozione delle necessarie contromisure (tanto preventive che reattive). “Relazione sulla Politica dell’informazione per la sicurezza” Presidenza del Consiglio dei Ministri. Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, 2011.

    (5) “Con lo sviluppo dell’Information Technology si è venuto a creare un nuovo spazio, o se si preferisce una nuova dimensione spaziale nell’ambito della quale viene ad esplicarsi l’attività umana in tutte le sue manifestazioni e rispetto al quale il medium informatico costituisce un organo, vale a dire uno strumento di percezione e, al tempo stesso, di creazione dello spazio medesimo; costituito dalle interazioni che vengono a stabilirsi tra le intelligenze artificiali create per effetto dei sistemi informatici (il cui studio forma oggetto specifico della cibernetica) nonché dalle relazioni che vengono a stabilirsi all’interno di esso: ciò che si suole denominare: cyberspazio”. “La formazione di regole giuridiche per il cyberspazio”, V. De Rosa, Il diritto dell’informazione e dell’informatica, 2 – 2003, pp. 361 – 400.

    (6) “Intelligence e sicurezza nazionale”, A. Politi, http://www.servizisegreti.eu/sicurezza-nazionale-ed-intelligence/.

    (7) “Evoluzioni e prospettive future del diritto alla privacy e della libertà di informazione nel diritto europeo e comunitario” M. Carnevalini, La comunità internazionale, 4/2002, pp. 683 – 697.

    (8) “Il Consiglio di sicurezza nazionale: esperienze internazionali e prospettive italiane”, Strategie di sicurezza nazionale, Istituto Italiano di Studi Strategici, C. Neri, dicembre 2012.

    (9) “Sotto il profilo della collaborazione internazionale, più che in ogni altro settore la coopera ione con gli Organismi informativi degli altri Paesi sviluppati deve mirare a costruire veri e propri percorsi comuni e condivisi, nella piena consapevolezza che un attacco informatico può avere impatto transnazionale e intercontinentale e che la vulnerabilità di un singolo Paese può riflettersi sulla sicurezza globale”, “Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza”. Presidenza del Consiglio dei Ministri. Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, 2009.

    (10) “2013 Italian Cyber Security Report. Critical Infrastructure and Other Sensitive Sectors Readiness”, http://www.dis.uniroma1.it/~cis/media/CIS%20Resources/2013CIS-Report.pdf

    (11) “Per meglio rispondere alle sfide sempre più incalzanti poste dalla minaccia cibernetica alcuni Stati si sono dotati di organismi di coordinamento nazionale costituendo un’entità centrale presso il vertice dell’Esecutivo. Tale è la situazione adottata nel Regno Unito, dove la struttura cui è affidato l’indirizzo strategico delle azioni in ambito governativo, denominata OCSIA (Office Of Cyber Security and Information Assurance), è istituita in seno al Cabinet Office; in Francia, dove l’Agence Nationale de la Sécurité des Systèmes d’Information (ANSSI) opera alle dirette dipendenze del Primo Ministro; negli USA,dove sebbene la responsabilità federale dell’azione di prevenzione e contrasto della minaccia cibernetica sia affidata al Dipartimento della Homeland Security (DHS), l’organismo di coordinamento, rappresentato dal Cybersecurity Coordinator è istituito e opera in seno al National Security Council, struttura di diretto supporto del Presidente in materia di sicurezza nazionale”, (“Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza”, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, 2011.

    (12) “Il cloud computing è un insieme di modelli di servizio che si sta diffondendo con grande rapidità tra imprese, pubbliche amministrazioni e cittadini perché incoraggia un utilizzo flessibile delle proprie risorse (infrastrutture e applicazioni) o di quelle messe a disposizione da un fornitore di servizi specializzato. L’innovazione e il successo delle cloud (le nuvole informatiche ) risiede nel fatto che, grazie alla raggiunta maturità delle tecnologie che ne costituiscono la base, tali risorse sono facilmente configurabili e accessibili via rete, e sono caratterizzate da particolare agilità di fruizione che, da una parte semplifica il dimensionamento iniziale dei sistemi e delle applicazioni mentre, dall’altra, permette di sostenere gradualmente lo sforzo di investimento richiesto per gli opportuni adeguamenti tecnologici e l’erogazione di nuovi servizi”, “Cloud computing: indicazioni per l’utilizzo consapevole dei servizi”, Garante per la protezione dei dati personali.

    (13) “Sfruttare il potenziale del cloud computing in Europa – di cosa si tratta e che implicazioni ha per gli utenti?”, http://europa.eu/rapid/press-release_MEMO-12-713_it.htm.

    (14) “LIBE Committee vote backs new EU data protection rules”, 22 ottobre 2013, http://europa.eu/rapid/press-release_MEMO-13-923_en.htm.

    (15) “Osservatorio di politica internazionale. Cybersecurity: Europa e Italia”, n. 32 maggio 2011, Istituto Affari Internazionali

    (16) “3 novembre 2009 EU-US Summit declaration”, http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_data/docs/pressdata/en/er/110929.pdf

    (17) “Soggetti e ambiti della minaccia cibernetica: dal sistema- paese alle proposte di cyber governante?”, G. Tappero Merlo, La Comunità internazionale, 1/2012, pp. 25 – 53

    Fonti

    http://euobserver.com/justice/121979;

    http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/eu/10425418/Brussels-demands-EU-intelligence-service-to-spy-on-US.html;

    http://italian.ruvr.ru/2013_12_24/L-Europa-vuole-una-propria-CIA/

    http://news.supermoney.eu/politica/2013/11/datagate-cortina-fumogena-o-danneggiamento-ai-sistemi-di-sicurezza-degli-stati-controllati-0039939.html

    http://www.servizisegreti.eu/sicurezza-nazionale-ed-intelligence/


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  • 01/18/14--01:28: VIKTOR ORBAN A MOSCA
  • La prima conferenza intergovernativa UE-Serbia per gennaio dovrebbe dimostrare lo stato di avanzamento della domanda serba d’adesione all’Unione europea. “La Serbia deve continuare le riforme che ha iniziato, i cui risultati saranno un indicatore chiave per valutarne il processo d’integrazione”, ha dichiarato la commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo. Allo stesso tempo, in un colloquio sulle prospettive europee della Serbia, i membri del Parlamento europeo hanno salutato le elezioni locali tenutesi in Kosovo, alla fine del 2013, come “un grande passo in avanti sulla strada della democrazia”.

    La politicizzazione della domanda della Serbia d’adesione all’UE è evidente. Ciò riguarda i requisiti socio-economici adottati da Belgrado e le raccomandazioni per rivedere i parametri della cooperazione con la Russia nell’energia, in quanto non conformi allo spirito dell’Unione europea, alla Carta dell’energia e al Terzo pacchetto sull’energia.
    Tuttavia, come si può parlare di “non conformità” se nella stessa UE gli approcci dei singoli Paesi nella scelta di una politica energetica sono sempre diversi? L’Unione europea non è un monolite. Un certo numero di Paesi membri ha già chiarito che non ha intenzione di seguire pacificamente le direttive di Bruxelles in materia di energia, anche se non mette in questione l’adesione all’UE (almeno, non ancora).

    Al momento, mentre i membri del Parlamento europeo a Strasburgo iniziano i colloqui della sessione invernale, il primo ministro ungherese Viktor Orban è arrivato a Mosca per una visita di lavoro.
    Negli ultimi due decenni, le relazioni tra la Russia e l’Ungheria hanno visto periodi complicati. Ci sono state due azioni del governo ungherese contro le compagnie petrolifere e del gas russe (soprattutto contro la Surgutneftegaz) e tentativi di Budapest di svolgere un “doppio gioco” in campo energetico. Tuttavia, negli ultimi anni i rapporti migliorano. La visita operativa di Viktor Orban a Mosca, nel gennaio 2013, è un’occasione importante.

    All’epoca, durante l’incontro con il presidente russo Vladimir Putin, il capo del governo ungherese suggeriva che la Russia partecipasse alla modernizzazione del sistema energetico ungherese. E ora questi piani iniziano ad essere attuati. Secondo Sergej Kirenko, a capo della società statale Rosatom, l’energia nucleare diventa un settore importante della cooperazione bilaterale russo-ungherese. “I negoziati con l’Ungheria sono in fase attiva”, ha dichiarato Kirenko. Ciò si riferisce alla partecipazione della Russia nella costruzione di due nuovi reattori nella centrale elettronucleare di Paks, in Ungheria (in aggiunta agli attuali quattro costruiti con l’aiuto dell’URSS), con una potenza complessiva di 2500-3400 MW. Il contratto ha un valore di 10 miliardi di dollari. “Oltre il 40 per cento del volume lavorativo”, secondo V. Putin, “deve essere svolto dalla parte ungherese. Ciò significa che circa tre miliardi di dollari saranno stanziati per sostenere l’occupazione in Ungheria, e solo le entrate fiscali che ne verranno saranno di oltre un miliardo di dollari.” E se si aggiungono gli accordi raggiunti da Mosca e Budapest a fine 2013, per una stretta aderenza, indipendentemente da possibili complicazioni, al già concordato programma per la costruzione del tratto ungherese del gasdotto South Stream e all’avvio delle forniture di gas russo all’Ungheria nei primi mesi del 2017, si deve riconoscere che la cooperazione tra la Russia e l’Ungheria nell’energia diventa un partenariato strategico.

    Ci sono due ragioni principali per il progressivo sviluppo delle relazioni tra la Russia e l’Ungheria. La prima è connessa alle tensioni nelle relazioni tra Budapest e Bruxelles. La pressione della leadership dell’UE sull’Ungheria è sempre più evidente negli ultimi anni, toccando sia la sovranità statale che i sentimenti del popolo dell’Ungheria. E’ sufficiente ricordare le improvvisate dei politici tedeschi sulla necessità d’inviare unità paramilitari in Ungheria o la proposta discussa nella  Commissione europea d’imporre sanzioni a Budapest per le peculiarità della legislazione nazionale ungherese, non gradita a Bruxelles.

    Agli occhi degli ungheresi, tutto ciò ha ridotto notevolmente l’attrattiva, per usare un eufemismo, delle raccomandazioni della Commissione europea in altri settori, compresa l’energia. Inoltre, perché non seguire l’esempio del business tedesco in materia? Negli ultimi anni ha seguito una politica indipendente cooperando con la Russia nel settore energetico. Ci si riferisce, in particolare, al recente ritiro della tedesca RWE dal progetto Nabucco. Inoltre, la cooperazione russo-ungherese ha una buona base finanziaria ed economica.

    Le proposte russe sono semplicemente più redditizie, meglio pianificate e più serie di proposte simili delle aziende occidentali. Ciò è dimostrato da un semplice fatto: oggi la Russia fornisce l’80% del petrolio e il 75% del gas consumato in Ungheria.
    Mentre la stampa ungherese riconosce, tra tutti i candidati al contratto, che solo Rosatom è pronta a fornire un adeguato finanziamento preliminare per il progetto di sviluppo della centrale nucleare di Paks. In un primo momento, la società francese Areva e la società nippo-statunitense Westinghouse prevedevano di partecipare alla gara, ma l’Ungheria non ha mai ricevuto alcuna proposta concreta.

    La società russa, invece, ha proposto termini utili agli interessi ungheresi. Va detto che l’interesse dell’Ungheria nel sviluppare l’energia atomica non rientra esattamente tra le priorità dell’Unione Europea, dove molti sognano una “rivoluzione”, che arrecherebbe all’Europa una minaccia ecologica più grave di quella connessa ad
    una centrale nucleare. La parte del governo ungherese nello sviluppo dell’energia nucleare, osservando naturalmente i requisiti sulla sicurezza, è un passo importante a livello europeo. Come dimostrato dalla cooperazione della Russia con altri Paesi, in particolare l’Iran, le proposte russe soddisfano pienamente le esigenze sulla sicurezza. Così l’alleanza energetica di Mosca e Budapest può servire da esempio per gli altri Paesi europei.

    Strategic Culture Foundation

    Traduzione di Alessandro Lattanzio.


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    Gli equilibri globali del XXI secolo sono regolati da tre blocchi fra loro interrelati: Stati Uniti, Cina ed Unione Europea. Dal tramonto del bipolarismo, sancito dalla fine della guerra fredda dove USA ed URSS imperavano sul pianeta, le dinamiche economiche, politiche e militari europee ed asiatiche, hanno traghettato la società verso il multipolarismo. Una condizione più articolata e dai risvolti imprevedibili rispetto al periodo precedente. Gli attuali attori, molto probabilmente, saranno le superpotenze del futuro e questo potrebbe ingenerare la sfida di un mondo parallelo, ossia dei Paesi emergenti.

    Il nuovo ordine è una diretta conseguenza della globalizzazione, con l’affermazione di economie un tempo deboli come quelle della Cina e dell’India. Le radicali differenze politiche, sociali e culturali, non sembrano consentire una integrazione coerente fra i Paesi emergenti e quelli dominanti, pertanto l’equilibrio dell’ordine mondiale non pare essere di semplice prevedibilità: al contrario la non facile coesistenza disperderà il potere in centri diversi. Le aree di influenza si allargheranno principalmente: all’Iran, all’Asia Centrale ed al Mar Cinese Meridionale e probabilmente, sarà la nascita del mondo apolare, ovvero l’incapacità dei Grandi a gestire la logica dell’economia e della politica.

    Il 2014 è indicato dagli analisti come il momento di crescita dei cosiddetti BRICS, l’acronimo che unisce gli Stati di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, dove si svilupperanno i nuovi equilibri del pianeta in uno stadio di fluidità finanziaria, politica e militare. La crisi ha convinto gli investitori a tentare rendimenti migliori su mercati più difficili ma con cedole più alte, accrescendo le condizioni generali dei Paesi emergenti. Tale atteggiamento ha bilanciato il portafoglio a favore di queste aree sviluppandone le potenzialità. Nel 2014, gli esperti si attendono un consolidamento delle più importanti aziende dell’area BRICS.

    Nell’ultimo decennio, l’incremento dell’economia planetaria ha dipeso per il 60% da questi cinque Paesi, modificando la geopolitica della produzione industriale. La controtendenza agli investimenti è l’inflazione e molti decisori dei mercati in via di sviluppo, stanno contrastando il fenomeno tentando di arginare l’uscita dei capitali dal proprio Paese. Il 2014 sarà interessato da una bassa valutazione dei rendimenti sul fronte obbligazionario nell’area BRICS e le valute più deboli si trasmuteranno in una nuova opportunità per gli investitori. In base ad un rapporto della Fitch Ratings, la crescita dei mercati in via di sviluppo sarà inferiore al previsto, ma superiore a quello delle economie avanzate. Il PIL cinese, nel 2014, ha una previsione di crescita pari al 7,5% e dovrebbe attestarsi al 7,0% nel 2015, l’area BRICS salirà dal 4,8% al 5,2% nello stesso biennio, dove gli Stati Uniti si fermeranno al 3,0%.

    L’Europa rimarrà indietro con un previsionale fissato all’1,3% per tutto il 2015. Le riserve petrolifere africane sono il motore che sta conducendo l’economia del continente verso una maggiore consapevolezza; la Nigeria si è attestata come attore principale nelle dinamiche dell’Africa e quest’ultima nella globalità è seconda solo all’Asia. L’Economist ha stimato per il 2014 un incremento del prodotto interno lordo panafricano al 5,5%, dato che comprende anche il mancato sviluppo economico di Egitto, Libia e Tunisia.

    Sulle economie forti, graverà la disoccupazione del ceto medio e se il settore di maggior crescita è quello elettronico, l’implementazione dell’intelligenza artificiale provocherà una ulteriore flessione occupazionale, almeno secondo un’indagine dell’Università di Oxford. In un prossimo futuro, è possibile un salto generazionale dell’interconnessione: la Intel ha anche previsto una diminuzione consistente del costo dei chip e ciò li renderà utilizzabili in qualsiasi settore ed anche a Nazioni non tecnologicamente avanzate, innalzando la possibilità di attacchi cibernetici. Ciò vuol dire l’intrusione nell’informazione e nei sistemi di comunicazione avversari, allo scopo di piratare o distruggere dati riservati. Il bruco Stuxnet, ha rappresentato una forte implementazione delle armi digitali, in quanto sembra che sia riuscito ad infettare 45.000 sistemi di controllo industriale della Siemens, agevolando gli incursori alla manipolazione dei processi tecnici degli impianti nucleari iraniani, benchè Stati Uniti ed Israele abbiano declinato qualsiasi responsabilità. Il mercato per migliorare le risorse informatiche, vale 10 milioni di dollari e tende allo sviluppo di strumenti adatti alla distruzione, interdizione, degradazione ed usurpazione delle reti di mappature, come precisato in un documento dell’USAF. Dunque la guerra cibernetica è definibile come un nuovo livello di scontro, dove l’arma più semplice può essere una chiavetta USB. Il conflitto asimmetrico dell’informatica è risultato essere una minaccia tecnologica e geopolitica, la quale potrebbe tendere al fallimento del governo globale, laddove la guerra cibernetica possa tramutarsi in un’arma per la disinformazione attraverso internet od anche a disposizione dei terroristi.

    Tra gli altri, un conflitto virtuale è stato sofferto dalla Corea del Sud, dove furono presi di mira i bancomat ed i siti web e questo dimostra inequivocabilmente che la guerra cibernetica è estesa anche alle Aziende civili, trasformando di fatto il comparto finanziario e le imprese in un nuovo e più imprevedibile campo di battaglia. L’acquisizione forzosa di dati sensibili, vuole significare il trasferimento dei segreti di una Nazione, privandola di fatto della sua ricchezza tecnologica, a favore di elementi ostili. Pertanto, laddove uno Stato Emergente entrerà in possesso di informazioni utili al proprio sviluppo, automaticamente diverrà un nuovo centro di potere incoraggiando il processo di apolarità. Uno dei Paesi BRICS, la Cina, è stata accusata dagli Stati Uniti di aver perpetrato episodi inerenti alla pirateria informatica: tale addebito è stato mosso dall’azienda di sicurezza informatica Mandiant, che ha indicato come responsabile l’unità 61398 dell’Esercito popolare di liberazione, la quale è incaricata della Sigint del Paese, ossia della raccolta di informazioni attraverso l’intercettazione e l’analisi dei segnali trasmessi da potenze straniere. Per violare i computer si utilizzano IP di altri sistemi a loro volta piratati, detti hop points, e per identificare gli intrusi è necessario percorrere a ritroso i passaggi effettuati da quest’ultimi, sino ad individuare gli indirizzi cibernetici di origine. In questo caso, la provenienza venne accertata a Shanghai, proprio nella strada in cui ha base l’unità 61398.

    A seguito di questi addebiti, la Cina ha formalmente accusato a sua volta gli Stati Uniti, i quali si sarebbero resi rei di aver violato 16 mila pagine web cinesi, di cui 2.000 governative. Dei 73 mila indirizzi IP rintracciati a ritroso dall’unità 61398, la maggior parte sono risultati essere statunitensi. Nel 2013, l’affermazione delle economie emergenti ha consacrato le obbligazioni in valuta locale, le quali sono state in linea con la crescita interna e le dinamiche dell’inflazione, i cui indicatori sono prevalentemente al ribasso. Nel 2014 questo ciclo si dovrebbe stabilizzare, con la probabile conseguenza di una competizione fra le banche centrali, al fine di creare liquidità per scongiurare la pressione della rivalutazione monetaria. L’OCSE prevede un futuro che vedrà la Cina assoluta protagonista sui mercati, con una proiezione tale da diventare la prima economia entro il 2016. Il tasso medio di crescita è stimato all’8%, con un piano di investimenti che dovrebbe interessare i settori immobiliari, agricoli, energia ed infrastrutture. La previsione su quest’ultime appare piuttosto scontata, in quanto sono carenti in tutte le Aree in via di sviluppo, pertanto possono facilmente essere identificate come incentivo ad investimenti remunerativi.

    L’Europa è il maggior importatore dei prodotti cinesi che incide del 20% sul PIL regionale, ma la crisi economica ha ridotto il livello di acquisizione, pesando sulla proiezione del Governo Centrale, il quale, come detto, si è prefissato l’obiettivo di crescita al 7,5%, dunque in leggera controtendenza al previsionale dell’OCSE. Il punto debole dell’espansione finanziaria cinese è nell’allargamento della classe media urbana, dove alla consapevolezza del suo peso sociale, si contrappone l’ineguaglianza delle aree rurali, ancora poco sviluppate. L’incremento della domanda sul mercato interno è la possibile svolta per compensare queste differenze marcate, ma soprattutto per tenere costante il livello di crescita. Pertanto, sarebbe auspicabile una trasposizione ad un modello economico avanzato, dove l’esportazione non sia l’unica base per il benessere dei ceti sociali cinesi. L’apolarità sembra però fondare il suo inizio proprio in Europa, dove la storia e gli interessi contraddittori e divergenti rischiano di frammentarla: i Paesi nordici, rispettano le regole comunitarie al contrario di quelli del sud, bisognosi di aiuti economici. Potrebbe essere un momento di mancata solidarietà fra Nazioni appartenenti ad una stessa unione, forse incentivata dalla debolezza franco-tedesca, con il Presidente francese ed il Cancelliere tedesco divisi dalla fede politica. La diversità delle posizioni assunte sulla risoluzione della crisi siriana è una possibile indicazione della frammentazione europea, con la Francia allineata agli Stati Uniti, il non interventismo della Germania, la tattica di attesa britannica e l’auspicio italiano sulla risoluzione politica. Un segno di distensione, approvato anche dal Governo italiano, è nella proposta transalpina di una ritrovata integrazione europea basata sull’occupazione, sulla convergenza fiscale ed uno sforzo comune per accelerare la crescita, condizioni che se non dovessero avere un riscontro sul breve termine, potrebbero tornare ad ingenerare gli attriti.

    Per alcuni analisti, l’apolarità è definibile come una paralisi del sistema, da addebitare ad una diminuzione generalizzata del potere in tutte le aree, dove nessun Paese sarà in grado di regolare le dinamiche politiche, economiche e militari a livello globale. Di fatto si genereranno tanti piccoli centri di valore strategico. Il numero dei Governi assunti a ruoli importanti sta aumentando ed a questi si aggiungono l’FMI, il WTO, organizzazioni private, istituzioni finanziarie e le multinazionali, tanti soggetti che pesano sul dinamismo internazionale. L’instabilità nel Pacifico e nel Mar Cinese con l’attrito fra Cina, Giappone, Corea del Nord ed USA, sono i nuovi focolai di destabilizzazione, responsabili anche del processo di apolarità, dunque alla incapacità delle superpotenze a tenere saldo il controllo sull’evoluzione della situazione. L’alternativa a questa futuribile condizione rimane la multipolarità, con gli Stati Uniti come attore protagonista, coadiuvati dalle Nazioni continentali con la geopolitica a substrato delle Relazioni internazionali. E’ auspicabile che siano i Paesi del BRICS, piuttosto che dell’Area degli Emergenti, ad indicare quali siano gli attori del sistema globale ed il ruolo che essi stessi intenderanno assumere negli equilibri internazionali.


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    Alvarez e Marsal, BlackRock, Oliver Wyman, Pimco: nomi che non significano nulla per l’europeo medio. Ma le consulenze finanziarie hanno giocato un ruolo prioritario per il salvataggio dell’eurozona e finora hanno gestito contribuenti in Cipro, Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna per oltre 80 milioni di euro. Le loro competenze “indipendenti” sono utilizzate dalla Troika per prestiti internazionali, dalla Banca Centrale Europea, dalla Commissione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale, per decidere quanti Paesi o banche devono impedire un default. Spesso vengono assunti senza gara d’appalto, sollevando obiezioni su trasparenza e responsabilità. A volte sono assunti nonostante potenziali conflitti di interessi, derivanti da legami tra fondi di investimento e altri fornitori di servizi finanziari.

    Le società di consulenza incaricano spesso subappaltatori, ponendo ulteriori domande in riferimento a chi ha accesso alle informazioni e su come vengono gestite. Oltre a studi legali locali, i subappaltatori quasi sempre includono una o più delle “grandi quattro” società di contabilità, Deilotte, Ernest&Young, KPMG e Price Waterhouse Coopers (PwC). Alla fine il risultato è un “cerchio d’oro” di una serie di grandi società con un monopolio di gestione dei salvataggi dell’UE.

     

    Alvarez e Marsala

    La società di consulenza newyorkese Alvarez e Marsala ha guadagnato 2 milioni di euro per creare “bad bank” in Spagna nel 2012. In un tipico modello, ha fatto confluire nello studio legale spagnolo Cuatrecasas una società di servizi finanziari giapponese chiamata Nomura e PwC per fare il lavoro.

    Ha guadagnato 6,6 milioni di euro per il suo lavoro sul salvataggio cipriota, ma proprio il caso Cipro ha causato uno scandalo portando alla luce la questione.

    Secondo un audit interno da parte del consiglio della banca centrale di Cipro, ha ottenuto il denaro pur risultando inammissibile per una parte del lavoro.Il documento di revisione, visto da osservatori europei, mostra che ha ottenuto 1,1 milioni di euro più IVA per la valutazione della banca di Cipro, principale finanziatore dell’isola, fino al dicembre 2012. Inoltre ha avuto una quota di ampliamento del servizio di 250.000 euro per continuare il lavoro nel 2013.

    Nel dicembre 2012, con Cipro in lotta per ottenere un piano di salvataggio dagli altri Stati dell’eurozona, il capo della banca centrale, Panicos Demetrides, ha incaricato Alvarez e Marsal per nuovi contratti. Lo ha fatto nonostante il Consiglio avesse escluso la consulenza a causa di “potenziali conflitti di interessi” legati alla valutazione della Banca di Cipro. Ha poi dato ad Alvarez e Marsal due dei nuovi contratti nonostante la preoccupazione del Consiglio di Amministrazione. All’inizio del 2013, ha ottenuto 960.000 euro più IVA e costi di oltre 270.000 euro per esaminare progetti di ricapitalizzazione di banche cipriote. Ha anche ottenuto 2,7 milioni di euro più IVA e spese fino a 540,000 mila euro per aiutare a ristrutturare la stessa banca di Cipro e la banca Laiki.

     

    Lo scandalo della tassa segreta

    Per quanto riguarda i “conflitti di interesse evidenziati” si trattava tuttavia, della punta dell’iceberg.
    Lo scandalo è scoppiato nell’ottobre 2013, quando i media ciprioti hanno riferito che Demetriades ha premiato Alvarez e Marsal con una elevata quota da 15 milioni di euro senza comunicarlo al Consiglio. L’importo del bonus ammonta allo 0,1 percento del valore totale del costo di ricapitalizzazione delle banche di Cipro (15,7 miliardi).
    Sulla base di una corrispondenza interna e contratti redatti fino al marzo 2013, il direttore di consulenza Hal Hirsch e Dematries, si dicevano in linea di principio d’accordo per il pagamento del canone, “con qualsiasi mezzo” la ricapitalizzazione doveva essere eseguita. A seguito di confusi colloqui a Bruxelles, l’accordo finale di salvataggio includeva il sequestro dei versamenti privati dei risparmiatori con risparmi oltre i 100.000 euro. Il bonus segreto pone la seguente domanda: quale era l’obiettivo di Alvarez e Marsal nelle valutazioni delle banche Cipriote quando doveva successivamente averne una parte dei soldi del “salvataggio” stesso?
    Lo scandalo mostra anche cosa può succedere quando gli appalti sono aggiudicati a porte chiuse. Demetriades in una nota di ottobre sostenne di accettare l’obolo sotto la pressione dalla società statunitense. La banca centrale nel documento di revisione lo citava sottolineando le condizioni dell’accordo: “Firmato sotto costrizione. Il signor Hirsch ha minacciato di abbandonare Cipro al culmine della crisi se non avessi firmato”.
    Ai primi di settembre, dopo che la banca centrale aveva concluso il contratto con la società di consulenza, questa ha insistito che doveva essere pagato l’intero importo di 15 milioni di euro. Ma quando il Consiglio si ribellò, protestando di non essere a conoscenza dell’affare, la ditta statunitense si offrì di prendere meno. “Concorderemo per un compenso di ricapitalizzazione pari a 4,75 milioni di euro. È una riduzione molto considerevole e volontaria e non dovrebbe essere soggetta ad ulteriori trattative”, così Hirsch in una lettera alla banca centrale del 19 settembre.

     

    Lo scandalo non è ancora finito

    Il parlamento e il pubblico ministero ciprioti hanno avviato indagini sugli eventi. Un portavoce di Alvares e Marsala si è rifiutato di commentare perché sono in corso le indagini. La ditta sta provando a svincolarsi dalla situazione. Ha detto in una lettera alla Banca centrale, in data 26 ottobre 2013, che il Consiglio ha “piena discrezionalità” nel decidere l’importo della sua quota di ricapitalizzazione. Nel frattempo, il Consiglio della Banca Centrale ha messo in dubbio la pretesa di Demetriades che ha accettato “sotto costrizione”. Alvarez e Marsal non rappresentano l’unica consulenza legata alla “troika” ottenuta senza gare pubbliche.

     

    Ottenere somme sbagliate

    Nel gennaio 2011, la Banca Centrale irlandese assumeva il suo concorrente, BlackRock Solutions, poco dopo che il governo irlandese aveva presentato un piano di salvataggio FMI-EU per 85 miliardi di euro.

    BlackRock Solutions è una piccola unità di consulenza all’interno di BlackRock, una società statunitense che è diventata negli ultimi anni il più grande fondo di gestione patrimoniale del mondo, con portafoglio clienti dal valore di 3 miliardi di euro.

    È stato ingaggiato per prevedere quante banche irlandesi rischiano il fallimento e per effettuare uno “stress test” sui peggiori scenari per il sistema bancario irlandese. Ha ottenuto 30 milioni di euro per il suo lavoro.

    Ha inoltre condiviso il compito con i subappaltatori, tra cui un’altra società statunitense, Boston Consulting Group e Barclays Capital, una banca d’investimento britannico.

    Il primo intoppo c’è stato quando BlackRock Solution ha sbagliato le previsioni di profitto della banca. La Banca centrale irlandesebasandosi sui dati della consulenza, prevede profitti delle banche che ammontano a 1,9 miliardi di euro tra il 2011– 2013 anche nel peggiore dei casi. Ma nel giugno 2012, le banche sono riuscite a rendere soltanto 0,4 miliardi di euro. I politici irlandesi avevano dichiarato all’inizio che la procedura di selezione per BlackRock non era ideale. Parlando al parlamento irlandese nel 2011, Michael Noonan, ministro delle finanze irlandesi, ha affermato di aver evitato una gara pubblica a causa della pressione della Troika.

    “La Banca Centrale mi ha informato, alla luce del requisito del programma UE-FMI per avvalersi di consulenti rapidamente per scopi di stabilità finanziaria, che non era possibile applicare la normale procedura di gara”, ha osservato.

    Durante uno show televisivo, lo stesso anno, il governatore della Banca Centrale Irlandese Patrick Honohan ha detto che la procedura di selezione è stata fatta in fretta.

    “Abbiamo avviato alcune consulenze velocemente. È incredibile, quando paghi ingenti somme di denaro, come i migliori consulenti del mondo possono venire ad accalcarsi”, ha detto all’emittente televisiva RTE il marzo 2011.

    Alcuni parlamentari irlandesi temono che possano venir vendute informazioni riservate. BlackRock Solution aveva una conoscenza approfondita della situazione all’interno della banca irlandese non solo dal contratto di gennaio 2011.

    La Banca centrale irlandese ha assunto la ditta statunitense anche per farsi assistere nel completamento dei riesami 2012 e 2013 del fabbisogno del capitale delle banche. Contemporaneamente, la ditta principale, BlackRock, aveva secondo una dichiarazione dell’azienda di aprile 2012, un “business di clienti in Irlanda” che vale “oltre 5 miliardi di euro” e “beni stabiliti in Irlanda” con un valore di 162 miliardi di euro.

    Pressato dai parlamentari all’inizio di quest’anno per rilevare l’entità delle acquisizioni di BlackRock in Irlanda dal 2011, Noonan ha detto che la Banca centrale irlandese “non dispone delle informazioni richieste” e ha osservato che, in ogni caso, “BlackRock osserva normative e requisiti per appalti UE e irlandesi”.

    Sette mesi dopo, BlackRock ha annunciato che comprerà il 3% della Banca d’Irlanda, una delle banche che la sua sussidiaria, BlackRock Solutions, ha sottoposto a “stress test” nel 2011.

    Tom McDonnell, un economista del think tank Tasc con base a Dublino, ha detto che non c’è nessuna prova che i BlackRock utilizzino informazioni riservate. Ma ha detto che la questione è “problematica” in termini di percezione pubblica. “Sono i più grandi gestori di patrimonio al mondo, quindi avrebbero un vantaggio competitivo usando quelle informazioni riservate. Questo non vuol dire che lo hanno fatto, ma ciò crea una percezione pubblica e la possibilità o la tentazione di farlo”, ha osservato.

     

    Giramenti di testa

    Anche la Grecia diede a BlackRock Solutions un contratto simile da 12,3 milioni di euro. Comprendeva il subappalto alle quattro grandi imprese di revisione (PricewaterhouseCoopers, Ernst & Young, Deloitte Touche Tohmatsu, KPMG).

    Secondo una relazione del New York Times, nel 2012, la Troika e tutto ciò ad essa collegata era così odiata in Grecia che BlackRock Solutions ha usato un nome falso, “Solar”, e reclutato 18 guardie di sicurezza armate per svolgere il proprio lavoro. Nel settembre del 2012, anche Cipro ha assunto Deloitte e Pimco, il più grande investitore obbligazionario del mondo e società di gestione del risparmio di dimensioni tali da rivaleggiare con BlackRock, per studiare la ricapitalizzazione delle banche.

    Successivamente ha assunto BlackRock Solutions/Solar per compiere una doppia verifica sulla metodologia di Pimco, in una decisione che potrebbe aver fatto girare la testa di McDonnell. Il governo spagnolo era più diffidente delle sue controparti irlandesi e greche.

    BlackRock Solutions ha anche realizzato un contratto per compiere uno stress test delle banche locali come parte dei requisiti voluti dalla Troika per il salvataggio da 41 miliardi della banche spagnole. Ma il Ministro dell’Economia spagnolo Luis de Guindos disse nel maggio 2012 che BlackRock Solutions rischiava il conflitto di interessi con le attività di investimento della BlackRock.

    Il giro d’affari della BlackRock in Spagna è stimato per un valore di 5.1 miliardi di euro.

    Lo stesso club, tuttavia, ha ancora il denaro dei contribuenti spagnoli.

    La Spagna ha aggiudicato un appalto da 10.3 milioni di euro a Oliver Wyman un’altra società di consulenza statunitense, e a Roland Berger, una ditta tedesca.

    Ha anche assunto Deloitte (1,8 milioni di euro), Ernest&Young (7,2 milioni di euro), e PwC (5,3 milioni di euro) per effettuare controlli.

    Il Portogallo, come la Spagna, ha assunto Oliver Wyman per valutare la ricapitalizzazione del sistema bancario locale in base al programma della Troika.

    Ha ottenuto 1 milione di euro per 44 giorni di lavoro.

    PwC, la banca statunitense Citi, e McKinsey, un’altra società di consulenza statunitense, hanno avuto dei subappalti. Nel settembre 2013, la Banca Centrale Europea ha seguito l’esempio: ha assunto Oliver Wyman per valutare i conti patrimoniali delle 130 più grandi banche nell’eurozona. Si è rifiutata di fornire dettagli riguardo la quota o le procedure di gara che hanno portato alla sua scelta.

     

    Perché lo fanno?

    La questione che si presenta è perché queste società continuano a essere assunte e cosa le motiva a cercare di lavorare con la Troika.

    BlackRock, Oliver Wyman, Pimco o altre società di consulenze e revisione non si sono resi disponibili per un commento.

    Ma Constantin Gurdgiev, un docente di finanza al Trinity College di Dublino, dice che la mancanza di competenza nelle banche centrali è uno dei motivi.

    Questo ha affermato che “durante il boom della pre-crisi nella creazione del credito, la banca centrale nazionale dei Paesi con rapida espansione del credito ha perso il personale competente che è migrato verso i fornitori privati di servizi finanziari”.

    Ha aggiunto che il restante personale “spesso esegue attività meccaniche di fascicolazione e riconfezionamento” dei dati presentati dalle banche, “ha perso le competenze principali per indagare attivamente i bilanci delle banche o elaborare modelli di business performance”.

    La richiesta della Troika di dati e di gestione della crisi era più di quello che le banche centrali potevano offrire. L’assunzione di grandi nomi nel settore delle consulenze, ha conferito ai Paesi più credibilità, specialmente nei mercati finanziari. La convalida esterna delle società statunitensi ha ammantato le perdite bancarie di oggettività, con la quale i mercati possono convivere, dice ancora Gurdgiev.

    Richard Boy Barrett, un deputato della sinistra irlandese ha presentato diverse questioni parlamentari riguardo al BlackRock Solutions, ed è molto cinico. Dice che le maggiori società di consulenza e di revisioni dei conti sono “parte della stessa cerchia d’oro di banchieri e funzionari di governo che hanno causato la crisi finanziaria”.

    Un’altra fonte dice che la principale motivazione per in le società di consulenza, non sono le quote da milioni di euro, ma i “contatti” con le elite istituzionali dei governi.

    La fonte, un ex funzionario fiscale irlandese, che ha chiesto di rimanere nell’anonimato, richiamava incontri con rappresentanti di PwC che “fondamentalmente ha introdotto Facebook in Irlanda”.

    La fonte diceva: “La burocrazia, nel senso di alti funzionari governativi, organizzava allegramente riunioni con clienti di PwC o altri potenziali clienti … Per discutere con loro del sistema fiscale irlandese. È sempre tutto molto cordiale”.

    Grandi società come BlackRock affermano di avere “muraglie cinesi” che separano il loro lavoro di consulenza da altre attività. Ma persone che conoscono il funzionamento del sistema non sono d’accordo.

    “Non penso sia possibile dividere l’attività in muraglie cinesi. Sono solo chiacchiere. Non è possibile”, osserva la fonte irlandese. “Se quattro o cinque anni fa PwC aveva una particolare esigenza riguardo la tassazione, era in grado di consultare il database e dire: “La persona che devi contattare all’interno del servizio fiscale irlandesi è questa e lui è specializzato nella conoscenza di una determinata area”.

    “L’idea che essi non abbiano questo tipo di legami è completamente errata. Ecco come operano, è così che vivono”.

    Fonte: Troika consultancies: A multi-million euro business beyond scrutiny di Valentina Pop
    http://euobserver.com/economic/122415

    (Traduzione per Eurasia di Caterina Gallo)


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    Lo scorso 18 gennaio, nella suggestiva cornice del Sangallo Palace Hotel di Perugia, si è svolta la conferenza dal titolo “La Via della Seta 2.0. Il ritorno alle vie terrestri nel commercio internazionale”, organizzata dalla rivista di studi geopolitici Eurasia.

    Dopo una generale introduzione del giornalista Andrea Fais, collaboratore del quotidiano cinese “Global Times”, la sessione dei lavori ha registrato gli interventi in sequenza: di Taissiya Shayeva, segretaria generale del Consolato Onorario della Repubblica del Kazakhstan in Umbria, che ha illustrato una relazione preparata dall’Ambasciatore della Repubblica del Kazakhstan in Italia, S.E. Andrian Yelemessov; del professor Claudio Mutti, direttore di Eurasia, che ha illustrato il nuovo numero della rivista intitolato “Il Secolo Cinese?”; e di Li Xiaoyong, direttore dell’Ufficio Stampa dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia che ha introdotto i principali temi della cooperazione tra l’Italia e la Cina.

    Scopo dell’incontro era quello di approfondire il crescente peso internazionale delle cosiddette economie emergenti, cercando al contempo di capire le nuove dinamiche del commercio e del dialogo internazionali. In particolare, la ricostruzione in chiave moderna della direttrice commerciale e culturale più importante in epoca antica e medievale sembra richiamare l’attenzione degli osservatori internazionali, malgrado la sufficienza e l’approssimazione con cui lo specifico tema della cooperazione eurasiatica viene solitamente trattato in Europa occidentale.

    La dott.ssa Shayeva ha presentato al numeroso pubblico numeri e dati relativi alla crescita del PIL kazako negli ultimi anni, dimostrando i benefici effetti a lungo termine delle riforme intraprese alla fine degli anni Novanta dal presidente Nursultan Nazarbayev, oltre a rimarcare l’importanza delle relazioni bilaterali tra il Paese centrasiatico e l’Italia.

    Il professor Claudio Mutti, dopo una ricostruzione storica dei fattori geopolitici e geoeconomici alla base dell’ascesa e del declino della Via della Seta, ha invece focalizzato l’attenzione sulla complessità politico-strategica presente nell’odierna fase di multipolarizzazione degli equilibri internazionali, con particolare riferimento all’ambigua formula anglofona del co-engagement, ricorrendo alla quale gli strateghi statunitensi pretenderebbero di monitorare lo sviluppo della potenza cinese per indirizzarlo a proprio vantaggio.

    Il dott. Li Xiaoyong, complimentandosi con la redazione della rivista Eurasia per il lavoro finora svolto, ha infine messo in evidenza l’ascesa pacifica della Cina, la sua linea-guida cooperativa nel campo delle relazioni multilaterali a partire dal contesto della regione Asia-Pacifico, i passi compiuti dall’attuale dirigenza del Partito Comunista Cinese verso ulteriori riforme interne finalizzate alla riduzione degli squilibri sociali e climatici. Particolare attenzione è stata riservata al ruolo del colosso orientale nel quadro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai in relazione alla sicurezza dell’Asia Centrale, perno geografico della Via della Seta.

     

    Perugia 1

    Perugia 2

    Perugia 3

    I video della conferenza LA VIA DELLA SETA 2.0, OVVERO IL RITORNO  ALLE VIE TERRESTRI NEL COMMERCIO INTERNAZIONALE

    Le interviste di Nicola Torrini per AVI NEWS

    “Eurasia” a Perugia: La Via della Seta 2.0 – Interviste ai protagonisti (prod. AVI NEWS) from andreafais on Vimeo.


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    Il Sud della Libia rialza la Bandiera Verde: l’aviazione del Governo di Tripoli da tre giorni bombarda la popolazione. Il silenzio dei media sulle vittime civili.

    Nuri Ahusain, responsabile degli studenti libici per la Jamahiria, attualmente a Perugia, riferisce le drammatiche notizie che arrivano dalla propria città, Sabha, capitale della grande regione del Fezzan, nel sud della Libia, dove risiede la famiglia.
    “Gli scontri intertribali che hanno caratterizzato gli scorsi mesi si sono trasformati in una sollevazione pro-Jamahiria contro i seguaci del governo di Tripoli, arrivato al potere con l’appoggio della NATO, e che ora sta bombardando indiscriminatamente la popolazione civile.

    Da un mese in Sabha, capitale della regione del Fezzan, nel Sud della Libia, erano in corso scontri fra la tribù Tubu e la tribù Uggeche.
    Questa tribù era composta dagli elementi che comandavano al tempo della monarchia filoinglese prima della rivoluzione nazionale di Gheddafi: questo gruppo Uggeche è ritornato in auge dopo la caduta della Jamahiria. Le milizie filogovernative comandate da Sulad Sliman si sono rese responsabili di gravi violenze durante questi mesi, macchiandosi di omicidi di politici avversari e di qualsiasi oppositore.

    In questi giorni la sollevazione ha cambiato nettamente colore: le tribù antigovernative si sono riunite in unico schieramento che si riconosce nella Jamahiria e nella Bandiera Verde.
    In pochi giorni è caduta sotto il controllo del fronte per la Jamahiria la stessa capitale regionale Sabha,

    A questo punto sono iniziati bombardamenti indiscriminati da parte di aerei governativi, probabilmente con equipaggi misti, piloti libici e dell’Emirato del Qatar, e forse anche turchi.

    I bombardamenti hanno colpito la capitale regionale  Sabha sui quartieri di Al Fath, Grad e Al Nasri, e città come Al Mancia.
    Viene colpita la popolazione civile, compresi donne e bambini. Totalmente assente la televisione e la stampa internazionale che nella guerra contro la Jamahiria inondava il mondo di immagini e notizie a senso  unico.

    Per difendere la popolazione, nelle ultime ore è stato compiuto un attacco contro la base aerea da dove partivano le incursioni.
    Sotto i bombardamenti sono morte 75 persone ed altre 200 sono rimaste ferite.

    In queste ore giungono notizie che le milizie governative stanno attaccando Sawani bin Adam alle porte di Tripoli dove era stata alzata la Bandiera Verde alla notizia che Sabha era tornata nella Jamahiria”.


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    La demografia influenza gli scenari geopolitici tra le potenze così come i rapporti tra le diverse capacità militari. E’ interessante arrivare a chiudere questo triangolo studiando come la demografia può influire sugli aspetti militari e quindi sui teatri geopolitici. I conflitti dell’epoca successiva alla conclusione della Guerra Fredda, sono stati caratterizzati dalla sostituzione del termine “difesa” col termine “sicurezza”. L’aumento delle guerre, delle guerriglie e dei conflitti etnici all’interno degli stati più che dei conflitti tra stati, le operazioni di “polizia internazionale”, i conflitti demandati ad agenzie di sicurezza private e il ruolo consistente della lotta a gruppi criminali e terroristici spesso legati tra loro ha trasformato il ruolo della guerra: dalla difesa, conquista e occupazione del territorio al suo controllo e successivo disimpegno al ristabilimento – almeno in via desiderata – della “sicurezza”. Chi combatte oggi lo fa con l’obiettivo di disimpegnarsi dal conflitto diretto il prima possibile: così hanno agito non solo gli USA in Iraq e Afghanistan ma anche i Russi in Cecenia, che pure in teoria non è entità esterna ma parte del territorio della Federazione.

    A livello operativo si tende a “delegare” la guerra ad elementi “altri”, spesso ma non sempre e non solo locali, fino al proprio disimpegno. L’elemento demografico è parte integrante della spiegazione di questo fenomeno strategico. La guerra industriale del XIX e del XX secolo era la guerra di “conquista/difesa”. La guerra era costruita come attrito di masse, supportate dall’impetuosa crescita demografica e dal desiderio di spazi della civiltà industriale. Una società di massa produceva una guerra di massa. Una società con meno nascite e nel complesso più anziana è meno disposta ad accettare perdite umane dal proprio lato. Il potere dei media amplifica e moltiplica la portata emotiva delle perdite stesse. Gli eserciti moderni delle potenze sviluppate abbandonano sempre di più il concetto di esercito di leva per sposare quello di esercito professionista dalla dimensioni più contenute e dall’impiego più efficiente, concentrato nel tempo e nello spazio e meno dispersivo. Un esercito simile tende a tenersi paradossalmente il più distante possibile dal campo di battaglia per ridurre le perdite al minimo e a compensare la minore massa con la maggiore mobilità e potenza di fuoco e quindi con la tecnologia. I costi sempre maggiori della tecnologia militare sono a loro volta causa di una spinta alla razionalizzazione delle dimensioni degli apparati militari e quindi al loro “downsize” con conseguente ulteriore aumento della richiesta di potenza di fuoco.

    Una simile constatazione non aggiungerebbe nulla di originale a quanto osservato dagli esperti di strategia militare che – come Edward Luttwak – hanno già notato la repulsione per le alte perdite in guerra delle società più anziane. Occorre quindi rilevare un fatto nuovo: la strategia di sicurezza è strategia di controllo non più di un territorio ma sempre più di un nemico – come Al Qaeda o i gruppi del narcotraffico – che è multiterritoriale. Tale strategia di sicurezza implica un superamento della logica del controllo del singolo territorio ma non un suo annullamento. Eserciti più piccoli si concentrano però su tattiche di “disimpegno” una volta contenuta la capacità combattiva del nemico in loco e una volta che il nemico si è spostato. Dopo le operazioni di “sicurezza” e successivo “disimpegno” il paradigma prevede una terza fase su cui concentrarsi: “la delega”. Questo aspetto è troppo spesso taciuto dai media e sommessamente accettato dagli esperti militari e meriterebbe invece una più estesa problematizzazione che qui proviamo a suggerire. La morte di mercenari o di “alleati d’occasione” è meno problematica dal punto di vista mediatico e più “conveniente”. Eppure la guerra per delega presenta aspetti operativi, tattici e strategici degni di approfondita analisi.

    Gli eserciti provenienti da società meno demograficamente dinamiche devono delegare il proseguimento della guerra latente su un territorio dopo lo scontro militare principale a forze locali e/o a forze mercenarie. La delega della guerra in Somalia all’Etiopia da parte degli USA, alle compagnie di sicurezza private in Iraq o ai ribelli libici da parte degli stessi sono un esempio chiaro di questa tendenza che permette un impegno minore, più efficiente anche se spesso meno efficace di risorse umane proprie in guerre dalla durata sempre più lunga, caratterizzate da scontri meno risolutivi e da un controllo non più diretto del territorio.

    Un esempio interessante è il mutamento della strategia russa in Cecenia. Nella prima guerra cecena l’esercito russo andò incontro ad una dolorosa sconfitta attaccando frontalmente un nemico che utilizzava una tattica di guerriglia servendosi della guerra di massa, massa sulla quale tra l’altro non poteva più fare forza avendo nelle retrovie una società sempre meno propensa ad accettare perdite. L’uso di carri armati seguiti dai fanti per penetrare nei territori nemici portò i russi di fronte alla sconfitta e fece scemare il sostegno dell’opinione pubblica all’intervento. L’uso dell’artiglieria e dell’aviazione dalla distanza – con conseguente distruzione della capitale cecena Groznij – e la delega della guerra alle forze tribali locali legate al presidente fedele a Mosca Khadirov hanno permesso la trasformazione della guerra cecena in conflitto latente e a minore intensità, impedendo la secessione della repubblica caucasica.

    Esempi non di mutata strategia durante un medesimo conflitto – o meglio, di un medesimo teatro – ma di impegno quasi esclusivo dell’arma aerea con il supporto di terra di forza alleate sono rappresentati, in tempi più recenti, dalle operazioni americane in Somalia ed in Libia. In Somalia gli USA hanno impiegato il bombardamento mirato con aerei Hercules armati per l’attacco al suolo per colpire le milizie islamiste degli Shabab. Il ripristino di condizioni di controllo del territorio e la cacciata dei gihadisti è stato demandato all’Etiopia, potenza militare locale che ha interesse ad una stabilizzazione del teatro somalo o quantomeno a contrastare in loco le influenze degli Shabab. Con ogni evidenza il moderno nemico non-statale si fa forza della propria multiterritorialità: gli Shabab e le formazioni minori da loro distaccatesi hanno esteso l’area dei loro attacchi a Kenya e Uganda. Il collasso di un’entità statale ad opera di combattenti “delegati” non in grado – o non interessati – ad offrire poi un controllo solido del territorio come era – come era preteso essere – nelle vecchie guerre di annessione favorisce il diffondersi di instabilità. In Libia i ribelli hanno sconfitto Gheddafi solo grazie all’aiuto remoto della coalizione a guida USA-Francia-UK, ma non hanno saputo ripristinare l’ordine e la sicurezza – permettendo il drenaggio degli arsenali del colonnello verso gli altri teatri di conflitto africani – e non hanno voluto ricostituire un forte stato centrale, restando divisi in aree tribali l’un contro l’altro armate. La guerra tra stati sostituiva Stato a Stato. La guerra per delega rischia di non avere tale forza, come dimostra il sorgere anche in Kosovo di una terra di nessuno – nei fatti un porto franco per ogni traffico illegale – quando i guerriglieri albanesi dell’UCK sono riusciti con l’aiuto dal cielo della NATO ad eliminare il controllo jugoslavo (cioè dell’avversario geopolitico della NATO nei Balcani) e a consolidare una base territoriale fondata su liberi traffici illeciti.

    L’esempio finale dei rischi che la guerra per delega combattute dalle “potenze militari refrattarie alla guerra” è dato dalla Siria. Nel teatro Siriano si è arrivati direttamente ad una guerra per procura tra le tre potenze militari globali – Russia, Cina ed USA – e le potenze regionali – Iran, Turchia ed Arabia Saudita. Il conflitto si trascina ormai da anni senza che se ne intravedano sbocchi. Lo stato siriano come area unitaria non esiste più ma il regime degli Assad mantiene un vantaggio militare che lo porterà ad ogni negoziato in posizione di forza – paradosso della creazione di un “regime senza stato” o quasi. La Russia e l’Iran sperano di contenere in quel teatro il gihadismo che invece si estende all’Iraq grazie alla frustrazione di masse sunnite deluse dall’abbandono occidentale. L’opposizione laica al regime del Baath ha visto svanire i propri sogni di rivoluzione democratica mentre le potenze wahhabite, gli stati del Golfo, mantengono sul Grande Medio Oriente il potere di ricatto dato dal loro ambiguo rapporto con il gihadismo. Ogni potenza ha scelto di impegnarsi militarmente nella guerra civile siriana perseguendo il massimo utile con il minimo sforzo relativo. Usa e alleati occidentali hanno appoggiato i ribelli laici. L’Arabia Saudita e il Qatar hanno armato e finanziato i ribelli fondamentalisti. L’Iran con la propria propaggine libanese, gli Hezbollah, ha scelto di impegnarsi direttamente nei combattimenti proprio per tenere lontana la guerra stessa dal proprio territorio, sempre l’Iran impiegando in via semisegreta agenti delle forze speciali dei Pasdaran e quindi agendo come le potenze occidentali in Libia e forse nella stessa Siria; si noti che l’Iran è una nazione molto giovane ma che soffre un cospicuo calo della propria natalità. La Russia dal canto proprio arma e tutela Assad per evitare la ricaduta nel Caucaso del gihadismo, che però si è esteso all’Iraq.

    La guerra per delega ha in definitiva questo difetto, definibile con una tautologia: senza controllare direttamente un territorio è impossibile controllarlo direttamente. E’ quindi impossibile anche solo illudersi di risolvere i conflitti ed evitarne l’espansione o evitare la generazione di aree più estese di instabilità. Le potenze militari avanzate e moderne soffrono un calo demografico che le rende riluttanti all’impiego in guerra di forze determinanti e – almeno nelle intenzioni – risolutive. Vogliono combattere senza combattere: il preludio ad un’era di pace? Al contrario: la guerra per delega è meno “pesante” ed impegnativa anche dal punto di vista etico. Le società coinvolte direttamente nelle operazioni belliche e che subiscono quindi il maggior numero di perdite sono quelle più giovani, arretrate e povere ma che dispongono di maggiori risorse umane da impiegare nello scontro diretto e prolungato sul campo e per le quali le perdite hanno un maggiore livello di accettabilità relativa. Quindi, anche grazie a fondi e appoggio tattico e operativo delle grandi potenze, i conflitti locali a minore intensità sono destinati a trascinarsi per più tempo, così come le situazioni di instabilità.


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    Per gentile concessione della rivista di studi afro-asiatici “Africana”, mettiamo a disposizione l’articolo di Enrico Galoppini Chi manovra i “modernisti islamici”? (XVII, 2012, pp. 141-148: http://www.giovanniarmillotta.it/africana/africana12.html).

    “Timbuctu è in mano agli integralisti islamici”: così titolavano giornali ed agenzie ai primi di luglio 2012, che riferivano di distruzioni di moschee e santuari da parte dei militanti di Ansâr ed-Dîn, i quali avevano preso il controllo della città santa del Mali.[1]

    Qui non c’interessa entrare nel merito dello scontro tra questi e il governo, e tra i medesimi e i tuareg “laici”, fino a pochissimo tempo prima loro alleati. Ma una cosa va detta: senza l’eliminazione di Gheddafi, che non era affatto un “ateo”, questo pandemonio in Mali – che segue quello in atto in Libia, con protagonisti vittoriosi dalle analoghe ristrette vedute – non sarebbe stato possibile. Quindi se lo segnino bene tutti quelli che adesso piangono lacrime di coccodrillo, perché chi più chi meno hanno tutti lavorato per produrre questo capolavoro. E lasciamo pure perdere il fatto che Timbuctu è considerata “patrimonio mondiale dell’umanità” dall’Unesco, poiché l’importanza, il valore di una città, di un sito, e tanto meno di un luogo sacro, non viene certo data, come si vorrebbe far credere, dalla “certificazione” da parte di un’agenzia delle Nazioni Unite, che sappiamo per quali motivi sono state istituite: preparare il “governo unico mondiale” senza Dio, con tutte le conseguenze che ne derivano.

    Detto questo, passiamo ad esaminare perché questi “fondamentalisti” infieriscono con particolare veemenza e furore su quei luoghi di culto islamici, e sottolineiamo islamici, che ospitano le spoglie di personaggi considerati “santi”, modelli di pietà e virtù dalla locale popolazione (e non solo), la quale – dopo averli seguiti finché erano in questo mondo – vi si reca in “visita” [2] per beneficiare della baraka che ne promana, delle sue “influenze spirituali” ed ottenere così una “intercessione” presso il Signore, e non certo per adorarli quali “dei”. [3]

    Per prima cosa, al riguardo del “culto dei santi”, degli awliyâ’ [4] in Islam, vi è da dire che esso è completamente “islamico”, mentre tutti questi “modernisti”, “salafiti”, “wahhabiti” e chi più ne ha più ne metta lo ritengono “blasfemo”, da “idolatri”. La loro argomentazione principale è che per salvaguardare il principio del tawhîd (Unità ed Unicità divine: il Principio non può che essere uno e unico) bisogna evitare assolutamente tutto ciò che fa incorrere il musulmano nell’errore di “associazionismo” (shirk), ovvero quello di attribuire a Dio dei “pari”.

    Ora, fin qui (la concezione “non duale”) siamo tutti d’accordo, tuttavia per ‘eccesso di zelo’ accade che questi calvinisti d’Arabia, a furia di togliere legittimità a tutto quel che può risultare un supporto, un sostegno intermedio, una ‘rampa di lancio’ per facilitare l’elevazione del credente sino al grado più alto,  quello della Realizzazione spirituale appannaggio solo degli “eletti”, finiscono per fare completamente “terra bruciata” lasciando le persone, ancorché animate da buone intenzioni, alla mercé della cosa più pericolosa che esista: il proprio metro di giudizio [5].

    I “modernisti”, infatti, da cui derivano i “salafiti”, i “takfiri” eccetera, ritengono che ciascuno, nel proprio cammino di “conoscenza” (realizzare intimamente, con “certezza assoluta”, che tutto è Dio e che Dio è ovunque) debba fare affidamento solo sul proprio sforzo; che ogni essere umano in fondo sia “il maestro di  se stesso”. Tutt’al più riconoscono l’autorità di “sapienti” usciti da determinate scuole, tutti invariabilmente della loro ideologia. Ma guai a parlare di “santi”, di “realizzati”, di “maestri”: per loro non ne esistono, salvo poi prendersene di virtuali, “di carta”, televisivi, o peggio ancora su internet, e qui cade a pennello la selva di canali satellitari che rincitrulliscono chi crede che basti spaparanzarsi in poltrona a casa e sorbirsi il predicozzo di qualcheduno che “buca lo schermo” da uno studio televisivo per ritenere di avere una guida autorevole e, soprattutto, in contatto con le “entità” benefiche che abitano il “mondo dell’invisibile” (‘âlam al-ghayb).
    Ora chiunque può comprendere che se si nega che vi possano essere uomini in grado di stabilire in vita, da quaggiù, una “connessione” di questo tipo, si nega implicitamente l’esistenza del “mondo dell’invisibile”, menzionato a chiare lettere dal Corano [6].

    Per questi Savonarola dell’Islam, da dottrina completa e quindi vera nella misura in cui traduce in linguaggio intelligibile per gli uomini di un’epoca (quella del Kali Yuga) [7] i dati della metafisica (che per sua essenza è una), l’Islam si trasforma in “Islamismo”, in una “ideologia religiosa”. Un po’ come il Sionismo, che lungi dal rappresentare l’Ebraismo è nient’altro che una sua interpretazione ideologica che grazie all’azione concomitante di vari fattori ha preso completamente la scena al punto che sia i suoi fautori sia i suoi
    detrattori lo identificano tout court con la tradizione ebraica. Con il moderno “fondamentalismo islamico” il discorso è analogo: si tratta né più né meno che di un’interpretazione ideologica dell’Islam, che ipso facto produce un’esiziale incomprensione di cosa sia davvero l’Islam, il quale diventa, agli occhi di chi non ne sa nulla (gli “occidentali”), comprensibilmente odioso e “barbaro” [8].

    Siamo dunque di fronte ad una manifestazione di “riduzionismo”, ad una semplificazione risultante da una fondamentale incomprensione che, com’è tipico di chi ha compreso ben poco, si vuole imporre a tutti quanti. In pratica si riconosce che esiste la vetta della montagna e che bisogna arrivarci, ma sul percorso e, soprattutto, sul fatto che esistano delle “guide esperte”, si glissa allegramente. Si pensi un po’ a che fine farebbe uno sprovveduto ed improvvisato alpinista qualora decidesse di salire sulla vetta dell’Everest armato solo di cartine, diari di famosi scalatori e tutto il meglio dell’attrezzatura disponibile! Certo, alla fine  ciascuno fa le ‘sue’ esperienze, ed in questo il suo viaggio è ‘unico’, diverso da quello degli altri, mentre lo sforzo profuso non è invano (non è la stessa cosa farsi portare lassù con un elicottero!), ma la meta è la stessa per tutti e da lassù si vede lo stesso panorama: si domina il mondo e si comprende che cosa è il “reale”. Questi “modernisti”, invece, convintisi che non è possibile raggiungere la vetta della montagna preferiscono divorare biblioteche intere di saggi ed enciclopedie sull’alpinismo e l’arrampicata, gareggiando a chi ne sa di più, ma guardiamoci bene dal prenderli come “guide” perché al primo crepaccio, senza alcuna  esperienza, vi finirebbero dentro trascinandovi gli incauti compagni di cordata.

    La ‘montagna’, poi, bisogna amarla, e non farne un argomento da “record”, come ha spiegato un’infinità di volte Reinhold Messner. L’analogia funziona anche qui: non si può sperare di ottenere “virtude e conoscenza” solo con la “testa”… Cosa resta dunque a chi fa della “conoscenza” solo una questione d’erudizione? Per di più brandendola come una scure all’indirizzo di “apostati” (kuffâr) di cui si ha bisogno come l’aria per fortificarsi nella convinzione d’avere sempre ragione? L’affidamento alle facoltà razionali.

    Ne abbiamo una plastica rappresentazione nella questione della distruzione di una porta di un celebre mausoleo a Timbuctu, tenuta chiusa per decenni, o forse ancor di più. La tradizione locale riporta che l’apertura di quella porta sarebbe avvenuta solo “alla fine dei tempi”… Allora, gli aderenti a Ansâr ed-Dîn, in segno di sfida alla “creduloneria” locale, hanno abbattuto quella porta, e naturalmente non è successo “niente”… Al che avranno certamente gongolato pavoneggiandosi per questa vittoria sulla “superstizione”!

    Essi, poveretti, non si rendono conto che il punto importante non che “non è successo nulla”. L’importante è invece che hanno sfondato quella porta, che hanno superato “il limite”. Così hanno, senza rendersene conto, “inverato la profezia”. Ma facendo affidamento sulle mere facoltà razionali dell’uomo – il che li rende indifesi di fronte allo psichismo inferiore – essi agiscono credendo di operare in un senso quando in realtà lavorano per forze intente a realizzare l’esatto contrario di ciò in cui credono. In pratica, essi ritengono di agire per “sfatare la profezia”, mentre sono proprio loro che la “realizzano”! Tutto ciò è terribilmente
    perfetto ed inesorabile.

    Fra l’altro la distruzione della porta di Timbuctu e di vari altri santuari in tutto il mondo islamico, significativi anche perché radicano l’Islam in un tessuto locale, esattamente come i santuari cattolici (e guarda caso i protestanti non ne hanno), è analoga alla demolizione dei “buddha di Bamyan” in Afghanistan ad opera dei Talebani. Come in quell’occasione, si parla di “scempio verso la cultura”, di intolleranza religiosa” e via discorrendo, senza cogliere il punto essenziale, ancor più semplice da individuare quando a cadere sotto la  furia dei “puritani islamici” sono santuari e luoghi di culto dell’Islam stesso.

    Si tratta forse di ‘sigilli’, di opere di ‘protezione’ che finché sussistono impediscono la penetrazione (o la fuoriuscita) d’influenze dissolutrici? Lo sviluppo degli eventi, in tutto il mondo islamico, non tarderà a mostrarci se ci siamo sbagliati o meno…

    Ma non è finita qui. Perché l’altra grande domanda che a questo punto dobbiamo porci è: chi manovra i “modernisti islamici”?

    Segnaliamo subito un fatto curioso: da quando è cominciata la cosiddetta “Primavera araba” [9], i “militanti islamici” sono ridiventati improvvisamente “simpatici” [10], da che erano dipinti – fino ad un paio d’anni fa, quando Obama, novello Kennedy, “tese la mano all’Islam” col suo discorso del Cairo – come degli autentici mostri che minacciavano i cosiddetti “Paesi arabi moderati”.
    Abbiamo spiegato nella prima parte di quest’articolo qual è la mentalità di questi “modernisti” e da che ‘pulpito’ – forse sarebbe meglio dire da che ‘abisso’ – giunge la loro ‘predica’. Abbiamo anche indicato in ogni forma di “modernismo” un fenomeno di riduzionismo, quindi di fondamentale incomprensione di che cosa siano le realtà spirituali, che sono per l’appunto “realtà”, di una concretezza diversa da quella delle cose ordinarie, ma non bei discorsi e né la sopravvalutata “erudizione” di cui si vantano troppi musulmani
    odierni.

    D’altra parte, se il buongiorno si vede dal mattino, sono da attendersi queste ed altre ‘imprese’, ben poco…‘edificanti’: quando i wahhabiti (che non sono sunniti!) [11] conquistarono per la prima volta Medina, nel XVIII secolo, non esitarono a distruggere persino la tomba del Profeta dell’Islam, e ancora oggi di fatto impediscono il regolare svolgimento degli atti di devozione, al suo cospetto, che milioni di fedeli anelano a compiere quando si recano in Arabia per il Pellegrinaggio (o la “visita”, la ‘umra) presso “la Casa di Allâh”.

    La furia ‘iconoclasta’ di questi “puritani dell’Islam” (motivo per cui van d’accordo alla perfezione con l’Angloamerica) non accenna a placarsi, dall’Egitto alla Tunisia: nel primo, addirittura, in un delirio che non teme di sfociare nella buffoneria, vi è chi propone di demolire le piramidi, simboli del “paganesimo” [12]! E non poteva mancare la Libia, vittima predestinata dopo la destabilizzazione dei due Stati vicini, sempre in nome della “lotta alla superstizione” e di un “Islam autentico” dai tratti razionalistici che si sta diffondendo
    purtroppo a macchia d’olio anche in Europa grazie all’azione di organizzazioni che, commettendo un pasticcio inescusabile, cercano, un po’ perché ci credono e un po’ perché sono dei furbacchioni, di presentarsi presso “istituzioni” compiacenti come i portabandiera di un assurdo ed improponibile connubio tra “Islam e democrazia”, peraltro sostenuto a livello accademico da una sfilza di “sociologi dell’Islam” uno più incompetente e in malafede dell’altro. E tutti uniti appassionatamente – gli uni protagonisti della “primavera”, gli altri incanalando il sapere universitario in un alveo rassicurante – al servizio della loro vera ‘madrepatria’: il “mondo moderno”, nel quale si trovano entrambi a loro agio e di cui la “democrazia” è il totem indiscutibile, tanto che – senza spiegare bene da dove ciò trarrebbe legittimità dottrinale – appena una “rivolta” va a buon segno i Freedom Fighters sotterrano l’ascia di guerra ed inaugurano la stagione dei ludi elettorali, mostrando felici ai media delle stesse cricche usurocratiche che hanno finanziato le “ribellioni” il pollice intriso d’inchiostro di chi finalmente s’è messo al collo il giogo della partitocrazia e del relativo governo dei peggiori.

    In Libia, quelli che ‘qualcuno’ ha denominato “drogati” e “ratti della Nato”, dopo aver servito da truppe cammellate dei “liberatori”, si sono dunque dati alla loro attività preferita [13], che è quella di profanare ciò che è completamente fuori dalla loro portata intellettuale [14]. Essi si dedicano a maledire e distruggere ciò che non capiscono, perché come tutti gli ignoranti, adusi a semplificare, vanno fuori di testa al pensiero che esista qualche cosa in grado di sfuggirgli, che gli è completamente precluso. E, colmo del ridicolo, si pavoneggiano delle loro nefande azioni, facendo a gara a chi grida più a perdifiato Allâhu akbar (“Iddio è più grande”), come per dimostrare che siccome l’ira del santo di turno, dell’intimo di Dio (il walî), non s’è scaricata sugli autori del gesto, ciò significherebbe che tutta la devozione nei suoi confronti era decisamente mal riposta poiché il Signore non ha fatto nulla per difenderne il mausoleo, né ha ‘folgorato’ gli autori della distruzione. Sembra di vedere all’opera dei positivisti ottocenteschi, tanto queste ‘dimostrazioni’ sono puerili e demenziali [15]. Questo punto non verrà mai sottolineato abbastanza per comprendere la “decadenza islamica” rappresentata da queste tendenze “moderne”, che solo qualcuno a digiuno di che cosa sia la Tradizione può scambiare per “rinascita”.
    Una delle ultime bravate di questo tipo nella “Libia liberata” (quella per intendersi, ripiombata sotto il tallone dell’usura e dei suoi “prestiti”, quella del nuovo sottosviluppo camuffato da “tradizione”, quella della svendita di tutti i settori strategici che configurano la sovranità di una nazione, quella di un tribalismo inconcludente) è stata la distruzione, da parte di una massa di pecoroni aizzati dal peggior tipo di ‘pretaglia’ che esista [16], della moschea-mausoleo di ‘abd as-Salâm al-Asmar [17], di cui esiste anche una sconcertante testimonianza filmata [18].

    Questo luogo di culto e di devozione, che conteneva circa 5.000 volumi finiti in cenere (avranno controllato che non ci fossero opere di Ibn Taymiyya, il loro preferito!), non è l’unico finito sotto le grinfie di questa ciurmaglia fanatizzata. A Tripoli, come scimmie ammaestrate, hanno demolito a colpi di bulldozer [19] un altro importante luogo di devozione (islamico, sottolineiamolo ancora per chi avesse cominciato a pensare che questi “musulmani” ce l’hanno con dei non musulmani) [20]. Ma al santuario di Sîdî Ahmed az-Zarrûq [21], gli stessi invasati hanno superato se stessi, svignandosela con la salma del sant’uomo lì sepolto [22].

    Le “autorità” sedicenti tali, giunte a Tripoli sul ‘tappeto volante’ della British Airways, prendono le distanze, ma è un film già visto, poiché anche in Italia nei primissimi anni post-“Liberazione” erano all’opera, con licenza di uccidere e devastare, bande di “puri dell’Idea resistenziale”, evidentemente lasciate fare su ordine del vero padrone, che non era certo il governicchio degli ex di “Radio Londra” e dei ‘villeggianti’ al “confino”, ma quello che aveva stabilito la subitanea eliminazione del capo del Fascismo e la sparizione della sua famosa cartella con documenti “compromettenti”.
    A proposito di bulldozer, è interessante notare che quando Israele distrugge le proprietà palestinesi coi medesimi sbrigativi mezzi, si scatena giustamente un’unanime esecrazione da parte islamica, ma in questo caso, specialmente da parte dei ‘primaverandi’, felici delle loro ‘moschee dell’Ikea’ [23], non si erge la benché minima critica.
    I leader religiosi di questi ultimi, inoltre, sono perennemente imbufaliti, lanciano anatemi a destra e a manca, puntano il dito sempre contro qualcuno, ma poi, quando arrivano le palanche di qualche “emiro”, come per incanto diventano mansueti come agnellini e disposti a tollerarne ogni marachella: pecunia non olet, specialmente se sa di petrolio.

    Mi chiedo come ci si possa prendere a “guida spirituale” individui che non promanano alcun senso di pace, di fratellanza, di amore [24] nel vero senso della parola, pur nelle necessarie intransigenza ed adesione allo spirito vivificatore della lettera del Messaggio (Risâla), pena lo scadimento nello “spiritualismo” e nell’irrazionale, l’altro polo dello sfaldamento dell’autentica spiritualità (e con essa dell’uomo al quale è destinata), assieme al letteralismo razionalista di cui questi “duri e puri” sono la più recente manifestazione.

    Mi chiedo anche dove vogliono arrivare quando avranno consegnato tutte le sponde meridionale ed orientale del Mediterraneo a costoro. Ci metteranno il terrore mediatico addosso per imbarcarci così in una nuova stagione dello “scontro di civiltà” a beneficio del divide et impera nel Mediterraneo? La Nato li aiuterà ad attaccarci e a colonizzarci qualora tentassimo di sbarazzarci dei nostri pluridecennali occupanti?
    Eh sì, perché questi signori – a parte il pulcherrimo attentato dell’11/9 attribuito ad Osama bin Mossad – non sembrano affatto interessati a nuocere all’America e all’Inghilterra, che anzi ammirano in cuor loro e poi odiano perché l’ammirazione non è ricambiata, ma sono costantemente disposti a seminare morte e distruzione in tutti quei paesi che periodicamente l’Occidente individua come “il nemico” da distruggere: prima l’Afghanistan con la scusa del “comunismo ateo” (perché, l’Occidente non è “ateo”?), poi la Jugoslavia con la scusa della “pulizia etnica” (a senso unico), poi l’Algeria con la scusa del “pericolo fondamentalista” (da essi stessi alimentato per rovesciare un governo inviso!), poi la Cecenia con la scusa che comunque i russi sono sempre “comunisti” ed “ubriachi”, poi la “primavera araba” con la scusa delle “tirannie” (a geometria variabile)… E il prossimo obiettivo su commissione chi sarà? L’India perché
    “adorano le vacche”? La Cina perché mangiano maiale con funghi e bambù? La Chiesa cattolica perché la Trinità è “pagana”? L’Iran e gli sciiti perché sono “eretici”? Insomma, la lista dei “cattivi” consegnata da qualche James Bond assieme alla valigetta coi dobloni è ancora lunga, e nemmeno alla fine si scorge il nome dell’Angloamerica. No, per loro, alla prova dei fatti, e non di qualche fanfaronata plateale che non costa nulla, il problema non sussiste.

    Qualcuno piuttosto famoso tra i musulmani, l’Imam Khomeyni, certamente consapevole che l’Avversario è ben altro che un accidente del mondo, ebbe a definire l’America “il Grande Satana” e una certa concezione della sua medesima religione “l’Islam americano”. Si dice anche che l’astuzia più abile del Demonio sia quella di far credere che non esiste. Ecco, questi “modernisti islamici” non saranno arrivati a tanto, ma di sicuro lo scambiano di continuo con qualcun altro.

    http://www.cese-m.eu/cesem/2014/01/chi-manovra-i-modernisti-islamici/

     

    NOTE

    1. ROSSELLA BENEVENIA, Mali: integralisti distruggono entrata moschea a Timbuctu, “Ansa.it” 3 luglio 2012.

    2. Il termine arabo per “visita” è ziyâra, dal verbo zâra/yazûru, che significa appunto “visitare”, utilizzato anche in senso più generale e meno “tecnico”.

    3. Su tale importantissima pratica, riscontrabile in moltissime tradizioni, cfr. NELLY AMRI, Le corps du saint dans
    l’hagiographie du Magherb médiéval, pubblicato il 5 settembre 2012 sul sito “al-Simsimah” (http://alsimsimah.blogspot.be/2012/09/le-corps-du-saint-dans-lhagiographie-du.html).

    4. Sing. walî, da una radice che veicola il significato di “vicinanza”, “amicizia”, quindi di “governo per conto di” (in questo specifico caso, “per conto del Signore”).

    5.Sulla questione della “liceità”, dal punto di vista islamico, della pratica della “visita” alle tombe dei santi e di tutto quel che vi attiene, un testo di riferimento è Rudûd wa munâqashât ‘alà mâ warada fî kutayyibât “ash-shirk wa
    wasâ’iluhu ‘inda fuqahâ’ al-madhâhib al-arba‘a” [Repliche e discussioni riguardo ai libelli (della serie) su “L’associazionismo e i suoi strumenti presso i giurisperiti delle quattro scuole di diritto”], quello pubblicato dalla Idârat al-iftâ’ wa al-buhûth – Qism al-buhûth [Direzione delle fatwa e delle ricerche – Dipartimento per le ricerche] (senza riferimenti di luogo e data). Qui, per “associazionismo” s’intende quel che talvolta è tradotto malamente con
    “politeismo”: tecnicamente, lo shirk consiste nell’associare, nella pratica e nel pensiero, altri “dei” all’Unico Dio; si tratta, in altre parole, della sanzione dell’errore in cui cade chi professa in qualsiasi modo una concezione dualista.

    6. A partire dalla sûra II, v. 3.

    7. Sulla dottrina dei “cicli cosmici”, una delle migliori opere disponibili è quella di GASTON GEORGEL, Le quattro età
    dell’umanità, (trad. it.) Il Cerchio, Rimini 1982 (ed. orig. In francese Archè, Milano, 1975).

    8. Qui per “occidentali” non s’intende coloro che abitano una determinata area del pianeta, bensì tutti quelli che
    condividono, adeguandovi il loro modo di vita, la visione del mondo “moderna”, caratterizzata essenzialmente all’ateismo (che può camuffarsi in vari modi, tra i quali vi è il cosiddetto “laicismo”). “Occidentale”, pertanto, è
    sinonimo di “moderno”.

    9. Rimandiamo al nostro “Primavera araba” o “fine dei tempi”?, pubblicato su “Europeanphoenix.it” il 6 aprile 2011.

    10. Lo sono stati già molte volte, all’epoca della guerra contro l’Urss in Afghanistan, durante lo smembramento della ex Jugoslavia, di nuovo in funzione anti-russa in teatri come la Cecenia, l’Ossezia, il Daghestan ecc.

    11. MOHAMED OMAR, I sunniti sono oppressi in Arabia saudita, non in Siria, “Eurasia-rivista.org”, 13 agosto 2012.

    12. Cfr. I salafiti: “Le piramidi vanno distrutte. Sono simboli pagani”, “Il Messaggero”, 13 luglio 2012  (http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/i_salafiti_le_piramidi_vanno_distrutte_sono_simboli_pagani/notizie/208009.shtml).

    13. Cfr. Libia: attacchi ai mausolei, dal sito di “Euronews”, 26 agosto 2012.

    14. Qui adottiamo la definizione di “intelletto” secondo la quale si tratta della conoscenza intuitiva, del cuore, non della mente.

    15. Si potrebbe proporre un ardito accostamento. Quelli che si radunano sotto la croce e chiedono al Cristo, per tentarlo, perché, se è “veramente il Figlio di Dio”, non chiama una legione di angeli a salvarlo, è come se insinuassero: “Siccome non è stato mandato nessuno a salvarti, sei un ciarlatano! Non sei quello che affermi di essere!”.

    16. Quella di casa a Londra che – tanto per citare un esempio della sua mostruosità – incita all’omicidio di altri musulmani (“deviati”, of course) per il solo fatto che non belano all’unisono secondo i dettami dell’“ideologia islamica” che intendono gabellare per Islam. Si veda quel che afferma lo “shaykh” libanese Omar Bakri, di stanza per lungo tempo proprio a Londra: http://www.youtube.com/watch?v=GIgnUuOC4RE&feature=youtu.be.

    17. http://en.wikipedia.org/wiki/Abd_As-Salam_Al-Asmar.

    18. http://www.youtube.com/watch?v=wnlRVKVuo7M&feature=youtu.be.

    19. http://www.youtube.com/watch?v=wnlRVKVuo7M&feature=youtu.be.

    20. Cfr. GINETTE HESS SKANDRANI, La nouvelle Libye démocratique, tribaliste, takfiriste, otanesque, oscurantiste…, “La voix de la Libye”, 26 agosto 2012 (http://lavoixdelalibye.com/?p=5574).

    21.  Qui una biografia: http://alsimsimah.blogspot.it/search/label/Biographie%20de%20Sidi%20Ahmed%20Zarrouqq.

    22. Shaykh Ahmad Zarroq’s grave has been desecrated in Libya, articolo del 26 agosto 2012, che segnala anche un filmato in cui un’autorità islamica residente in Canada denuncia in maniera molto chiara l’azione dei salafiti: http://www.youtube.com/user/ShaykhFaisalVideoBlo?feature=watch). Per giudicare il livello “intellettuale” di questi ‘picconatori islamici’, si veda quest’intervista, nella quale il custode della moschea-mausoleo di ‘Uthmân Bâshâ, in Libia, racconta alcuni aneddoti relativi al raid distruttivo di cui è stata oggetto: http://www.youtube.com/watch?v=xzwskvKyWqY.

    23. Il riferimento è a luoghi di culto standardizzati, costruiti secondo uno stile inconfondibile, alieno rispetto alla storia e alle tradizioni del luogo, dai quali naturalmente sono banditi tutti gli elementi cosiddetti “superstiziosi”. I Balcani si sono riempiti, da una decina d’anni a questa parte, di moschee di questo tipo.

    24 Cfr. ENRICO GALOPPINI, Solo un santo ci può salvare dalla “crisi”, “Europeanphoenix.it”, 22 dicembre 2011,  http://europeanphoenix.it/component/content/article/3-societa/206-solo-un-santo-ci-puo-salvare-dalla-crisi.


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